Le tre PStoria della mia tigna da Oscar e di come ho fatto condannare Le Iene (anche in Cassazione)

Nessuno mi credeva quando sostenevo che è un reato entrare senza permesso in casa di sconosciuti, solo perché si ha una telecamera. Ora che la condanna di Luigi Pelazza per violenza privata è definitiva, qualcuno mi dirà: «Avevi ragione e sono un pirla»

LaPresse

Nel 2018 Allison Janney vinse l’Oscar per l’interpretazione della madre cattiva in Tonya. Salì sul palco e, come battuta sul cliché del discorso da Oscar, quello nel quale ringrazi una sleppa di persone senza le quali non ce l’avresti mai fatta, esordì con la frase «I did it all by myself», ho fatto tutto da me.

Era cinque anni fa, ed erano a quel punto due anni e mezzo che un inviato delle Iene era entrato a forza in casa mia, e aveva usato le immagini del mio inseguimento e del mio rifiuto di partecipare al suo varietà per movimentare un servizio inutile e alzare lo share; erano due anni e mezzo che non cominciava un processo in cui credevo solo io.

Non ci credevano i poliziotti che, quando nel 2015 ero andata a sporgere denuncia, mi avevano detto che le scale di casa mia, il cortile di casa mia, l’ascensore di casa mia, tutte le parti di casa mia per le quali pagavo delle spese condominiali e per accedere alle quali c’erano due portoni con relative serrature, tutti quei posti lì mica erano proprietà privata (l’avvocato mi aveva suggerito di dir loro che però se ci avessero trovato un eroinomane, invece che un malvivente televisivo, l’avrebbero condotto via in ceppi; io pensavo solo: come sarebbe non è proprietà privata, allora ditelo che rivolete il comunismo).

Non ci credeva Ezio Mauro (all’epoca direttore di Repubblica, giornale con cui in quegli anni collaboravo), che aveva risposto «Non ci convince» al pezzo che gli avevo proposto, pezzo in cui raccontavo la curiosa esperienza di venire linciata dai social perché un varietà televisivo coi balletti ha deciso di dire che sei colpevole d’un reato per il quale non sei ancora stata processata (e del quale sei innocente, ma questo all’epoca non era ancora ufficiale). Nessuno, tra i giornalisti che conosco, si meravigliò: nelle redazioni, mi spiegarono, c’è il terrore che, se scrivi qualcosa contro Le iene, poi il tizio che ne è a capo (Davide Parenti) ti manderà qualche inviato a casa sputtanandoti. Giornali che hanno paura d’un varietà: cosa potrà mai andar storto.

Non ci credeva Dino Giarrusso, allora non ancora dei Cinque stelle o del Pd o di dove diavolo è ora, ma inviato proprio delle Iene, fucina di brava gente. Un autore televisivo aveva linkato la mia cronaca dello snuff movie di cui ero stata vittima (la cronaca era quella rifiutata da Repubblica, che avevo pubblicato su un blog che tenevo allora; lo snuff movie è una forma illegale di porno in cui la non volontaria protagonista viene uccisa davanti alla macchina da presa).

Giarrusso aveva commentato che figurarsi se un professionista come Pelazza (il malvivente che aveva violato il mio domicilio) aveva infranto qualche legge: «irrimediabilmente penoso, oltre che lontano anni luce dalla realtà, è il racconto che ne fa Soncini. Pelazza non ha aggredito nessuno, e immagino tu lo sappia bene. Se uno di noi aggredisse qualcuno, scoppierebbe un tale caos che questo “uno” dovrebbe trovarsi un altro lavoro».

Era sette anni prima che un altro tizio, anche lui per nulla aggredito dalle Iene, invece di aspettare per otto anni che gli dessero ragione i tribunali, si suicidasse, circostanza in seguito alla quale nessuno – incredibilmente – si è dovuto trovare un altro lavoro (saranno finiti i posti da deputati europei). Ma torniamo all’elenco di coloro che non credevano in un processo che dalla denuncia del 2015 non sarebbe cominciato per altri cinque anni.

Non ci credeva il pubblico ministero, che inizialmente aveva richiesto l’archiviazione della mia denuncia, e se la tigna che ho impiegato per far diventare quell’archiviazione un’imputazione, quell’imputazione un processo, quel processo tre gradi di condanna, se quella tigna l’avessi impiegata in lezioni di balletto classico a quest’ora interpreterei senza sforzo la morte del cigno.

