Giustizia per l’UcrainaI tre modi per condannare Putin e i suoi gerarchi davanti a un tribunale internazionale

C’è un crimine inconfutabile da cui sono discesi tutti gli altri: scatenare una guerra d’aggressione. Per superare i limiti dell’Aja e le mancate ratifiche della Russia, scrive Serhiy Sydorenko (direttore editoriale di Evropeiska Pravda), va definita la formula per una nuova Corte speciale

Un manifesto su un lampione contro Putin
AP Photo/Alastair Grant

All’inizio di marzo 2022, pochi giorni dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte delle truppe della Federazione Russa, si è tenuto un dibattito a porte chiuse alla Chatham House di Londra, alla quale ha assistito un corrispondente di Evropeiska Pravda: diplomatici e avvocati internazionali hanno discusso su come creare un «nuovo Tribunale di Norimberga» per i crimini commessi (e ordinati) dalla classe dirigente russa.

Allora, però, i fautori di questa idea non sapevano come raggiungere questo obiettivo. Soltanto in seguito i partecipanti a quel dibattito hanno ammesso a Evropeiska Pravda che nelle discussioni con le capitali occidentali, nei primi mesi, si erano sentiti rispondere in modo categorico: «Non ci pensate nemmeno, è una cosa impossibile che non potrà mai accadere».

Gli alleati adducevano alcune ragioni per le loro obiezioni. L’argomento più semplice era: e se la Russia e i suoi satelliti rispondessero al «tribunale contro Putin» creando un proprio «tribunale contro Biden (Macron, eccetera)»? Come garantire che l’avvio di questo tribunale non scoperchiare il vaso di Pandora?

Un anno di discussioni ha convinto molti scettici. Oggi in Occidente c’è consenso sulla necessità di istituire un tribunale, ma non si è ancora capito come. Sul tema, i punti di vista di Kyjiv e degli alleati sono divergenti, per cui si valutano diverse opzioni. Questo articolo di Evropeiska Pravda spiega perché la questione è così urgente, come questo tribunale dovrebbe funzionare e chi, oltre a Vladimir Putin, potrebbe finire sul banco degli imputati.

L’intoccabile Putin e la fine dell’impunità
Il presidente Vladimir Putin è un criminale di guerra responsabile di migliaia di vite perdute, di crimini contro l’umanità commessi in Ucraina e, secondo molti avvocati ucraini, di genocidio. Per noi ucraini queste affermazioni possono sembrare un assioma. Perché dimostrare l’ovvio?

Ma per molti altri nel mondo – avvocati, politici e cittadini comuni, anche nei Paesi europei – non è così. Basti ricordare che prima del 24 febbraio, quando l’immagine della Russia per gli ucraini era già inequivocabile, essa rimaneva un partner perfettamente accettabile per molti leader e imprese straniere.

L’invasione su larga scala e le rivelazioni dei crimini dell’esercito russo a nord di Kyjiv e in altre regioni hanno portato a un cambiamento nella comprensione dell’Occidente su chi sia il presidente russo. Ma per molti occidentali tuttora non è un criminale perché, secondo i principi del diritto, ciò può essere affermato solo dopo una sentenza di colpevolezza da parte di un tribunale e questo tribunale fino ad ora non c’è stato.

Ma esiste anche una particolarità. Uno dei principi non scritti del diritto internazionale è l’immunità dai procedimenti giudiziari per capi di Stato, primi ministri e ministri degli Esteri in carica. Si ritiene che questi funzionari durante il mandato godano di un’immunità quasi assoluta nei confronti delle forze dell’ordine di altri Stati.

Un dettaglio importante: questo principio non è definito in documenti come le convenzioni delle Nazioni unite, ma viene considerato nel mondo come incondizionatamente valido. E questa è la sfida più grande davanti ai tentativi dell’Ucraina di ottenere la condanna penale di Putin.

Tuttavia, esiste un tribunale permanente nel sistema giuridico internazionale che ha il diritto di aggirare l’immunità: la Corte penale internazionale (Cpi), con sede all’Aja in Olanda. Lo Statuto di Roma, il documento istitutivo della Corte, ratificato da centoventitré Paesi, prevede un articolo specifico, l’articolo 27, che stabilisce che il tribunale può perseguire anche i capi di Stato in carica e qualsiasi altro funzionario che abbia commesso crimini internazionali.

