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Quello che serveBambini al nido e mamme al lavoro, i servizi per l’infanzia decisivi per l’occupazione femminile

Stefani Scherer, professoressa di Sociologia all’Università di Trento, di recente ha pubblicato uno studio sull’efficacia dello stato sociale nell’avvicinare le donne al mercato del lavoro, utilizzando i dati di 82 regioni in 20 Paesi europei dal 2002 al 2018

di Becca Tapert, da unsplash

Tratto da Morning Future

La bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro è una delle principali criticità dell’economia italiana. E i numeri si riducono ancora di più se si considerano solo le donne che hanno figli.

Le politiche per la famiglia e, in particolare, la disponibilità di servizi pubblici di cura per la prima infanzia sono considerati un mezzo importante per il benessere del Paese, non solo per sostenere l’occupazione delle madri. Eppure in Italia la scarsa diffusione degli asili nido è una rappresentativa dimostrazione degli ostacoli che allontanano le donne che hanno figli dal lavoro.

Nel 2002, l’Unione europea ha definito con gli Obiettivi di Barcellona che ogni Paese membro deve garantire un posto all’asilo nido ad almeno il 33% di bambini sotto i 3 anni. In Italia, questa percentuale non è mai stata raggiunta: ci fermiamo al 26%, con fortissime differenze tra le regioni del Nord, dove spesso si supera la soglia del 33%, e quelle del Sud, dove invece siamo ben sotto la media. Il PNRR ha stanziato 2,4 miliardi di euro per potenziare l’offerta dei nidi, e soltanto nei prossimi anni si capiranno gli effetti di questo intervento.

Stefani Scherer, Professoressa di Sociologia all’Università di Trento, di recente ha pubblicato uno studio sull’efficacia dello stato sociale, l’insieme dei servizi pubblici di cura e sostegno rivolto alle famiglie, nell’avvicinare le donne al mercato del lavoro.

«Ci siamo chiesti se i servizi messi a disposizione dallo stato sociale nei vari Paesi funzionano come equalizzatori sociali o se producono invece un “effetto san Matteo”, ovvero il processo per cui le nuove risorse che si rendono disponibili vengono ripartite fra i partecipanti in proporzione a quanto hanno già, sfavorendo quindi chi già parte da una posizione di minor vantaggio. E anche come i valori culturali moderano queste relazioni», dice la professoressa, che ha utilizzato informazioni diacroniche sulla disponibilità di servizi per l’infanzia a livello regionale, raccolte in 182 regioni in 20 Paesi europei dal 2002 al 2018.

Se le famiglie più abbienti sfruttassero di più i vantaggi della maggiore diffusione degli asili nido rispetto alle famiglie meno abbienti, aumenterebbero le disuguaglianze esistenti tra i gruppi sociali. Non solo, anche il contesto normativo più ampio può influenzare la possibilità che i servizi per l’infanzia sortiscano l’effetto desiderato, perché se prevalgono visioni tradizionali sul ruolo della madre e la distribuzione della cura domestica, l’utilizzo del nido, anche se disponibile, potrebbe risultare limitato per alcuni gruppi.

Dagli studi di Stefani Scherer, ne è risultato invece che l’investimento pubblico funziona come equalizzatore: oltre a favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro, ha un maggiore effetto positivo per quelle madri con un livello di istruzione più basso, che vivono in ambienti più tradizionali e in cui gli aiuti alle donne stesse sono minori.

Nel complesso, i risultati dello studio di Scherer sottolineano l’importanza delle politiche pubbliche di assistenza all’infanzia come strumento di riduzione delle diseguaglianze sociali, soprattutto in contesti ancora caratterizzati da bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, come l’Italia, dove è ancora molto diffusa l’idea che le donne debbano ridurre il lavoro per il bene della famiglia. Insomma, i servizi pubblici per l’infanzia incoraggiano l’uguaglianza di genere, favorendo l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, e con ciò l’inclusione delle famiglie più bisognose di incassare anche un secondo reddito.

«È fondamentale distinguere diversi tipi di donne. Quando si parla di partecipazione femminile al mercato del lavoro, si tende a pensare che le donne siano tutte uguali, ma ovviamente non è così», dice Scherer. Ed è solo tenendo presente ciò, che si possono definire politiche di sostegno efficaci in ogni circostanza».

L’effetto dei servizi di cura all’infanzia, infatti, non è omogeneo tra le donne, ma varia in base al loro livello di istruzione: soprattutto le madri di bambini piccoli con un basso livello di istruzione traggono vantaggio da una maggiore disponibilità di servizi pubblici.

I compiti di cura familiari possono essere forniti in tre diversi modi: dalla famiglia in modo diretto, come avviene di frequente in Italia; tramite una soluzione di mercato, pagando un soggetto esterno che si occupa della cura, come è tipico nel mondo anglosassone, o attraverso lo Stato, che offre servizi pubblici quali gli asili nido e le scuole materne in modo gratuito sotto forma di stato sociale, come tipico in Francia.

In realtà in ogni nazione c’è un mix delle tre possibilità, «ma osserviamo che nei Paesi in cui prevale la terza soluzione, ovvero uno stato sociale molto sviluppato, il tempo che le donne dedicano alla cura familiare – un lavoro non pagato – si riduce favorendo il loro lavoro – pagato – nel mercato», dice Scherer. Secondo alcuni studi, questo avrebbe poi un ulteriore effetto positivo perché aumenterebbe il tasso di nascite. Ad esempio, in Francia dove lo stato sociale è molto presente, la partecipazione femminile al mercato del lavoro è alta e anche il tasso di natalità è più elevato di quello italiano.

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