La democrazia a TaipeiTaiwan si divide tra indipendenza e normalizzazione dei rapporti con la Cina

L’ex poliziotto Hou Yu-ih è uno dei principali pretendenti alle elezioni di gennaio. Il candidato dell’ex partito unico, rispetto al Partito progressista democratico ora al potere, punta sul dialogo con Pechino immaginando l’esistenza di due entità separate. Ma il rischio illusione è forte

AP/Lapresse

7 aprile 1989, a Taiwan, la legge marziale imposta da Chiang Kai-shek è stata revocata meno di due anni prima, dopo quasi quarant’anni. Il Kuomintang (Kmt), al potere come partito unico, rivendicava ufficialmente tutto il territorio della Cina continentale. Solo due anni dopo sarebbero state abolite le “disposizioni temporanee per il periodo di ribellione comunista”. E solo nel 1996 si sarebbero svolte le prime elezioni presidenziali libere.

Quel 7 aprile 1989 è il settantunesimo giorno di quarantena autoimposta da Deng Nan-jung, editore filo indipendentista. Deng è accusato di sedizione per aver pubblicato sulla sua rivista, Freedom Era Weekly, una bozza di “costituzione della Repubblica di Taiwan”. Un affronto non solo per Pechino, ma anche per il Kmt che non ammette pulsioni indipendentiste che superino la cornice della Repubblica di Cina, il nome con cui ancora oggi Taiwan è indipendente de facto. Quel 7 aprile 1989 la polizia di Taipei si reca all’appartamento di Deng per arrestarlo. Lui si autoimmola dandosi fuoco.

A capo della spedizione delle autorità c’era Hou Yu-ih, all’epoca capo della Divisione investigativa criminale del Dipartimento di polizia di Taipei. Da qualche giorno, Hou è il candidato ufficiale del Kmt in vista delle cruciali presidenziali di gennaio 2024. E la vicenda di Deng torna a essere nominata. Una storia controversa nella carriera dell’uomo che, qualora eletto, potrebbe diventare il nuovo “grande stabilizzatore” tra le due sponde dello Stretto di Taiwan.

Il Kmt ha annunciato la scelta di Hou dopo un procedimento inusuale. Niente primarie aperte ai sostenitori, ma un processo decisionale condotto da un comitato interno nominato ad hoc dal presidente del partito, Eric Chu. In corsa c’era anche Terry Gou, il patron della Foxconn, una delle aziende taiwanesi più note al mondo. Primo fornitore di iPhone per Apple, Gou ha interessi enormi in Cina continentale e negli Stati Uniti, dove si era recato anche nel 2019 per incontrare Donald Trump. Anche allora mirava alla candidatura nelle fila del Kmt, che era deciso a concedergliela.

Dalle primarie uscì però un esito inatteso, con la vittoria del populista Han Kuo-yu. Una scelta rivelatasi poi fallimentare alle presidenziali del 2020, quando Han sperperò un vantaggio in doppia cifra nel giro di qualche mese, anche a causa degli effetti collaterali delle grandi proteste di Hong Kong e della successiva repressione. Di fatto, il naufragio della politica “un Paese, due sistemi”, lo stesso modello che Pechino vorrebbe applicare su Taiwan.

Stavolta, il Kmt non ha voluto correre rischi e ha optato per una scelta eterodiretta, in cui ha prevalso il nome più apprezzato dall’opinione pubblica interna. Hou è molto meno conosciuto di Gou sulla scena internazionale e ha una storia personale completamente diversa. Gou è l’esempio del self made man di successo, apprezzato dal mondo imprenditoriale ma molto meno dai cittadini comuni che lo hanno sempre percepito come una figura in realtà lontana, che ha portato i suoi interessi oltre lo Stretto.

Hou ha invece un passato di uomo di legge e ordine. Nel 2004 ha acquisito una prima notorietà dopo l’incarico per le indagini sul tentato omicidio dell’allora presidente del Dpp, Chen Shui-bian. Alle spalle anche una tragica vicenda personale, quando nel 1992 ha perso il figlio nell’incendio di un autobus di un asilo. Drammi e successi che lo fanno sentire più vicino all’opinione pubblica rispetto a tanti altri candidati recenti del Kmt.

Alle elezioni locali dello scorso novembre, ha ottenuto la riconferma al ruolo di sindaco di Nuova Taipei dopo una netta vittoria alle urne. In caso di vittoria alle elezioni del prossimo gennaio, diventerebbe il primo presidente del Kmt nato a Taiwan dai tempi di Lee Teng-hui. Proprio la sua identità benshengren (cioè nato da famiglia di etnia han residente a Taiwan già prima dell’arrivo dei waishengren, cioè i cinesi continentali del Kmt post Seconda guerra mondiale e guerra civile) è invece un punto a favore per provare ad allargare il suo bacino di consenso anche al di fuori di quello tradizionale del partito.