È stato proprio questo articolo a permettere al procuratore dell’Aja di emettere un mandato d’arresto per il presidente russo a metà marzo. Ma il problema è che non è sufficiente. Un mandato d’arresto rappresenta soltanto un sospetto, non una prova di colpevolezza. E il compito dell’Ucraina è quello di portare il caso a una sentenza.

Perché è necessario un altro tribunale?
L’attuale accusa contro Putin riguarda solo un tipo di crimine tra quelli di cui è complice e mandante: il procuratore della Corte ha raccolto prove del suo coinvolgimento nella campagna di rapimento e deportazione dei bambini ucraini in Russia.

Perché è stato scelto questo particolare crimine tra i tanti commessi dai russi in Ucraina? Perché è qui che il coinvolgimento di Putin è più facile da dimostrare. Il presidente ha firmato personalmente un decreto che stabilisce la base legale (si fa per dire) del rapimento dei bambini, e quindi ha partecipato a quel crimine.

Non è l’ultimo, né l’unico, di cui il dittatore russo può e deve essere accusato. Ma per gli altri i crimini di guerra è molto più complicato trovare prove che indichino la sua colpevolezza. Difficilmente esistono degli ordini messi per iscritto del padrone del Cremlino di stuprare e uccidere civili a Kyjiv e in altre regioni. Non esiste un decreto pubblico del presidente russo sulla distruzione delle infrastrutture civili dell’Ucraina, e così via.

Una questione a parte è il crimine di genocidio. In questo caso, il coinvolgimento di Putin può essere provato sulla base delle sue dichiarazioni pubbliche che negano l’esistenza dell’Ucraina come nazione. Ma provare il genocidio presenta altre difficoltà e l’attuale procuratore della Corte penale internazionale non ha ancora aperto un’indagine su questo. È piuttosto una questione per il futuro (si spera, il prossimo futuro).

Ma c’è un altro crimine in cui la colpa di Putin è evidente e semplicemente innegabile. Si tratta del crimine di aggressione. Anche scatenare una guerra di aggressione è un crimine di diritto internazionale, punibile secondo l’ultima versione dello Statuto di Roma. Dopo tutto, questo crimine sta alla base anche di tutti gli altri: senza l’invasione dell’Ucraina la Russia non avrebbe potuto commettere lì nessun crimine di guerra.

Allora perché non è stato emesso un mandato di arresto per Putin per aggressione? Perché la Corte risente di alcuni limiti. L’articolo sul crimine di aggressione può essere applicato solo contro i capi di quegli Stati che hanno ratificato non solo lo statuto stesso, ma anche la relativa clausola aggiuntiva sul crimine di aggressione (solo quarantaquattro Stati lo hanno fatto e quasi la metà sono membri dell’Ue). La Russia, ovviamente, non è tra le firmatarie dello Statuto. Pertanto, la Corte penale internazionale è impotente in questa materia.

Ma il crimine di aggressione di Putin non smette per questo di essere un crimine! Per punirlo è necessario creare un nuovo organo internazionale che indaghi su questo crimine. È proprio questo che l’Ucraina sta promuovendo con il nome di «Tribunale speciale per il crimine di aggressione».

L’obiettivo è ottenere una sentenza contro la classe dirigente russa, il che significherebbe che Putin e molti dei suoi seguaci verrebbero definiti criminali internazionali. Si tratterebbe di un riconoscimento legale e ufficiale che eliminerebbe tutte le obiezioni di coloro che invocano la presunzione di innocenza. Inoltre, la creazione di questo tribunale speciale potrebbe superare i limiti e le difficoltà della Corte penale internazionale.

In altre parole, il tribunale speciale dovrebbe essere ancora più efficace della Corte dell’Aja.

Un tribunale per un solo crimine
L’idea chiave del tribunale speciale è la giustizia nei tempi brevi. Deve esserci un tribunale speciale istituito appositamente per indagare un unico crimine: l’aggressione. Gli altri crimini, quali quelli di guerra, contro l’umanità e le accuse di genocidio dovranno rimanere nella competenza della Corte penale internazionale.

