Quesiti linguisticiMa cos’è questo «brodo di giuggiole»? Risponde la Crusca

La dolcezza dei preparati a base di questa bacca e le sue proprietà curative sarebbero alla base del modo di dire: il massimo della piacevolezza per le papille gustative e per la salute verrebbe a indicare l’apice (o l’eccesso) della contentezza

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Alcuni lettori ci hanno chiesto di fornire spiegazioni sull’etimologia e la motivazione storica della locuzione in brodo di giuggiole, usata spesso in dipendenza da verbi come andare (il caso più frequente), mandare, essere.

Risposta
La curiosa locuzione che i lettori ci propongono risulta abbastanza diffusa: oltre che nella lessicografia sincronica, non mancano attestazioni nella stampa, nei social network e nel web in genere.
Non vi sono dubbi sul significato dell’espressione: andare/essere in brodo di giùggiole (e ugualmente mandare) indica la condizione di chi gongola di gioia, muore dalla felicità, è insomma estremamente contento (cfr. Sabatini-Coletti s.v. giuggiola). Si tratta di una contentezza tale che la persona che la sperimenta non è più completamente in sé (cfr. Vocabolario Treccani online).

Alcuni numeri tratti dalla rete: la ricerca su Google al 25/8/2022 limitata alle pagine in italiano indica 58.700 risultati per brodo di giuggiole; 31.700 risultati con la preposizione anteposta (in brodo di giuggiole); 4.990 risultati per va in brodo di giuggiole; 1.650 risultati per manda in brodo di giuggiole. Prevalgono contesti relativi allo sport, alle relazioni amorose, al comportamento degli animali domestici, alla cucina e al cibo: è implicita quasi sempre una certa ironia o una volontà di sottolineare l’eccesso del trasporto emotivo (si veda il titolo della pagina Facebook Andare in brodo di giuggiole con i video a rallentatore).

Troviamo anche casi in cui il senso si avvicina a quello di ‘perdere completamente il controllo’:

L’ambiente tardo-poser non limita però una cucina che se non va in brodo di giuggiole a causa dell’alto numero di coperti è in grado di preparare alcuni piatti liguri come da luogo d’origine. (Descrizione di un ristorante di Milano)

Numerose anche le attestazioni nella lingua giornalistica: sulla “Repubblica” brodo di giuggiole è attestato 202 volte nel periodo 1984-2022; sulla “Stampa” la stessa ricerca fornisce 332 risultati (periodo 1867-2005), con le prime attestazioni risalenti al 1869 (con picco di frequenza negli anni 1970-80).

Cerchiamo ora di capire cosa hanno a che fare le giuggiole e il brodo con il surplus di felicità.

In tutta Italia per dire che qualcuno si scioglie dalla gioia si dice che va in brodo (cfr. Lurati 2001). Dizionari più antichi (come il Vocabolario degli Accademici della Crusca, 1612) registrano anche andare in brodetto nel senso di ‘andare in malora’: anche la felicità, se eccessiva e molto travolgente, può far perdere il controllo e far “andare in malora” la razionalità.

A questo brodo la fantasia dei parlanti ha aggiunto ingredienti vari, generalmente popolari e a buon mercato: nelle diverse zone d’Italia si può “andare in brodo di fagioli, di gnocchi, di ravioli, di pane, di rape, di ceci, di cicciole” (Lurati 2001 s.v. brodo). Ma la specialità più nota − linguisticamente parlando − è certo il brodo di giuggiole.

La giuggiola è definita nei dizionari “frutto del giuggiolo, tra il rosso e il giallo, di forma simile all’oliva, usato per marmellate e conserve” (GRADIT); “è commestibile, ha proprietà sedative ed emollienti dei bronchi e dell’intestino, ed è usato come frutta da tavola” (GDLI). Il nome dell’albero (giuggiolo) e del frutto (giuggiola) derivano dalla forma latina (conservatasi nella denominazione scientifica botanica) ziziphus, a sua volta proveniente dal greco ziziyphos (cfr. DEI, DELI).

