Helsinki mon amour Sanna Marin ha reso la Finlandia una star (e viceversa)

Di lei scrivono che piace più all’estero che in patria, di affinità elettive ma non elettorali. Si vota e comunque vada la leader ha incarnato la nuova centralità del suo Paese per l’Europa, per l’Ucraina e la Nato

La prima ministra finlandese Sanna Marin a un Consiglio europeo
Foto: Consiglio europeo

Non tutte le leadership si possono condensare in una foto, o nelle gallery sui siti dei giornali. Nell’album di Sanna Marin ricordiamo la giacca di pelle nel retropalco di un festival, ma poche sono iconiche come il selfie con Volodymyr Zelensky tra i banchi di un Consiglio europeo straordinario. «Non parlate di me, parlate delle mie politiche», aveva detto a Davos la prima ministra finlandese che domenica affronta le elezioni. Come se le due dimensioni non coincidessero in questa Europa, e in questa politica, con l’autoscatto. Vada come vada l’ordalia del voto, proprio sulla causa ucraina Helsinki ha accresciuto il suo peso specifico nell’Unione e, infine, dentro la Nato.

Quella stessa foto rivela, a modo suo, le contraddizioni con cui tendiamo a raccontare i governi altrui. Di Marin i media generalisti si sono innamorati perché è fotogenica, ma dopo il 24 febbraio 2022 per affezionarsi alla giovane statista bastava la limpidezza dei suoi virgolettati sul conflitto. La sua dottrina: «Il solo modo per finire la guerra è che la Russia se ne vada dall’Ucraina». Più semplice di così. Non avendo dimestichezza con le lingue uraliche, famiglia a cui appartiene quella finnica, leggiamo l’attualità scandinava in inglese. In questa rassegna, la premier socialdemocratica è adorata più all’estero che in patria, dov’è considerata divisiva.

Da «superstar» internazionale a «figura polarizzante», ha spiegato al Financial Times il vicerettore dell’università della capitale. Eppure, ai finlandesi Marin piace: approva il suo operato il sessantaquattro per cento degli intervistati di un sondaggio del quotidiano Helsingin Sanomat. «È raro che il sostegno per il primo ministro non cali alla fine del mandato, è una novità nella politica finlandese», ha detto alla Bbc una ricercatrice dello stesso ateneo di cui sopra. È una contraddizione? Le affinità sono elettive, ma non sempre elettorali. In fondo, la nostra classe dirigente ha impallinato Mario Draghi per consegnare le chiavi del Paese ai sovranisti.

A Stoccolma, gemella di candidatura per l’Alleanza atlantica ma ancora appesa ai veti della Turchia, lo scorso ottobre Magdalena Andersson ha passato il testimone all’esecutivo di minoranza del conservatore Ulf Kristersson. Governa con la stampella populista dei Democratici svedesi, ma il posizionamento atlantista e pro Kyjiv non ne ha risentito. Che avrebbe pagato alle urne il «malcontento per il carovita» veniva sostenuto (in verità, soprattutto dal Cremlino) anche sulla premier estone Kaja Kallas – e sappiamo com’è finita. Cattive notizie per Vladimir Putin. A quale casistica apparterrà Marin lo sapremo domani sera.

La prima ministra finlandese Sanna Marin
Foto Consiglio europeo

I sondaggi vedono appaiati tre partiti. Tra il diciannove e il venti per cento ci sono, appunto i Socialdemocratici della prima ministra in carica, la Coalizione nazionale (Kok) di centrodestra e i sovranisti del Partito dei finlandesi (Perus), gli ex «Veri finlandesi», che sono gli unici a crescere rispetto alla rilevazione precedente. Il Parlamento monocamerale da rinnovare si chiama «Eduskunta», ha duecento seggi e molto probabilmente nessuna di queste tre forze ne conquisterà abbastanza da governare da solo. Non sarà ripetibile l’attuale coalizione perché si è già sfilato il principale dei quattro alleati di Marin, quello centrista (gli altri sono ecologisti, sinistra e rappresentanti della minoranza svedese).

Il candidato del Kok Petteri Orpo, ministro delle Finanze tra il 2016 e il 2019, promette centomila nuovi posti di lavoro, come un Silvio di Köyliö. È attendista. Ufficialmente non esclude di trattare con gli altri interlocutori. Neppure con i populisti, infatti alcuni dei pronostici scommettono su una possibile convergenza destra-centro. Orpo ha sposato gli obiettivi di neutralità climatica entro il 2035, tanto invisi agli estremisti guidati da Riikka Purra, ma potrebbe dialogare con loro sull’economia. È stato un tema dirimente nella campagna elettorale, insieme all’occupazione e al debito pubblico. La Finlandia ha un’elevata spesa pubblica per il sociale, al ventinove per cento del Pil.

Marin è abituata ai testa a testa. Nel 2020 ha spuntato per soli tre voti la corsa alla successione tra i socialdemocratici dopo le dimissioni di Antti Rinne. Stavolta speriamo non diventi un amarcord scandinavo, l’ennesima statista sacrificata dal legittimo elettorato. Le elezioni oltreconfine hanno questo difetto: non votano le redazioni che le seguono. Non sappiamo se esista una swinging Helsinki, ma il volto di questa Finlandia pop e strategica negli equilibri euroatlantici è quello della premier, entrata in carica a trentaquattro anni. Oggi che ne ha trentasette, e la scaramanzia sconsiglia le exit strategy, potrebbe ambire a un posto a Bruxelles: nella Commissione, o come candidata di punta dei Socialisti alle prossime Europee.

All’inizio del 2022, in un’intervista, riteneva che il Paese non sarebbe entrato nella Nato durante il suo mandato. Poi è arrivata l’aggressione imperialista della Russia all’Ucraina. Con la Federazione la Finlandia condivide milletrecento chilometri di confine. Il Cremlino l’ha sguarnito, per dirottare uomini e mezzi in Ucraina. La neutralità storica è tramontata, roba da Guerra fredda. I grafici si sono invertiti: il settanta per cento della popolazione si sente al sicuro sotto l’ombrello dell’Alleanza. L’esercito finnico, richiamando i riservisti, arriva a 280mila unità; l’artiglieria è tra le migliori d’Europa. Là sopra, si spalanca l’Artico, dove si deciderà il nuovo ordine mondiale.

Un rimpianto è la mancata riforma – sabotata proprio dal suo partito – per proteggere la minoranza indigena Sámi, i cui diritti sono stati violati, aveva ammonito l’Onu. Se però è Helsinki una delle capitali del continente che si è risvegliato, dopo essersi cullato nella «mentalità di pace» simile a un’«amnesia» di cui ha scritto Roger Cohen sul New York Times, il merito è anche di Sanna Marin. Ha reso come mai prima protagonista la Finlandia a livello globale (e viceversa). Non male per chi, alla nomina, era stata criticata per presunta inesperienza, fresca di quattro anni da deputata dopo un mandato da consigliera comunale a Tampere.

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