Questo permetterebbe di arrivare alla condanna in tempi molto brevi. Sarebbe già di per sé un enorme vantaggio rispetto alle abituali procedure della Corte, al contrario, molto lunghe. Un esempio esplicativo è la persecuzione dell’ex presidente della Jugoslavia Slobodan Milošević. Ebbene sì, Milošević fu consegnato all’Aja nel 2001 ed è deceduto lì, prima che la condanna fosse ancora stata emessa.

Un altro leader serbo, Radovan Karadžić, è stato arrestato e consegnato all’Aja nel 2008. La sentenza di primo grado è stata pronunciata soltanto otto anni dopo, nel 2016. Ci sono voluti altri tre anni per il ricorso in appello che ha confermato tutte le accuse.

Sulla salute di Putin, ora settantenne, ci sono molti rumors fondati. Arriverà mai davvero anche solo ipoteticamente alla condanna, se mai dovesse comparire al banco degli imputati? Ci sono tanti dubbi.

Invece, per quanto riguarda il crimine di aggressione, di fatto non c’è nulla da indagare. Qui è tutto chiaro: esiste la fattispecie indubbia del crimine, ci sono delle prove evidenti di chi ha impartito l’ordine di invadere. Putin ha, inoltre, personalmente ammesso la propria responsabilità nel discorso nella notte del 24 febbraio, mandato in onda quando l’invasione era già iniziata.

L’essenziale è far partire il processo. Dopodiché il riconoscimento della colpa del leader russo può avvenire nell’immediato, visti gli standard della giustizia internazionale. Eppure c’è un altro problema che, speriamo, la Corte possa superare. La Corte penale internazionale non avvia il processo prima che l’imputato venga arrestato e condotto all’Aja. Siamo onesti: le probabilità di arrestare Putin sono davvero scarse.

Questo è un altro motivo per cui anche se il mandato di arresto contro il presidente russo per il rapimento dei bambini ucraini è un buon traguardo, sarà più difficile provare altri filoni della sua condotta a livello giuridico. Per questo, l’Ucraina chiede che il tribunale speciale debba avere il diritto di processo in contumacia.

È teoreticamente possibile. Sicuramente è complicato. Infatti vari Paesi, che rigettano la giustizia penale in contumacia nei propri sistemi di diritto (come ad esempio Stati Uniti e Gran Bretagna), vi si oppongono. Tuttavia, questo è un elemento di cruciale importanza. Altrimenti il sospetto nei confronti dei pubblici ufficiali russi rimarrà tale fino alla loro morte, e tutti gli sforzi di istituire la «corte per Putin» sarebbero vani.

Chi sono gli altri imputati?
Il tribunale speciale non dovrebbe condurre il processo solo per Putin. L’elenco di quelli che devono finire alla sbarra insieme a lui (in presenza o a distanza) per ora non è definito e non potrà esserlo finché il tribunale speciale non sarà creato una volta per tutte. La lista degli imputati dovrebbe essere stilata da una procura o dall’equivalente organo incaricato di sporgere le accuse secondo i capi di imputazione.

Però nel processo di organizzazione del tribunale speciale questa lista dovrebbe essere formulata almeno in grandi linee. Una delle possibilità alla base delle accuse verso gli imputati può essere il delitto dell’aggressione a uno Stato sovrano codificato del testo dello Statuto di Roma. Secondo questo articolo, gli imputati per l’aggressione possono essere le persone che hanno «pianificato, preparato ed eseguito l’atto di aggressione», specificando che non si tratta di semplici esecutori ma delle persone cui faceva capo «il controllo sulle azioni militari e politiche dello Stato aggressore».

Di conseguenza oltre a Putin nella lista possono finire i nomi del ministro della difesa Sergej Shoigu, gli alti comandi dell’esercito e degli altri organi militari, il capo del governo della Federazione Russa in carica. Non è escluso che insieme ai vertici politici della Russia sul banco degli imputati possono finire anche i loro colleghi bielorussi con in prima linea l’autoproclamato presidente Aleksandr Lukashenko. Né la possibilità di allargare ulteriormente la lista.

In tutte le discussioni al livello internazionale riguardo al tribunale speciale, spunta anche il nome di Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri russo che cerca tuttora di raggranellare consensi sul piano internazionale per giustificare l’aggressione. L’attenzione del tribunale speciale potrebbe essere anche attirata dai propagandisti russi che gestiscono la campagna di mistificazione e sostegno all’aggressione tra il pubblico domestico.