In Italia la giuggiola si chiama così in alcune zone della Toscana, nelle regioni dell’Italia centrale e in certe aree dell’Italia meridionale. Al Nord è più frequente il tipo zìzzola/zìzola, nelle diverse realizzazioni locali (cfr. AIS carta n. 1285), attestato anche in vocabolari tardo-ottocenteschi di area settentrionale (Nazari, Dizionario vicentino-italiano; Rosa, Vocabolario bresciano-italiano; Arrighi, Dizionario milanese-italiano). In Toscana le zizzole indicano il frutto del giuggiolo in certe località dell’area occidentale e meridionale della regione (cfr. ALT-web), come conferma anche la lessicografia toscana di area non fiorentina, che registra zizzola come alternativa a giuggiola (cfr. Petrocchi per l’area pistoiese, Nieri per Lucca e Malagoli per Pisa).

La forma giuggiola (la cui prima attestazione risale al XIII secolo in area senese, poi ampiamente documentata a Firenze nel XIV secolo, cfr. TLIO) si è dunque affermata nella lingua nazionale in quanto di area fiorentina.

Dai dizionari ottocenteschi emerge che il frutto era noto per le sue caratteristiche curative, in purezza per fare decotti contro la tosse, o lavorato insieme allo zucchero e alla gomma arabica per produrre pasticche, sempre allo scopo di dare sollievo ai bronchi (cfr. Giorgini-Broglio, Tommaseo-Bellini, Petrocchi).

La pianta è presente su tutto il territorio nazionale: tradizionalmente sembra essere particolarmente apprezzata nella zona dei colli Euganei. Si veda il portale online Sistema informativo sulla flora vascolare dei colli Euganei, che dedica un approfondimento allo Ziziphus proponendo una lista delle varie denominazioni a livello nazionale specificando: “nella tradizione dialettale di alcune regioni come la veneta o la ligure ancora oggi la giuggiola viene chiamata rispettivamente ‘zizoea’ o ‘zizoa’”).

Ad Arquà (Padova), cittadina famosa per aver ospitato Francesco Petrarca, il brodo di giuggiole esiste davvero e si può anche bere: si chiama così un “infuso idroalcolico naturale a base di frutta autunnale: oltre alle giuggiole mature, si utilizzano le mele cotogne, i melograni e l’uva, mettendo il tutto in infusione con l’aggiunta di zucchero e scorze di limone”. La famiglia Gonzaga in epoca rinascimentale avrebbe offerto questo liquore, rendendolo famoso, ai propri ospiti nella residenza estiva sul lago di Garda (cfr. brododigiuggiole.it).

Immediato il collegamento tra la dolcezza dei preparati a base di giuggiola, unita alle proprietà curative, e il modo di dire in questione: il massimo della piacevolezza per le papille gustative e per la salute verrebbe a indicare, per analogia, l’apice (o l’eccesso) della contentezza.

Ma la questione è in realtà più complessa: infatti i dizionari storici (GDLI), etimologici (DEI) e dei modi di dire (Lurati, Hoepli online), unitamente ad articoli di testate specializzate (Magazine Treccani, Zanichelli), riportano che l’espressione brodo di giuggiole è “un’alterazione dell’originario andare in brodo di succiole” (GDLI s.v. giuggiola).

Cosa sono le sùcciole? Si chiamano così in alcune aree della Toscana (vedi oltre) le castagne bollite (cfr. GRADIT). La forma viene dal verbo succiare, dal modo in cui talvolta si mangiavano le castagne così cotte.

