Riso amaroPer finta. O forse per davvero

L’opera teatrale “Miracoli metropolitani”, scritta prima della pandemia, descrive uno scenario in cui le persone fanno finalmente i conti con le proprie scelte di vita incuranti di ambiente, spreco di risorse e sostenibilità, mentre la ristorazione sopravvive solo grazie al delivery

Foto di Felix Mooneeram su Unsplash

Potrebbe sembrare strano occuparsi di teatro su queste pagine, ma come tutte le forme d’arte, il teatro in fondo si occupa dell’uomo e della vita. E i temi legati al cibo forse oggi più che mai occupano un posto importante nella nostra società: a livello pratico, economico ma anche e soprattutto simbolico. “Miracoli metropolitani” della compagnia Carrozzeria Orfeo (in scena a Milano fino al 23 aprile al Teatro Elfo Puccini e poi a Roma dal 2 al 14 maggio al Teatro Vascello) è un testo che potrebbe sembrare la rielaborazione artistica del periodo pandemico appena trascorso, se non fosse per il fatto che è stato scritto prima dell’avvento del Covid e solo in parte durante; potremmo definirlo a tratti profetico o molto più semplicemente la dimostrazione del fatto che qualunque scenario di fantasia viene spesso superato dalla realtà.

 

«La vita va raffigurata non così com’è, e non come dovrebbe essere, ma così com’è rappresentata nei sogni» scrive Anton Čechov ne “Il gabbiano”; in “Miracoli metropolitani” il mondo del cibo viene rappresentato come in un sogno, forse sarebbe meglio dire un incubo.

Si parla di una società reclusa in casa e di come si nutre, di ristorazione che per sopravvivere a una situazione emergenziale cerca nuove strategie, si parla di come questa reclusione sia legata a una crisi ecologica urbana e in fondo il vero tema è quello della trasformazione dei rapporti umani come conseguenza di questi eventi. Come non vedere in tutto questo quanto è accaduto nel mondo negli ultimi anni e ancor di più nel piccolo mondo della ristorazione?

Ma le metafore dello spettacolo rivolte a tematiche che ruotano attorno al cibo e al nostro rapporto con ciò che mangiamo si sprecano e sono talmente tante da meritare un’analisi o quantomeno un elenco dettagliato.

Due ore di spettacolo che regalano anche tante risate, senza mettere in tasca il cervello, per riflettere anche molto amaramente su ciò che immediatamente ci ha fatto sorridere.

La città immaginaria in cui si svolgono gli eventi è inquinata da un eccesso di rifiuti che fuoriescono dalle fogne costringendo i cittadini a restare chiusi in casa, i liquami ormai hanno invaso interi quartieri.

Una sorta di nemesi del consumatore, che a furia di sprecare (e sullo spreco alimentare ormai dati e denunce di situazioni intollerabili sono tanto alla luce del giorno quanto inascoltati) resta sepolto sotto i propri rifiuti, vittima di un consumismo scriteriato.

La vicenda si svolge in un contesto familiare, quel focolare domestico che scalda spesso il cuore e talvolta è covo di frustrazioni e malesseri che maturano sotto la cenere di quel focolare.

Una casa che è anche un ristorante che per sopravvivere nella nuova situazione di crisi si adatta, cambia pelle e diventa una cucina di sole consegne a domicilio, specializzata in pasti per persone che hanno intolleranze alimentari.

Quello dell’intolleranza alimentare problema vero e serio, che seriamente va affrontato e non solo “gonfiato” per creare un florido mercato di prodotti di nicchia: sembra quasi dirci questo il testo teatrale, anche qui senza allontanarsi troppo dalla nostra realtà. Si arriva quasi al paradosso quando il locale vince un appalto per fornire la chiesa di ostie per celiaci.

I membri della famiglia hanno già un passato gastronomico, a partire dal capofamiglia Plinio, ex chef stellato in crisi che ora si trova a preparare piatti con materie prime di dubbia qualità, pur sognando di tornare ad antichi splendori ai fornelli. La moglie Clara è un’ex lavapiatti oggi mente social del ristorante a caccia di followers e di un riscatto sociale, cercando di approfittare del successo del delivery in un momento in cui tutti hanno paura a uscire di casa. Proprio quelle consegne a domicilio che fino a qualche anno fa potevano essere identificate con pizza, sushi e hamburger, mentre negli anni del Covid per molti cuochi hanno rappresentato la scialuppa di salvataggio o l’unico sistema per tenere i fornelli accesi.

