Poco ricca, molto arrabbiataLa società intellettuale di massa a quattrocento euro

Ma chi è che spende questa cifra per dormire in un posto non bello o per pagare un autore televisivo? Meglio spendere di più, anche per un trolley francese purché sia apribile in teleselezione dalla Germania

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Quando avevo trent’anni mi facevano molto ridere quelli che facevano scalo in una città mai vista, parlavano con un barista o con un tassista, e mandavano a un giornale cento righe in cui spiegavano con una certa sicumera com’era quella città.

Adesso, che di anni ne ho cento, ho comprato una valigia, e di conseguenza sono qui a spiegarvi che non esiste più la classe media. Ma non dalla valigia partirei, bensì dagli alberghi.

Avete provato a prenotare un albergo, di recente? Sono diventati proibitivi. Ma non parlo dei Four Seasons: parlo di alberghi mediamente brutti in cui una prende una stanza se deve passare una notte in una città media.

In una puntata di Succession, Roman viene sequestrato per un giorno da non ricordo quale dittatura militare di quale paese con cui il padre era intenzionato a fare affari. Quando torna, accolto dai familiari come Bellini e Cocciolone, dice: ho visto cose peggiori, una volta ho passato la notte in un Marriott.

Marriott funziona come metonimia di: albergo in cui un ricco non metterebbe mai piede. Non una topaia, ma forse peggio: la topaia magari ha un suo fascino délabré, Marriott è una catena per congressisti.

Facciamo che il Marriott italiano – la catena di alberghi senza infamia, senza lode, senza personalità, e di certo senza instagrammabilità – sia l’NH. L’altro giorno, in una città italiana non grande in cui devo passare una notte, ero rassegnata a prenotare un NH, non conoscendo gli alberghi del posto.

Solo che, ho scoperto con incredulità, per farmi dormire in una delle sue tristi stanze l’NH voleva cinquecento euro. Gli equivalenti milanesi – alberghi anonimi che non molto tempo fa costavano duecento euro a notte – ora ne costano quattrocento.

Il mio imminente Nobel per l’economia è legato alla capacità di risolvere un mistero che sento d’essere lì lì per afferrare: chi è che spende quattrocento euro per dormire una notte in un posto non bello? Se chiedere ai propri amici dove andasse il mondo bastava per capirlo a Bourdieu, figuriamoci se non basta a me. Che quindi da giorni chiedo ai miei amici sempre e solo questo: chi dorme nelle stanze brutte da quattrocento euro? Dove dorme la classe media?

Negli AirBnb, dicono alcuni, non certo in albergo con quei prezzi. Va bene, però non posso credere che gli alberghi siano tutti deserti e in perdita, qualcuno disposto a dare quattrocento euro a questi albergatori da noi trascurati ci sarà. E chi è, in un mondo in cui quattrocento euro li guadagna il capo degli autori per una puntata d’un programma televisivo di buon successo?

(Un’altra volta parliamo di: la cifra che davano a me al mio primo lavoro televisivo ventisette anni fa è la cifra che ora prende un autore affermato, ma non vorrei ricordarvi anche oggi che l’industria culturale è morta e dobbiamo affrettarci ad aprire delle pizzerie gourmet).

E insomma per andare in un albergo che non mi potevo permettere ma bello (che costava poco più di quelli che non mi potevo permettere ma brutti) ho comprato una valigia. C’è stato un tempo, nella mia vita da poco ricca, in cui andavo spesso a New York, compravo molte cose, e quindi al ritorno dovevo sempre procurarmi una valigia in più.

Avevo trovato un negozio che vendeva dei deliziosi piccoli trolley colorati, e credevo non mi sarei mai più dovuta preoccupare di comprare bagagli. Poi il mio parco trolley colorati newyorkesi ha iniziato a diminuire. Qualcuno è andato per età. Qualcuno ha perso i pezzi maltrattato da facchini inadeguati in alberghi che costano quattrocento euro e ne valgono quattro. Qualcuno me l’hanno rotto i traslocatori, e lì per lì non mi sono preoccupata: mi avevano distrutto divani di Cini Boeri e altre preziosità, i trolley erano un danno minore. Almeno così credevo.

Finché non sono andata sul sito di Rimowa. Ho pensato: no, ma qui i trolley costano milleduecento euro perché sono di lusso, sicuramente quelli delle altre marche costano meno. Sono andata sui siti delle altre marche, e il trolley che costava meno costava quattrocento euro (mi pare evidente che i consumi della classe media sono a tariffa fissa: qualunque cosa ti serva, fanno quattrocento euro).

Poiché gli amici di Bourdieu sono morti, ho chiesto ai miei: è normale che un trolley costi quattrocento euro? Mi hanno risposto: conterrà lingotti. Ho preso atto d’avere amici spiritosissimi, ma mi serviva comunque un trolley.

Quindi, con lo stesso spirito da poco ricca con cui avevo preso un albergo decente da seicento euro per non darne quattrocento a uno brutto, ho comprato il trolley più economico che ci fosse sul sito di Rimowa, come Holly Golightly quando comprava il fermacravatta (era un fermacravatta?) perché da Tiffany non poteva permettersi altro, come le provinciali che su eBay comprano sacchetti vuoti di Prada in cui infilare gli acquisti di Monella Vagabonda e andare a passeggio per il corso.

L’ho tirato fuori dalla scatola all’ultimo minuto, dovevo buttarci due stracci e il treno stava per partire, ed era chiuso. Chiuso con una serratura di cui non avevo la chiave. Non c’era nella scatola, non c’era neppure nel sacchetto di stoffa antigraffio in cui era contenuto il trolley (un oggetto che verrà sbattuto su aerei e treni arriva nel suo bravo sacchetto antigraffio: il lusso ha le sue ragioni che la ragione non conosce).

Avranno un servizio clienti, sono o non sono un marchio per poco ricchi. Un numero di Roma. Alle nove di mattina. Figuriamoci. E infatti mi dirottano sulla Germania, dove un povero operatore continua a ripetermi don’t shout, e io continuo a ripetergli che evidentemente non mi ha mai sentita urlare, quello è il mio tono incazzato a bassa voce, ma capisco pure che un tedesco fatichi a esprimere in inglese il concetto «signora, non abbia il tono di chi ci vuole morti noi e i nostri lucchetti di merda».

Alla fine, dopo alienanti «La chiave non c’è perché ogni paese ha le sue» (?), l’inglese di un’italiana e l’inglese di un tedesco riescono nel miracolo di collaborare abbastanza da aprire una valigia di una delle società del francese più ricco del mondo. Vissero tutti poco ricchi e contenti, ma io ancora non ho capito che ne sia della classe media, quella le cui valigie non hanno aperture teleguidate internazionalmente, ma hanno prezzi abbordabili.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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