Per ora questi nomi sono solo supposizioni, con assoluta certezza possiamo parlare solo delle accuse nei confronti del presidente russo e dei suoi gerarchi militari. Ma anche solo un nome, quello di Putin, basterebbe per far sorgere il problema che abbiamo affrontato all’inizio, cioè l’immunità dei capi di stato. La questione più importante sta nel come aggirare questa immunità.

Agire sotto l’egida Onu, come vorrebbe Kyjiv
La variante più corretta e giuridicamente ideale sarebbe creare il tribunale speciale con una decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Però questa possibilità per l’Ucraina è preclusa, dal momento che l’ambasciatore russo occupa la poltrona di membro permanente del Consiglio e quindi porrà il veto a qualsiasi proposta di questo tenore.

Kyjiv continuerà a sostenere la sua linea: la Russia dovrebbe essere esclusa dal Consiglio di sicurezza, e anche dall’Onu, ma questo non cambierebbe il fatto che sarebbe comunque una strada senza via d’uscita per l’Ucraina. Quindi ci restano alcune opzioni abbastanza «problematiche», cioè non ideali dal punto di vista giuridico.

La prima opzione sta nel creare il tribunale speciale con una decisione dell’Assemblea generale dell’Onu. Questa è la via che preferisce l’Ucraina. Promesse che l’Assemblea generale avrebbe votato una decisione sono trapelate in continuazione, da tutte le parti, ma per ora non si è visto nemmeno un progetto di tale risoluzione. Anche la frequenza con la quale i diplomatici e i politici la annunciavano è diminuita drasticamente.

L’idea di passare attraverso l’Assemblea generale ha riscontrato incomprensioni e mancato sostegno da parte degli alleati chiave dell’Ucraina. La questione sta non nel raccogliere i voti necessari per approvare la risoluzione, anche se questa è una sfida tutta da combattere, ma nella semplice risposta alla domanda di quanti voti servano per approvare una risoluzione come quella sul tribunale speciale.

Una tale risoluzione potrebbe essere contrassegnata come «importante» e allora servirebbero i due terzi dei voti degli Stati membri presenti e votanti all’Assemblea. In pratica, corrisponde a più di cento nazioni. È un numero cospicuo, ma tuttora raggiungibile se gli Stati Uniti e i Paesi chiave dell’Ue si spendessero in prima persona e facessero pressioni.

Per la maggioranza delle nazioni africane e dell’America latina, nonostante i legami con la Russia, sarebbe molto opportuno introdurre un meccanismo di giustizia, e far pagare al Cremlino l’aggressione, per avere anche solo una minima sicurezza di non diventare un giorno il bersaglio dei loro vicini più forti.

Il loro consenso nell’approvazione di una tale decisione all’Assemblea generale dell’Onu, senza passare per il Consiglio di Sicurezza, potrebbe creare un precedente, in cui le decisioni sulla sicurezza vengono accolte senza prendere in considerazione la posizione del Consiglio di Sicurezza. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, che godono del veto, non sono molto favorevoli.

L’Ucraina comunque sta continuando a lavorare in questa direzione proponendo anche una seconda opzione per creare il tribunale speciale. Si tratta di un accordo multilaterale. Nel diritto internazionale esiste un concetto: un accordo firmato e ratificato da più di sessanta Paesi viene riconosciuto come «l’opinione della società mondiale» senza passare per l’Assemblea generale e il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Potrebbe bypassare le immunità anche senza la ratificazione del Palazzo di vetro.

È un approccio abbastanza contraddittorio, però la gran parte dei giuristi ucraini lo preferiscono, contando sul fatto che un tale accordo potrebbe comunque ricevere il sostegno dell’Assemblea generale. Vediamo quali sono le difficoltà in questo caso.

Ratificare il testo nei Parlamenti dei vari Stati, anche in quelli pronti a firmarlo, può diventare un incubo prolungato, con il rischio di eliminare nel corso dell’iter tutti i punti positivi di un tale accordo. Andrebbe poi evitata l’eventualità di identificare il nuovo tribunale come quello dei Paesi occidentali contro la Russia, rovinando l’idea originale alla base della sua esistenza.