C’è poi Igor figlio di Clara, un ragazzo problematico, che passa il tempo davanti a un videogioco dall’emblematico nome “Affonda l’immigrato” e in tutta la vicenda il tema dell’immigrazione è un filone narrativo importante con tutti i risvolti umani, economici e di integrazione o mancata integrazione sociale che comporta. Immigrazione che entra prepotentemente anche nella ristorazione, sia nel mondo reale sia nella storia portata sulla scena: l’aiuto di Plinio è un’immigrata etiope, acuta e tagliente nelle battute, disincantata e per necessità anche spietata ma senza perdere la propria umanità. C’è anche un altro immigrato, professore universitario nel proprio Paese, e che qui si è adattato a fare il rider pagato due euro a consegna.

A difendere questi “ultimi” interviene Patty, madre di Plinio, attivista da sempre, politicamente impegnata, una vera pasionaria che si scontra con una realtà in cui la paura genera rigurgiti nazionalistici e poi anche razzisti. A ultimare il quadro di personaggi in cerca di un riscatto, anche un carcerato in libertà condizionata con aspirazioni da attore che al ristorante fa le consegne e Cesare, aspirante suicida che fa amicizia con Igor e si fa portatore di una positiva e contagiosa dose di poesia.

Nello spettacolo la cucina è tema narrato ma anche vissuto concretamente e realisticamente, non fa solo da scena: si cucina davvero, le padelle fumano, si affetta, i timer dei forni suonano, i frullatori frullano e il ritmo serrato e incalzante del testo viene scandito da una voce metallica femminile fuori campo che annuncia le comande. Noodles e legumi deglutinati, cibi liofilizzati, ogni settimana dedicata a una cucina differente, dall’Asia all’Africa in un turbinio fusion per assecondare mode e desideri di clienti affamati, forse anche frustrati e chiusi nelle proprie abitazioni. Dal lato suo Plinio continua a sognare piatti gourmet, come le sue famose linguine alla lepre, e un ritorno a una cucina vera e curata, il sogno della stella da riconquistare forse, un’idea fissa che rischia di trasformarsi in ossessione. Per Plinio cucinare bene è come vincere una battaglia contro il mondo, e chissà quanti cuochi provano una sensazione simile quando scocca la scintilla di un nuovo piatto che diventa signature.

Le note di regia ci danno la chiave di lettura di una storia che narra di solitudini, personali e sociali, di sfaldamento dei legami tra le persone, e lo fa anche attraverso il nostro rapporto col cibo che dice molto di più della semplice propensione alla gola. Quella raccontata è una società dove l’iper-consumo passa anche attraverso quello alimentare: il cibo, si sa, diventa talvolta consolatorio rifugio per sfogare rabbia e dolore o compensare vuoti e mancanze di altro tipo.

Una società che non solo si alimenta sempre di più, sottolinea il regista, ma lo vuole (o lo può) fare pretendendo che questo avvenga spendendo poco e sempre meno. E il tema su prezzo e valore del cibo, e quindi sul valore del lavoro di chi è impiegato nell’alimentare e nella ristorazione, è un tema che nella nostra società contemporanea, post pandemica ma anche in quella precedente, merita più di una riflessione; incide sugli stili di consumo, sui budget familiari e sulla responsabilità sociale che ci investe ogni volta che facciamo un acquisto, la scelta di un prodotto piuttosto che un altro, anche quando si tratta di un semplice barattolo di pelati.

Il testo dello spettacolo è di Gabriele Di Luca che ne ha anche curato la regia assieme a Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi. La compagnia scoppiettante e affiatata di Carrozzeria Orfeo ha fatto ancora centro con uno spettacolo dal ritmo serrato con battute taglienti, amare, due ore e passa senza intervallo scorrono come un atto unico denso e al tempo stesso fluido.
Come un piatto agrodolce, in cui le opposte sensazioni continuano ad alternarsi al palato invitando a continuare: non si smette di ridere, subito dopo ci si commuove per poi tornare a ridere. Tanto basta per consigliare di andare a vederlo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club