Si possono leggere quattro libri in due giorni, in questo secolo, senza essersi prima rinchiusi in un convento con la regola del silenzio e il sequestro dei cellulari? La domanda, mi rendo conto, è mal posta. Servono altre coordinate.
La cosa che è più importante specificare è: non ho figli né altri animali domestici. Questo fa sì che, tradizionalmente, la qualità della mia vita sia molto alta: nessuno mi sveglia, nessuno m’interrompe, nessuno esige la mia attenzione. O meglio, questa è, storicamente, la mia beatitudine: al presente, non è più tanto così.
Nessuno mi sveglia, in effetti; ma, una volta che mi sono svegliata e ho acceso il telefono, esso ha più bisogno d’accudimento d’un cane o d’un bambino. E no: non è colpa dei social.
Sette anni fa Andrew Sullivan si è chiuso in convento. L’ha fatto perché gli sembrava d’essere diventato dipendente dalle notifiche, dai riscontri, dagli aggiornamenti. Insomma: dall’internet. Il suo medico gli ha chiesto se veramente intendeva essere sopravvissuto alla sieropositività per soccombere all’internet, e lui ha pensato alla risposta, ha pensato che l’internet gli aveva dato anche cose buone, e le ha elencate sul New York.
«Un pubblico che contava anche centomila persone al giorno; un lavoro nei nuovi media che era addirittura remunerativo; un continuo flusso di cose che mi infastidivano o illuminavano o facevano infuriare; una nicchia nel centro nevralgico della conversazione globale; e un modo di misurare il successo, per mezzo di dati sbrilluccicanti, che era un continuo bagno di dopamina per l’ego dell’autore».
Poi però si è chiuso in convento, chissà se autoscattandosi prima (è un mistero perché tutti quelli che si occupano del problema delle notifiche non tengano mai presente il vero problema, cioè quello delle fotografie: la notifica che Vongola75 ti ha messo like non è distraente quanto il costante pensiero che prima d’inforchettare gli spaghetti devi fotografarli).
I social sono un problema, e chi lo nega. Sono un problema nel minare la concentrazione, sono un problema nella qualità della conversazione collettiva. Giorni fa qualcuno notava, dandone la colpa ai social, che la Bbc, della quale siamo abituati a parlare come fosse più seria dei media cui siamo abituati noialtri, aveva ripreso come un qualunque Cavalli e segugi delle nostre parti il post d’una tizia che raccontava che il padre s’era sbagliato a cliccare e aveva comprato sessanta paia d’occhiali da lettura.
Nel post che non ritrovo – perché il risultato di troppe informazioni è che le perdi tutte – si diceva che è colpa dei social: sui social la gente condivide solo stronzate, quindi anche la Bbc è costretta a pubblicare stronzate. Ma i social siamo noi, nessuno si senta escluso: siamo noi questo prato di stronzate sotto il cielo, siamo noi che clicchiamo sugli «strano ma vero spiegato bene» e non sui reportage di guerra.
Tuttavia se, come me, non hai mai dato il permesso a nessun attrezzo di notificarti ciò che accade sui social, puoi leggere “L’uomo senza qualità” senza interruzioni. A meno che non sia tu stesso a dire faccio merenda e anche una pausa Twitter, nessuno te la impone. Il guaio sono le comunicazioni private, mica i social.
Vi ricordate quando si telefonava? Era un mondo apparentemente più invadente: la gente ti telefonava senza prima scriverti «posso chiamarti?», la gente ti telefonava e tu, qualunque cosa stessi facendo, dovevi mollare tutto e darle retta. Adesso, c’illudiamo, è tutto molto più discreto, la gente manda messaggi e tu li leggi a tuo comodo. Ma quando mai.
Il mio numero di telefono ce l’ha davvero poca gente. La settimana scorsa l’addetta stampa mai conosciuta di una casa editrice, sentendosi probabilmente sveglia ed efficiente, se l’è procurato e mi ha scritto su WhatsApp dicendomi che voleva mandarmi un libro e se le davo l’indirizzo. Mi sono indignata per tutt’un complesso di cose: ti pare che non mi conosci e mi dai del tu, ti pare che mi scrivi su WhatsApp come fossimo amiche, ti pare che ti procuri il numero ma non sai procurarti l’indirizzo. Un secondo dopo aver bloccato il suo numero, ho iniziato a lamentarmi con chiunque, e nessuno capiva.
Per gli esseri umani è normale che tutti abbiano il loro numero e lo usino, gli esseri umani hanno chat dei genitori e dell’ufficio, notifiche continue, e ciò non induce in loro un esaurimento nervoso (ma impedisce loro di leggere anche solo Bartleby senza venire interrotti cinquecento volte).
Io, che alla mia concentrazione tengo, blocco continuamente conoscenti non abbastanza sveglie (sono finora state tutte donne: sarà un’anomalia genetica?) da capire che per scrivere «come va? mi annoio. che fai?» non possono mandare sette messaggi, perché sette messaggi sono sette notifiche che mi tocca eliminare una a una mentre magari sul telefono sto cercando di leggere non dico Middlemarch ma anche solo un trafiletto su un tizio che compra sessanta paia di occhiali, e non riesco ad arrivare alla fine di quelle sei righe senza che mi s’illumini una delle loro idiote notifiche da una parola l’una. (La demenza maschile di solito ha lo specifico di mandare foto: i maschi che non battevano chiodo al liceo sono ancora fermi lì, convinti tu voglia vedere dove sono e cosa fanno in quel momento, certi tu voglia poter visualizzare la stanza di Micòl Finzi-Contini).
Tuttavia, a parte le dementi da una parola a notifica e i dementi da «ecco la foto della sala d’aspetto in cui mi trovo», il mio WhatsApp è pieno gente abbastanza selezionata da avere il privilegio di rivolgermi la parola, ovvero di interlocutrici interessanti (anche interlocutori, ma devo enfatizzare le qualità femminili dopo averne enfatizzato i limiti, sennò chi li sente quelli delle quote).
Il che fa sì che io ogni volta che il telefono s’illumina lo prenda per vedere se per caso qualcuno mi ha mandato una succulenta polemica imbecille di Instagram, o uno svarione di italiano in un articolo di prima pagina, o un pettegolezzo su chi va a letto con chi, o una foto di una casa arredata malissimo e sfoggiata con incomprensibile orgoglio su qualche giornale o social, o una segnalazione di qualche spunto che mi può essere utile per qualche libro o articolo, o una bozza da correggere, o una domanda cui serve che risponda.
Per tutto questo una volta ci sarebbero state telefonate cumulative: si parlava per un’oretta e ci si aggiornava su tutto; adesso, la gente ti notifica man mano che le cose le vengono in mente, e il risultato è che – invece di risponderle al telefono una volta al giorno o a settimana – devi vagliare messaggi cui capire se sia necessario rispondere decine, centinaia di volte al giorno.
Il che fa sì che io questa settimana non sia mai riuscita ad arrivare in fondo a un articolo di giornale; ma due settimane fa, mentre quelli che hanno figli o hanno cani digerivano i pranzi pasquali, abbia letto quattro libri che rimandavo da tempo perché ero troppo impegnata a deconcentrarmi dando retta a qualunque richiesta d’attenzione, e invece ho scoperto che so ancora leggere più di dieci pagine se il telefono non squilla mai mai mai – il che accade solo durante le feste comandate, il che implica che i prossimi romanzi li leggerò a Natale. A meno che prima d’allora non mi chiuda in convento.