Un Senato di mattiLa solita destra incapace di dirsi antifascista e l’indecente mozione La Russa sulle date fondative d’Italia

La maggioranza è riuscita a spaccare il Parlamento perfino sui momenti più importanti della storia nazionale. Come prevedibile, neanche in vista del 25 aprile FdI vuole onorare la memoria della guerra di Liberazione

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«Co-mu-in-sti, co-mu-ni-sti». La curva fratelliditalista si infervora, è appena stata approvata al Senato la mozione “larussiana” sulle date nazionali condivise, dentro la quale c’è di tutto come nei minestroni di “Povera gente” di Fedor Dostojevskij, dal 25 aprile (1945) al 18 aprile (1948), dal Primo maggio al 17 marzo (1861), proclamazione del Regno d’Italia, le foibe e la shoah e la caduta del Muro di Berlino. Manca solo un dettaglio: la parola “antifascismo”.

Per questo il Partito democratico ha votato contro. Mentre Terzo Polo e Movimento 5 stelle si sono astenuti. «Si è persa un’occasione – ha detto a Linkiesta Lella Paita, Italia Viva – la destra non pronuncia la parola antifascismo, dall’altra il Partito democratico lavora per dividere, nello scontro ideologico si alimentano a vicenda». La maggioranza in precedenza aveva votato a favore della mozione delle opposizioni che traeva spunto dalle parole di Liliana Segre, ma poi ha rovinato tutto con una propria mozione divisiva. «Noi un documento parlamentare ove non figuri l’antifascismo non lo votiamo», questa la valutazione del Partito democratico.

Risultato finale, il Senato della Repubblica ha approvato due mozioni: una nella quale l’antifascismo c’è e l’altra nella quale l’antifascismo scompare. Molto educativo. Un Senato di matti, direbbe non a torto il cittadino comune.

Ma spieghiamo meglio la vicenda dall’inizio. In vista del 25 aprile due settimane fa tutte le opposizioni preparano un testo che trae spunto dall’intervento in Senato di Liliana Segre quando presiedette la seduta inaugurale: «Perché mai – disse quel giorno la senatrice a vita – dovrebbero essere vissute come date divisive anziché con autentico spirito repubblicano, il 25 aprile, il primo maggio, il 2 giugno? Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell’esempio, di gesti nuovi e magari inattesi».

Con questa premessa – recita la mozione delle opposizioni – si impegna il Senato «ad adottare le iniziative necessarie affinché le commemorazioni delle date fondative della nostra Storia antifascista si svolgano nel rispetto della verità storica condivisa».

La settimana scorsa poi Walter Verini (Partito democratico) aveva sostanzialmente unito l’aula di palazzo Madama nella rievocazione dell’orrendo rogo di Primavalle di cinquant’anni fa, un momento di vita parlamentare che aveva fatto sperare in una convergenza sul testo delle opposizioni e stop. E invece altro che «gesti nuovi e magari inattesi».

La maggioranza ha votato a favore della mozione delle opposizioni ma poi Fratelli d’Italia, con gli altri della maggioranza al seguito, ha pensato bene di spaccare l’Aula con un’altra mozione facendo saltare una piena condivisione, drizzando le orecchie alla parola «antifascismo», che infatti non compare nella sua mozione infarcita di date che nulla c’entrano tra loro, uno strano calendario soi disant “condiviso”, in particolare infilando quel 18 aprile 1948 che rappresenta l’esito di una battaglia politica democratica che non può essere certo messa a paragone con la guerra di Liberazione nazionale conclusasi il 25 aprile.

E comunque – ha tagliato corto Francesco Boccia, capogruppo dem – «chi non pronuncia la parola antifascismo rischia di umiliare la memoria». E infatti il documento della destra ricalca perfettamente il discorso che Ignazio La Russa pronunciò dopo la sua elezione a presidente del Senato, qualche settimana prima dei vaneggiamenti su via Rasella. Insomma, dopo l’elucubrazione del cognato della premier sulla sostituzione etnica, mentre si ciancia di pacificazione e memoria condivisa, è come se ieri si fossero approvate sia una “mozione Segre” sia una “mozione La Russa” però riuscendo con quest’ultima a dividere il Senato. È finita tra urli e insulti. Questo è quanto ha saputo partorire il Parlamento della Repubblica, a pochi giorni dal 25 aprile.

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