Transizione proteicaL’incompatibilità tra sostenibilità e consumo di carne da produzione intensiva

In Italia, gli allevamenti intensivi sono responsabili di oltre il settantacinque per cento dell’ammoniaca immessa nell’ambiente. Nel mondo, generano il quindici per cento delle emissioni antropiche. Carne sintetica o meno, il cambiamento deve iniziare immediatamente: le alternative esistono già

Wikimedia Commons

«Io sono molto curiosa di provarli, bisogna aprirsi ai nuovi cibi anche perché gli allevamenti intensivi stanno distruggendo il pianeta. Non sono vegetariana ma credo che se si trovano modi per produrre prodotti proteici o carne (come quella sintetica) senza sfruttare troppo l’ambiente sia sicuramente meglio Mi sembra molto strano che le persone guardino con disgusto a questi nuovi prodotti. Del resto, soprattutto a Parma, regno della Food Valley, mangiano da sempre i salumi, non vedo perché scandalizzarsi se si producono farine, tra l’altro molto proteiche, con i grilli o altri insetti. È un luogo comune come tanti altri: se gli esperti hanno valutato che è cibo sicuro non vedo perché non provarlo», dice una giovane studentessa universitaria intervistata da Parma Today su uno dei temi particolarmente caldi in questo momento. 

«Vedrete -aggiunge – rincarando ulteriormente la dose della propria capacità di visione – tra qualche anno tutti li compreranno senza problemi e chi ha investito soldi in questo settore sicuramente farà ottimi affari».

Tuttavia, come abbiamo letto e sentito ovunque nei giorni scorsi, il 28 marzo il consiglio dei Ministri, su proposta del ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida, ha approvato con procedura d’urgenza lo schema di disegno di legge recante “Disposizioni in materia di divieto di produzione e di immissione sul mercato di alimenti e mangimi sintetici” che, secondo un principio di precauzione e attraverso un divieto di produzione e commercializzazione che riguarda tanto gli alimenti destinati al consumo umano quanto i mangimi animali, ha l’obiettivo dichiarato di «assicurare la tutela della salute umana e degli interessi dei cittadini nonché preservare il patrimonio agroalimentare, quale insieme di prodotti espressione del processo di evoluzione socio-economica e culturale dell’Italia, di rilevanza strategica per l’interesse nazionale».

Detto disegno di legge rende l’Italia l’unico Paese al mondo a vietare qualcosa che oltretutto, nella realtà dei fatti, non è stato ancora autorizzato. Come ha affermato alcuni giorni fa un portavoce della Commissione europea in tema di sanità, al momento non solo non è in corso alcun iter, ma non è neanche pervenuta alcuna richiesta. Dopo l’iter valutativo, avviato su richiesta delle aziende che intendono procedere con la commercializzazione, i cosiddetti “novel food” devono ottenere il via libera dell’autorità europea per la sicurezza alimentare. Insomma, è un processo lungo. 

Eppure, è sempre più drammaticamente evidente che per migliorare la sostenibilità dei sistemi alimentari è necessario ridurre il consumo di carne da produzione intensiva, e quindi l’assunzione di proteine da questa fonte. Non è mai superfluo ricordare che, secondo la Fao, l’allevamento intensivo di animali per la produzione di carne e altri derivati genera circa il quindici per cento di tutte le emissioni antropiche globali. 

Per quanto riguarda l’Italia, gli allevamenti intensivi sono responsabili di oltre il settantacinque per cento dell’ammoniaca immessa nell’ambiente. E mentre tutti concordano sull’urgenza di attuare una transizione proteica, noi ci sfiliamo anche dal dibattito sulle migliori alternative alla carne, come i legumi, i prodotti plant-based, la carne sintetica o gli insetti. Circa i prodotti a base di questi ultimi, la stima di un’analisi Nomisma è che in Europa entro il 2030 raggiungeranno quota 260mila tonnellate per oltre 390 milioni di consumatori. 

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