L’espressione in brodo di succiole (più spesso broda nelle prime occorrenze) è ampiamente attestata nella fraseologia toscana a partire dal ’600, con lo stesso significato del brodo di giuggiole che usiamo oggi. Il più alto numero di attestazioni si trova nel Vocabolario degli Accademici della Crusca: la locuzione è registrata nella terza, quarta e quinta edizione come forma “più vile” di andare in broda, con la quale condivide il significato di ‘essere particolarmente felice, compiacersi in grande misura’. I contesti presentati afferiscono a testi comici di autori toscani: l’espressione appartiene quindi a una fraseologia ritenuta tipicamente popolare. L’attestazione più antica (cfr. anche GDLI) si trova nella commedia La Tancia di Michelangelo Buonarroti il Giovane, rappresentata per la prima volta nel 1612: “mi struggo, e me ne vo in broda di succiole” (quarta ed. s.v. succiola). Nella quinta edizione (s.v. broda) si citano due esempi simili sia per data sia per genere, il primo di Benedetto Buonmattei: “Oh lecconi! Vo’ ve ne sarest’iti in broda di succiole” (Cicalate: Le tre sirocchie, 1635); il secondo di Domenico Poltri: “Il buon cuoco se n’andava in broda di succiole, vedendo ch’egli pacchiava sì bene” (Cicalata in lode dei cuochi, fine ’600). L’espressione è usata anche da Ippolito Neri, autore empolese, tra fine ’600 e inizio ’700 nel poema eroicomico La presa di San Miniato; ancora, nella traduzione delle Commedie di Terenzio di Antonio Cesari, pubblicate a inizio ’800. Tutti esempi, come facilmente prevedibile, di autori toscani (tranne il Cesari, che però fu emblema del purismo linguistico toscanocentrico) riferibili al linguaggio delle commedie o al genere delle “cicalate” (genere prediletto dagli Accademici della Crusca, consistente in virtuosistiche digressioni su argomenti futili e inconsueti).

Altre occorrenze sono tutte di carattere lessicografico, per lo più ottocentesche e di autori toscani. Non mancano interessanti eccezioni: ad esempio il Vocabolario bolognese-italiano di Carolina Coronedi Berti (1869, s.v. broda), che cita andar in broda di succiole come “traduzione” del bolognese andar in broda d’ fasù (brodo di fagioli), fornendo una testimonianza di come nelle varie zone d’Italia il brodo proverbiale possa essere creato con ingredienti diversi (cfr. Lurati).

Tornando alle giuggiole, il Vocabolario degli Accademici della Crusca nella quarta e quinta edizione registra un sintagma affine al nostro: disgraziarne/disgradarne l’acqua delle giuggiole “si disse scherzevolmente in maniera proverbiale, volendo lodare o approvare come eccellente qualche atto, o detto, o qualche persona” (quinta ed., s.v. giuggiola). Vengono presentati due esempi, il più antico dalla commedia La strega (scritta tra il 1545 e il 1550) dell’accademico Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, il secondo tratto dalle Dichiarazioni de’ proverbi di Giovammaria Cecchi, pubblicate nel 1820, che sembrano riprendere e spiegare la battuta del Lasca. Questo lo scambio nella commedia: “Che giudizj pettorali. // F. [altro personaggio, ndr] Io ne disgrazio l’acqua delle giuggiole” (quarta ed., s.v. pettorale). L’autore gioca sull’ambiguità dell’aggettivo pettorale: era un giudizio pettorale (termine legislativo considerato arcaico dal Tommaseo-Bellini) quello fornito in modo sommario e senza obbligo di motivazione da parte di un magistrato. In questo contesto, per evidenziare quanto i giudizi siano stati efficaci e ben formulati, l’altro personaggio dichiara che in confronto lui disprezza (disgraziare) l’acqua delle giuggiole (che, come sappiamo, aveva a che fare letteralmente con il petto). La battuta è attestata anche in altra forma: “Io ne disgrado l’acqua delle giuggiole” (cfr. quinta ed., s.vv. giuggiola e disgradare), il che spiega il doppio verbo presente nel sottolemma della quinta Crusca (disgraziarne/disgradarne) e nel Tommaseo-Bellini (s.v. pettorale e s.v. giuggiola). Dunque il decotto fatto con le giuggiole (acqua, e non brodo) era usato con successo già nel ’500, tanto da diventare protagonista di battute scherzose, ma ancora evidentemente non passato all’uso proverbiale di cui ci stiamo occupando.

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