A modo mioL’inesauribile attitudine punk di Viv Albertine e la sua critica al business della musica

«Se ami qualcosa, non trasformarlo nel tuo lavoro». Un’intervista brutalmente onesta alla chitarrista delle Slits, il primo gruppo punk al femminile

Viv Albertine e Sid Vicious dei Sex Pistols (Courtesy of Blackie Edizioni)

“Vestiti, Musica, Ragazzi”. Nonostante sia questo il titolo del memoir bestseller del 2014 (e ripubblicato recentemente in italiano da Blackie Edizioni), la vita di Viv Albertine non si è limitata a questi tre elementi. La chitarra elettrica alla guida delle Slits, il primo gruppo punk al femminile, formato negli anni Settanta della Londra vibratile di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren, i Clash e i Sex Pistols, la cantautrice e chitarrista classe 1954 ha avuto una vita anche dopo – comprensiva di un cancro e di una maternità assai cercata -, per poi tornare nuovamente alla musica.

Infine, ha scelto di scrivere la sua storia, quella di una ragazza che nasce nei sobborghi da una famiglia disgraziata e che poi, quasi per caso, scopre la musica, aiutata da un momento storico nel quale a tutti era concesso giocare e sperimentare con le sette note. A patto di essere uomini. Il coraggio di imbracciare la chitarra elettrica glielo passerà uno degli uomini più importanti della sua vita, quel Mick Jones che, quando Viv Albertine lo incontra, si sta già dando da fare per formare un gruppo di cui è il chitarrista e che poi passerà alla storia, quello dei Clash. 

Il resto, però, lo farà da sola, trovando una voce propria in un mondo privo di troppi modelli di riferimento al femminile, e scovando altre anime affini alla sua: Arianna Forster, conosciuta come Ari, Paloma Romero, con il nome di battaglia Palmolive, e Tessa Pollitt. Con loro fondò quel gruppo che fece da spalla ai Clash nel tour di White Riot, con quel suono grezzo ma influenzato profondamente dal dub e dal reggae. Una formazione che oggi è materia da raffinati cultori, e che all’epoca veniva accolto con sputi e insulti dagli skinhead del pub di quartiere, quando si riusciva a finire l’esibizione che spesso si concludeva invece con una roboante rissa, in pieno stile punk. Un’attitudine, quella punk, che Albertine non ha perso con la maturità, e che si estrinseca con un’onestà a tratti brutale, anche quando la si raggiunge via mail per intervistarla. 

Courtesy of Blackie Edizioni

Come le è venuto in mente di scrivere una biografia? E poi, il successo che ha avuto (più di cinquantamila copie vendute) non l’ha stupita? D’altronde, nel 2014 stava raccontando di cose successe nel 1977, non esattamente materia di scottante attualità
Me lo sono chiesta anche io, in effetti. “Perché qualcuno dovrebbe essere interessato a quello che ho da dire io, o alla mia vita?”. È stato un grandissimo ostacolo trovare risposta a quella domanda. Scrivere il libro e vederlo venire alla luce è stato un processo lento. In parte perché non ne avevo mai scritto uno e non credevo di essere capace di farlo: stavo uscendo da un matrimonio durato sedici anni, stavo affrontando un momento di rinascita e un nuovo inizio, quindi la tempistica mi sembrava adatta. Dovevo rifarmi una vita, per così dire. Non lavoravo da otto anni, avevo avuto nello stesso periodo una gravidanza e un cancro. Ma quando ho ripreso a suonare, all’alba dei cinquant’anni, ho intravisto una cornice per quella storia. Una storia che era iniziata proprio quando ho preso in mano una chitarra che non sapevo suonare, inconsapevole che le ragazze di ventun’anni potessero formare una band, e che si concludeva con me che riprendevo in mano una chitarra e affrontando la strada e i concerti, all’età di cinquant’anni, come madre single.

In effetti, quello che ha sottolineato molto nel libro è stata proprio l’assenza, all’epoca, di modelli femminili, e quindi l’incapacità di potersi “immaginare” all’interno di un gruppo al femminile, perché ce n’erano pochissimi. Una sfida o un’opportunità di fare le cose a modo proprio?
Vero, non c’erano molti modelli di riferimento “visibili” per una ragazza della working class con una scarsa istruzione e nessuna capacità musicale (e niente tv a casa). Ma quando ci sono così poche persone o attimi che “ti parlano”, quelli che riescono a farlo risuonano in una maniera particolarmente forte, si prendono il ruolo di protagonisti, come con Vivienne Westwood o Yoko Ono. A volte bastava uno spezzone di un video di qualcuno autorevole e potente come Angela Davis (attivista del movimento afro-americano statunitense, ndr) o un libro di Colette o Edna O’Brien: potevano essere abbastanza per accendere la miccia. Certo, non che fossi “travolta” dalla quantità di donne presenti sul palcoscenico globale, ma la situazione ha reso più chiaro quale fosse il percorso che volevo seguire. Mi è bastato intravedere di sfuggita qualcuno che mi ispirasse, per esserne tramortita.

