SurrenderIl ritorno di Donald Trump a New York, in tribunale

L’ex presidente arriva dalla Florida tra misure di sicurezza straordinarie: è la lezione, appresa, del 6 gennaio che proprio lui ha sobillato. L’incriminazione di oggi è solo una di quelle che pendono sul tycoon, e le altre sono ancora più gravi

Associated Press/LaPresse

Donald Trump torna nella sua città, da incriminato. Ricompare sotto il grattacielo dorato che porta il suo nome, ma oggi comparirà soprattutto davanti ai giudici di New York. Ha ceduto, non ha aspettato l’estradizione per essersi comprato, in nero, il silenzio della pornoattrice Stormy Daniels prima della campagna elettorale che l’avrebbe portato alla Casa Bianca.

Il viaggio, da Mar-a-Lago in Florida, è stato seguito live dalle televisioni. L’aereo atterra al La Guardia, lui sale su un suv nero, poi la colonna della scorta attraversa Manhattan. Sotto sotto, all’ex presidente non dev’essere dispiaciuta la centralità mediatica che mancava da un po’.

Le autorità della città hanno disposto misure di sicurezza straordinarie. È stata appresa la lezione del 6 gennaio, che ha visto proprio il tycoon tra i sobillatori. I servizi segreti presidiano i suoi spostamenti, calcolano percorsi alternativi dalla Trump Tower al tribunale. Il sindaco Eric Adams ha chiesto ai sostenitori dell’ex presidente, dai quali si attende una manifestazione di sostegno fuori dall’aula, di evitare gli scontri. Il Police Department schiera trentacinquemila agenti, un numero più alto (e meglio addestrato) di alcuni eserciti nazionali, fa notare il New York Times.

Alla sua squadra legale, Trump ha aggiunto Todd Blanche, un avvocato specializzato nella difesa dei colletti bianchi, che aveva già lavorato nel caso di Paul Manafort, l’ex direttore della campagna repubblicana legato a Mosca. Lo staff del magnate ha comunicato di aver raccolto sette milioni di dollari da quando è arrivato il rinvio a giudizio. La battaglia legale – almeno ai suoi inizi, perché potrebbe allungarsi – ha fatto da boost alla piattaforma del candidato alla nomination del Gop per il 2024.

Ha incassato la solidarietà interessata del suo principale avversario, Ron DeSantis, che ha una fama di vincente rispetto all’aura tossica trumpiana. Il governatore della Florida si era detto pronto a difendere l’ex leader, a negare l’estradizione (e si era aperta, almeno qui da noi, una disputa su cosa dicesse la Costituzione americana a riguardo). Nel frattempo, la retorica di Trump è stata incendiaria: ha promesso «vendetta» all’elettorato, lo ha invitato a «riprendersi la nazione» nel caso di un arresto che si sarebbe affrettato a trasformare in un martirio.

Avrebbe voluto fare un comizio a New York, pare. Conta di passarci una giornata, poi di tornare a Mar-a-Lago. Parlerà lì. A prescindere dai fatti di giornata, va ricordata una cosa: questa incriminazione è solo una di quelle che pendono attualmente sul golpista ed evasore fiscale.

Due, le principali: in Georgia stanno accertando le sue pressioni sugli ufficiali pubblici nel tentativo di sovvertire il voto del 2020; una commissione federale speciale sta indagando, sulla base dei documenti classificati che gli sono stati confiscati, il coinvolgimento dell’ex presidente nella sommossa di Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Il procuratore di New York, insomma, è stato solo il primo a muoversi.

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