Come già raccontato su Linkiesta, il Partito progressista democratico (Dpp) dell’attuale presidente Tsai Ing-wen non riesce a dialogare con la Cina continentale. Il Kmt mantiene invece un canale di dialogo molto spedito. Il motivo va ricercato nel celeberrimo “consenso del 1992”, frutto di un accordo tra funzionari nominati da Kmt e Partito comunista cinese (Pcc) in cui si riconosce l’esistenza di una “unica Cina”, pur senza stabilire quale.

La formula usata dal Kmt per spiegare l’accordo è quella di «una Cina, diverse interpretazioni». Una sorta di garanzia che Taipei non avrebbe dichiarato l’indipendenza formale come Repubblica di Taiwan, sperando che lo status quo continuasse a bastare a Pechino scongiurando azioni militari per procedere alla riunificazione (o unificazione, come la chiamano a Taipei). Il Dpp non riconosce invece il consenso del 1992: non significa che sia indipendentista in senso stretto, soprattutto nella figura di Tsai, ma la pretesa è quella di avviare un dialogo qualora Pechino riconosca l’esistenza di due entità separate e non interdipendenti tra loro.

Hou ha già espresso la sua opposizione sia al modello “un Paese, due sistemi” in stile Hong Kong (la posizione storica del Kmt) sia all’indipendenza formale di Taiwan, ribadendo per ora implicitamente la validità del “consenso del 1992”, il tradizionale punto più controverso della linea del partito sui rapporti intrastretto. «La Repubblica di Cina è il nostro Paese e Taiwan è la nostra casa», ha detto Hou, ripetendo un concetto molto caro all’ex presidente Ma Ying-jeou, il primo leader di Taipei a incontrare un leader della Repubblica Popolare (nel 2015 con lo storico vertice con Xi Jinping a Singapore), nonché primo presidente o ex presidente taiwanese a recarsi in visita in Cina continentale, proprio nelle scorse settimane.

La candidatura di Hou è la vittoria della linea Ma, che da tempo sta preparando Hou sulle questioni intrastretto e internazionali, su cui è finora stato poco coinvolto. Proprio la sua scarsa dimensione internazionale è uno dei possibili punti deboli della sua candidatura, ma secondo quanto risulta a Linkiesta si proverà ad attenuare il problema con un prossimo viaggio negli Stati Uniti: una tradizione per i candidati dei vari partiti, Kmt compreso. A maggior ragione dopo che lo scorso anno il partito ha riaperto il suo ufficio di rappresentanza a Washington, quattordici anni dopo la sua chiusura.

Quell’ufficio è diretto da Alexander Huang, direttore del dipartimento internazionale del Kmt e suo rappresentante negli Stati Uniti. Nonché possibile ministro degli Esteri nel caso in cui Hou diventi presidente alle elezioni del prossimo anno. «Gli Stati Uniti hanno perso la loro posizione di arbitro una volta coinvolta nella competizione strategica con la Cina continentale», spiega Huang a Linkiesta. «Taiwan, che si trova tra le due potenze, si trova in una posizione scomoda, con la tremenda pressione di essere spinta a scegliere da che parte stare». Secondo Huang, «la postura corretta per Taipei sarebbe quella di impegnarsi a fondo per mantenere aperti i canali di comunicazione sia con Washington sia con Pechino, di adottare una politica ottimistica per i propri interessi basata su una valutazione accurata dell’intelligence. E così guadagnare tempo per la pace e la sopravvivenza».

L’ex presidente del Kmt, Ma, ha dipinto le prossime elezioni come una scelta «tra guerra e pace», indicando la possibile conferma del Dpp come un potenziale acceleratore per un conflitto sullo Stretto. Lai Ching-te, attuale vicepresidente e candidato del partito di maggioranza (che non può ricandidare Tsai per un terzo mandato), ha risposto descrivendo le elezioni come una scelta «tra totalitarismo e democrazia», alludendo al fatto che una vittoria del Kmt porterebbe verso una «unificazione».

Huang non arriva alla definizione di Ma, però sottolinea che «anche se ha gradualmente modificato le sue dichiarazioni più volte e ha cercato di assicurare che non si sarebbe discostato dalla posizione di Tsai, la radicata convinzione personale di Lai di una Taiwan indipendente de jure è nota». E sugli scenari post voto prevede: «Una vittoria del Kmt ridurrebbe in larga misura la tensione attraverso lo Stretto». Poi aggiunge: «La tensione attraverso lo Stretto di Taiwan è stata altalenante per decenni e Pechino non rinuncerà al suo obiettivo di unificazione né con i negoziati né con la forza. Nei prossimi anni, le relazioni tra le due sponde dello Stretto saranno ovviamente influenzate dalla competizione strategica tra Washington e Pechino, e anche dalla saggezza e dalla capacità di Taiwan di gestire questa difficile relazione».

Il Kmr è convinto che il compito possa essere svolto da Hou. Il Dpp da Lai. E c’è anche un terzo incomodo, l’ex sindaco di Taipei Ko Wen-je. Tra poco più di sette mesi sapremo che cosa pensano invece i taiwanesi.

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