Senza saperlo, lei ha aperto la strada per molte donne che non erano neanche nate quando lei si esibiva a Londra con le Slits. Ci sono delle artiste che oggi ascolta e che stanno facendo la differenza?
La verità? Stare in una band, ed essere donna, negli anni Settanta è stato così traumatico che ad oggi non riesco quasi più ad ascoltare musica. La musica mi ha salvato, ispirato, insegnato, ma tutto quel conforto e quel sostegno che ne tiravo fuori da ragazzina è stato poi eroso dall’esperienza di vivere nel music business: è stato brutale, crudele, mi ha sfinito. Ho avuto la fortuna di essere in un gruppo con altre donne: anche se litigavamo, eravamo una gang, e ci difendevamo a vicenda. So che oggi è ancora un business brutale, ma all’epoca era davvero disgustoso, e venivamo trattate di merda. Di conseguenza non riesco a farti una lista di artiste che ascolto, non ascolto più la musica come fan, perché quando lo faccio, tornano alla mente dei ricordi traumatici. Inoltre, paragono tutto a quello che facevamo con le Slits, eravamo ossessive e molta della musica di oggi è talmente stereotipata e omologata sull’immagine, sulle parole e sulle melodie, che mi fa incazzare. A questo punto preferisco il pop in purezza, almeno non finge di essere radicale o sovversivo. Amo una canzone pop ben scritta.

Nel memoir racconta di aver incontrato Marianne Faithfull e di aver cambiato opinione su di lei. Quali sono le altre persone o questioni sulle quali, nel corso della sua vita, si è ricreduta?
Più che altro sui musicisti che idolatravo da bambina: quando poi li ho conosciuti nella vita vera ho scoperto non solo che erano ordinari, ma anche delle brutte persone, dei pervertiti fuori di testa! Quelle esperienze mi hanno aperto gli occhi. La più grande delusione è stata capire che tutte quelle canzoni che scrivevano e cantavano in maniera così incantevole erano solo un mucchio di bugie. Sono cresciuta credendo in una versione impossibile, idealizzata, dell’amore a causa di canzoni che erano state scritte in quel modo per far soldi (e sesso) facilmente.

Ari Up e Viv Albertine delle Slits (Courtesy of Blackie Edizioni)

Secondo lei, le canzoni dell’epoca facevano crescere con aspettative irrealizzabili sulle storie d’amore. Lei, però, ha affrontato temi quotidiani, vicini al pubblico. Parlando di linguaggio, rispetto al passato abbiamo fatto molti passi avanti, ma a che punto siamo esattamente realmente?
Il modo in cui parliamo è importante, può provocare ferite e dolore: anche essere dimenticate dalla lingua è tremendamente nocivo. I pronomi femminili erano completamente  esclusi dai libri accademici ai miei tempi: è un modo sottile di silenziare e opprimere. Essere incluse e adeguatamente rappresentate nella società è importante, è qualcosa per il quale lottare, anche quando la gente pensa che tu sia solo una fastidiosa e rumorosa seccatura. Quando negli anni Ottanta studiavo cinema all’università pensavano che io fossi una rompipalle, perché mi lamentavo di come in tutti i libri accademici venissero usati di default i pronomi maschili. Il consiglio? Lotta per essere ascoltata e rappresentata, anche quando infastidisci qualcuno. Ovvio che lo status quo preferirebbe vederti muta e sconfitta, senza neanche aver lottato. Ma tu lotta comunque. 

In questo quadro, Malcolm McLaren, compagno di Vivienne Westwood, è stato un protagonista controverso, che ha causato discussioni anche durante il suo stesso funerale. I Sex Pistols sono ancora abbastanza arrabbiati, si sono sentiti defraudati anche economicamente. John Lydon lo ha definito «l’uomo più cattivo del mondo», e a livello generale è sempre stato considerato un traffichino, uno che cercava di trarre vantaggio economico e sociale dalle persone che frequentava. A più di dieci anni dalla sua morte, cosa pensa di lui?
Lo ammetto, per Malcolm ho sempre avuto un debole. Non mi ha mai truffato, quindi non ho di lui il cattivo ricordo degli altri. Credo che abbia dato moltissimo di sé. Ci ha messo idee ed entusiasmo. Era una persona interessante, anche se Vivienne lo era di più. Hanno dato molto al movimento punk: in qualche modo lo hanno definito. Erano personalità artistiche, intelligenti, pronte al rischio. E, in fondo, nessuno è perfetto.

Parlando proprio di moda, all’epoca delle Slits molto del vostro stile aveva l’attitudine punk del diy (do it yourself), con pezzi scovati nel negozio di Vivienne Westwood mixati a capi che già avevate. Oggi la moda è un business che non lascia ai giovani musicisti la possibilità di esplorare il loro stile: li veste in total look. Ci sono giovani designer in questo panorama che, secondo lei, hanno ereditato l’estetica e l’etica della Vivienne Westwood di allora?
C’è questo designer delizioso, si chiama Edward Meadham: il problema è che scrivere un memoir su vestiti, musica e ragazzi, ha ucciso qualunque mio interesse per tutti e tre gli argomenti, così come vivere nel music business ha silenziato il mio amore per la musica. Ascolta questo consiglio: se ami qualcosa, non trasformarlo nel tuo lavoro! A parte la biancheria, non compro vestiti nuovi da cinque anni: non mi interessa più. Nelle Slits ciò che indossavamo era un atto politico, ci facevamo da sole i vestiti, ci scrivevamo sopra, indossavamo capi per provocare e irritare. Amavo usare il corpo e i vestiti in quel modo, come una performance artist

Anche oggi, però, le capita di incontrare spesso giovani donne che sono ispirate dalla sua carriera musicale. Certo, la società è cambiata molto dagli anni Settanta, ma i problemi che incontrano le donne esistono sempre. Come si sente a essere un modello anche per le giovani ragazze di oggi?
Non me l’aspettavo, ma lo trovo bellissimo. Aver fatto qualcosa che risulta rilevante anche dopo quarant’anni mi fa sentire bene. Incontro spesso giovani che sanno chi erano le Slits, e lo trovo commovente. Onestamente, però, il fatto che gli ostacoli e le sfide dell’essere una donna esistano ancora, è abbastanza scioccante. Pensavo che, invecchiando, tutti questi problemi me li sarei trovati alle spalle. E invece no. Pensa che ingenua.

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