Farsi riconoscereOgni tanto dovremmo chiederci cosa diranno di noi coloro che lottano davvero per verità e giustizia

Un cittadino taiwanese appena uscito da cinque anni di carcere duro in Cina ha raccontato di quando, durante le ore di rieducazione maoista, l’Italia veniva lodata per gli accordi sulla Via della seta. Chissà se nelle carceri moscovite guardano i nostri talk show

Photo by Joshua Earle on Unsplash

Lee Ming, attivista taiwanese che si è fatto cinque anni di carcere duro in Cina, ha raccontato ai giornali italiani che ieri lo hanno intervistato (il Corriere della sera e il Foglio) il trattamento riservato dal regime di Pechino ai detenuti politici, chiusi in celle sovraffollate e costretti a durissimi lavori forzati, ma anche a sorbirsi due ore al giorno di rieducazione maoista, in cui si insegna soprattutto a odiare l’occidente. Con una significativa eccezione: l’Italia.

«Il vostro Paese – ha spiegato – è quello che deve essere criticato di meno, perché ha sottoscritto la Belt and Road Initiative». Cioè gli accordi commerciali per la cosiddetta nuova Via della seta, firmati nel 2019 dal governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte.

Si potrà giudicarla prova di accortezza o di debolezza, sapiente difesa dell’interesse nazionale o insipiente cedimento ai nemici dell’occidente e della democrazia, e conseguentemente compiacersene o vergognarsene. Tutti dovremmo però concordare sul fatto che venire portati a esempio dai tenutari di simili luoghi di reclusione, in questi contesti, non è il modo più glorioso di essere ricordati.

Figuriamoci cosa dovrebbero pensare di noi i dissidenti russi incarcerati per avere solo pronunciato la parola guerra o perché la figlia a scuola ha fatto un disegno per la pace, i manifestanti bielorussi massacrati dalla polizia di Lukashenko, i tanti giornalisti, scrittori e intellettuali arrestati o ammazzati da Putin, se sentissero cosa scrivono e cosa dicono quotidianamente giornalisti e intellettuali italiani. Se vedessero cosa va in onda, ogni giorno, sulle nostre tv.

Se sentissero con le loro orecchie, dopo essere appena sfuggiti alle grinfie di quei regimi, i comizi a talk show unificati dei nostri mille Orsinishenko e Santoroshenko, per la gioia dei loro generosi anfitrioni. Cosa direbbero di quel mondo alla rovescia in cui le peggiori montature della propaganda russa vengono presentate come verità scomode, la libertà come schiavitù e i pupazzi dei peggiori tiranni del pianeta come coraggiosi anticonformisti, campioni della libertà di pensiero, come se fossero – loro – i dissidenti del regime. Me lo domando spesso.

Forse impazzirebbero. O forse rivaluterebbero i propagandisti del Cremlino, i conduttori dei talk show russi e bielorussi, che al contrario dei loro omologhi bieloitaliani hanno almeno la scusante di dire certe cose per salvare la pelle, mica per salvare l’indice di ascolto.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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