Alcune potenze occidentali ritengono questa seconda opzione ancora più pericolosa della prima. Dopo aver accolto sessanta firme dai Paesi che sosteranno un «tribunale antirusso», la Russia e la Cina potrebbero a loro volta cercare sottoscrizioni per un «tribunale antiamericano» per avviare un processo «internazionale» a distanza su Biden o George W. Bush, o altri ancora.

Tra gli argomenti contro il processo (e la condanna) la Russia potrà “trovare” senz’altro il mantra propagandistico che «l’Ucraina per otto anni ha bombardato i figli del Donbas». Credo che ci siano dei Paesi che firmerebbero entrambi gli accordi, quello «antirusso» e quello «antiamericano».

L’opzione numero due porta con sé una minaccia potenziale, però i partner dell’Ucraina la considerano reale. Per questo all’Ucraina viene chiesto di accettare una terza opzione.

La terza via, il tribunale ibrido
I primi a parlare dell’idea di un cosiddetto «tribunale ibrido» sono stati gli alleati dell’Ucraina; stando ad alcune informazioni, soprattutto la Francia e la Germania. A fine gennaio gli europei già insistevano su questa opzione come l’unica e priva di alternative. La presentavano proprio così ai giornalisti durante gli incontri a porte chiuse.

Tuttavia, dopo qualche settimana di valutazioni l’Ucraina si è espressa del tutto contraria. Il primo a chiarirlo è stato il capo dell’Ufficio del presidente, Andrii Yermak, che presiede la commissione sull’istituzione del tribunale speciale. Durante la conferenza di Monaco sulla sicurezza ha respinto come inaccettabile tale idea. Poi l’ha ribadito anche alla conferenza «United for Justice» tenutasi a Leopoli.

Nonostante tutto questo, e nonostante l’opposizione dell’Ucraina, la Commissione europea ha risposto che il «tribunale ibrido» non è stato rimosso dall’ordine del giorno. Il colpo più duro, però, lo hanno assestato in questi giorni gli Stati Uniti, che hanno pubblicamente appoggiato tale opzione.

Stando alle fonti di Europravda, il sostegno di Washington esisteva già prima, anche se tacito. Ma cosa vuol dire «tribunale ibrido»? Non esiste una definizione precisa, tuttavia ora nel dialogo con i partner si parla di una Corte che agirebbe secondo la legislazione ucraina e potrebbe condannare i criminali sulla base del Codice penale dell’Ucraina, però si terrebbe all’estero (si parla proprio dell’Aja) e tra i giudici ci sarebbero sia i rappresentanti dell’Ucraina sia i giudici internazionali.

Gli ideologi di questa proposta sostengono che per l’Ucraina, in quanto vittima dell’aggressione, il tema dell’immunità delle alte sfere russe non si porrebbe. Inoltre, questa variante rimuove la questione di rapidità del processo e della possibilità di giudizio in contumacia, che nel Codice penale ucraino è già presente.

A Kyjiv non sono d’accordo con queste affermazioni. Sostengono che la rimozione dell’immunità non è un tabù, si può discutere; la legittimità internazionale della Corte fa invece sorgere delle domande. Se l’Ucraina dovesse condannare Putin, chi sarebbe d’accordo con il fatto che si tratti di una condanna internazionale? E non ci sarebbe una contro argomentazione su un presunto conflitto di interessi dell’Ucraina?

Ci sono, inoltre, importanti quesiti sulla legittimità di istituire un tribunale. La Costituzione dell’Ucraina vieta esplicitamente l’istituzione di tribunali speciali (e qui si tratta proprio di un tribunale speciale per un solo crimine), inoltre obbliga la sua magistratura a pronunciare le sentenze «a nome dell’Ucraina». Quindi per avviare un simile tribunale si dovrebbe cambiare la Costituzione, ma ciò è impossibile fino a quando non finiranno lo stato di emergenza e legge marziale attualmente in vigore.

In poche parole, tutte e tre le opzioni sono problematiche. La decisione finale non è stata ancora presa. Dipende molto dai diplomatici ucraini e dai leader del Paese, dalla loro capacità di convincere gli alleati. La cosa più importante, però, è che abbiamo varcato il Rubicone: se ancora un anno fa la risposta dell’Occidente sulla questione del tribunale era «assolutamente no», ora invece la risposta è «assolutamente sì, dobbiamo solo trovare la giusta via».

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