Non ci credeva il primo avvocato cui avevo affidato la mia determinazione a far passare la linea «non ti possono, contro la tua volontà, entrare in casa con una telecamera, esattamente come non ti possono entrare in casa con un piede di porco: mi pare lunare che non sia una nozione condivisa». Non ci credeva al punto che non aveva mai consegnato il video del servizio al pubblico ministero, e quello non capendo di che stessimo parlando aveva chiesto l’archiviazione.

Non ci credevano i carabinieri ai quali – nel maggio 2019, dopo che finalmente ero riuscita a far mutare la richiesta d’archiviazione in rinvio a giudizio – ho dovuto raccontare cosa fosse successo tre anni e mezzo prima. Ricostruzione a memoria della conversazione con loro, gente abituata ad avere a che fare con gente che ha ragione di mentire: «io il servizio non l’ho mai visto», «sta mentendo, nella denuncia ha dichiarato d’averlo visto», «non posso averlo dichiarato, non avendolo mai visto e non prendendomi io mai l’incomodo di mentire».

(Poi il carabiniere ha controllato e in effetti non avevo dichiarato niente del genere, non avendolo fino a quel giorno mai visto; m’ero fin lì risparmiata le immagini di una che torna a casa con un pacco di cartigienica sotto braccio e finisce in tv. A margine: una nota opinionista notoriamente solidale con le donne, la sera della messinonda, aveva scritto su Facebook: «Essere associata a Guia Soncini, […] che si difende prendendo a calci nelle palle un inviato senza neanche farsi prima uno shampoo secco, mi addolora molto»).

Non ci credeva il secondo avvocato, quello al quale affidai il processo visto che il primo non ne aveva voglia, e che si preparò così bene da dire per tutta l’arringa “Striscia la notizia” invece di “Le iene”, e da dire che Cuccia era rimasto muto allorché inseguito da Chiambretti. (Però in seguito ha dato svariate interviste spiegando come aveva vinto il processo. Un processo che è una buca keynesiana per la celebrità di chi c’è passato vicino).

Per fortuna aveva nel frattempo cominciato a crederci il pm, che aveva fatto persino lo storyboard della porta che non riuscivo a chiudere a causa del piede di Pelazza messo in mezzo, ed era abbastanza preparato in storia della tv da sapere che quello di Cuccia era Staffelli.

Per fortuna ci credeva la giudice, che – nonostante i Chiambretti e le Striscia a casaccio – nelle motivazioni della sentenza di primo grado scrisse che «le dichiarazioni di Soncini Guia oltre ad apparire, a questo giudicante, per intrinseca coerenza logica, attendibili e veritiere, risultano – vieppiù – suffragate da ulteriori elementi di prova», condannando l’ovvio e sancendo che no, una telecamera non è un’immunità per fare come cazzo ti pare.

E più di tutti – di tutti tranne me – ci credeva l’avvocato di Pelazza che, consapevole di doversi arrabattare a difendere un malvivente e con la disperazione di chi non può che perdere, ha continuato a ricorrere in appello, in cassazione, e perché non ad Amnesty, in modo da poter fino all’altroieri, durante ognuno dei numerosi altri processi intentati al suo assistito convinto che tutto gli sia concesso, dire che sì, era stato condannato per quella bazzecola a casa Soncini, però mica in via definitiva.

Due mesi fa Jamie Lee Curtis ha detto, ricevendo l’Oscar, che doveva ringraziare tutti quelli che avevano lavorato con lei e che sul palco c’erano idealmente tutti e che l’Oscar l’avevano vinto tutti insieme. Jamie, scusa: io sono della scuola filosofica solinga di Allison.

Mercoledì la cassazione ha confermato la condanna di Luigi Pelazza per violenza privata, e poiché è un po’ il mio Oscar io ringrazio molto il terzo avvocato – la quale per fortuna, nella grande divisione dell’umanità tra chi lavora e chi si promuove, appartiene al primo gruppo, e senza dare mezza intervista ha vinto in appello e in cassazione, stabilendo un incredibile precedente: si può fare causa ai prepotenti che violano la legge, persino se questi prepotenti hanno una telecamera con cui chissà come potranno sputtanarti.

E quindi tutto questo era per dire che non ho proprio fatto tutto da me, ma quasi, e che sono ragionevolmente certa che nessuno dei molti che non ci hanno creduto mi dirà «ma sai che avevi ragione e sono un pirla», ma io sono generosa: la mia tigna è sì servita a far riflettere Parenti e Pelazza e Piersilvio (le tre P della cafonaggine televisiva) sulle spese legali, i danni civili, e le molte buone ragioni per non venire a rompere i coglioni a casa mia, ma pure per fargli passar la voglia di molestare voialtri a casa vostra.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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