Zona rossaIl difficile futuro post pandemico della Cina

Dopo quasi due anni di chiusura per Covid, Pechino ha deciso di riaprire per riprendere crescita economica e stabilità, ma la decisione di allentare le proprie politiche Zero-Covid avrà importanti conseguenze a livello politico, economico ed energetico

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 56 di We – World Energy, il magazine di Eni

Il dragone ha avuto una crescita rapidissima, e ora rischia di iniziare il suo declino: è proprio adesso che può diventare più pericoloso. Un analista del ministero degli Esteri giapponese riassume così l’anno che si trova davanti la Repubblica popolare cinese, e con essa i paesi occidentali con cui sarà costretta a relazionarsi. Dopo il periodo della pandemia e il tentativo di estirpare completamente il virus Sars-Cov-2 dal proprio territorio con una politica cosiddetta “Zero Covid” coercitiva e repressiva, le riaperture improvvise sono state uno choc, anche per i cittadini.

La rielezione del leader Xi Jinping per un terzo inedito mandato alla guida del Partito comunista, delle Forze armate e del paese, ha fatto del presidente cinese il leader più forte e autoritario sin dai tempi di Mao. Sin dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, Pechino ha cercato di massimizzare i vantaggi della crisi e allo stesso tempo ha continuato a sostenere Putin almeno sul piano puramente ideologico. Come maggiore importatore di petrolio del mondo, e il secondo, dopo l’Unione europea, di gas naturale, ogni decisione che prende la Cina ha effetti sul mercato, sugli equilibri geopolitici mondiali, mentre lo scontro tra due ordini del mondo – quello liberale, a guida americana, e quello autoritario, a guida cinese – si fa sempre più evidente.

Le misure anti-pandemia e la crisi economica
Alla fine di novembre 2022, in diverse città cinesi sono iniziate alcune proteste di piazza contro la strategia Zero Covid, fortemente voluta dal presidente Xi Jinping. La chiusura totale per mesi al mondo esterno, i lockdown improvvisi, la persecuzione di chi non si sottoponeva a tamponi e non andava in quarantena obbligatoria nelle decine di campi di isolamento simili a prigioni, facevano sospettare che la politica sanitaria cinese fosse in realtà una più ampia strategia di controllo e repressione della popolazione. Ma certe misure avevano avuto un effetto catastrofico sui cinesi, che erano pronti ad affrontare le conseguenze delle manifestazioni pubbliche contro le decisioni del Partito comunista cinese. Le proteste sono durate pochi giorni. Nel giro di una settimana Pechino ha deciso di sollevare completamente, e all’improvviso, tutte le misure restrittive, di cancellare i lockdown in corso in diverse città, e di abbassare il livello di rischio dal virus Sars-Cov-2. Non è chiaro cosa abbia portato la leadership cinese a fare un cambiamento così radicale e nel giro di pochissimo tempo, anche perché con un piano vaccinale molto indietro, le due settimane dopo le riaperture hanno registrato un picco di contagi significativo e pericoloso. Il virus, da nemico da combattere, era improvvisamente diventato una banale influenza per decisione politica. Al di là delle proteste di piazza – che la leadership di Pechino teme, perché mettono a rischio la stabilità sociale e la legittimità del Partito unico al potere – secondo diversi analisti il rischio maggiore percepito dal governo del paese fosse in realtà il rallentamento economico, cioè l’asset fondamentale della Cina nella sua proiezione nel mondo.

Le chiusure e le quarantene forzate avevano provocato anche un forte indebolimento della produzione industriale cinese, e quindi anche delle esportazioni. Il mercato immobiliare ha rallentato, così come i consumi interni, per via dell’impatto della strategia contro il Covid-19. Tutti fattori che hanno pesato gravemente sulla seconda economia mondiale, che nel 2022 è cresciuta solo del 3 percento, cioè uno dei tassi più bassi sin dalla metà degli anni Settanta, e ben al di sotto dell’obiettivo ufficiale della leadership che contava di crescere del 5,5 percento. Non solo: nel 2022, e per la prima volta in sessant’anni, la demografia cinese ha iniziato il suo declino. Secondo l’Ufficio nazionale di statistica di Pechino, alla fine del 2022 “la popolazione nazionale era di 1.411,75 milioni, con un calo di 0,85 milioni rispetto al dato della fine del 2021”. Anche per affrontare il potenziale declino demografico, il 5 marzo scorso, inaugurando le “Due sessioni”, il momento politico più importante dell’anno nella Repubblica popolare, l’allora premier Li Keqiang – poi sostituito da Li Qiang, eletto nuovo premier cinese durante il Congresso nazionale del popolo – ha illustrato la direzione economica del paese, che si aspetta una crescita molto cauta “intorno al 5 percento” per il 2023: “L’inflazione globale resta alta, la crescita economica e commerciale mondiale sta perdendo vigore e i tentativi esterni di reprimere e contenere la Cina si stanno intensificando”, ha detto Li. “Quest’anno è essenziale dare priorità alla stabilità economica”.

Riapertura, mercati ottimisti ma il clima è incerto
Sulla carta, la riapertura della Cina è guardata con ottimismo dai mercati internazionali. Secondo il Fondo monetario internazionale quest’anno il Dragone potrebbe arrivare a crescere fino al 5,2 percento, potenzialmente contribuendo alla stabilità economica globale, ma il clima è incerto, e il problema resta l’autoritarismo di Pechino e le tensioni politiche internazionali. Tra gli investitori internazionali e i mercati asiatici si avverte già da qualche mese molta cautela nei confronti della Cina. Le riaperture incontrollate, l’autoritarismo del leader Xi Jinping e il controllo del Partito in tutti i settori chiave, dalla finanza alla tecnologia, rendono molto complicato il ritorno a un clima di fiducia. È anche per questo che il tentativo diplomatico di Pechino di riaprire al business as usual con l’Europa è fallito, e non solo per le posizioni cinesi sulla guerra in Ucraina – sin dall’inizio molto vicine e in sostegno della Russia di Putin – e per le pressioni della Casa Bianca di Joe Biden che chiede agli alleati dell’Ue di lavorare al friendshoring, nel tentativo di rallentare l’ascesa e isolare l’alleanza delle autocrazie. Ma la Cina persegue la sua politica d’interesse nazionale, e lo farà soprattutto nei prossimi mesi, dopo che tutte le nomine annunciate dal Congresso del Partito comunista cinese dell’ottobre del 2022 sono state confermate dalle Due Sessioni. Nei ruoli chiave dell’intera catena di comando cinese ci sono soltanto uomini vicini al leader Xi Jinping, e il nuovo asset istituzionale accompagnerà la Repubblica popolare almeno per i prossimi cinque anni.

Lo scorso anno per la prima volta da decenni il consumo di petrolio e gas da parte della Cina è diminuito a causa delle misure draconiane contro il Covid. Ma secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia, quest’anno ci si deve aspettare una forte ripresa della domanda, e quindi anche un’impennata dei prezzi. La produzione energetica cinese non è mai stata al passo dello sviluppo industriale, e la Cina resta il più grande importatore al mondo di petrolio e il secondo, dopo l’Unione europea, di gas naturale. Nei primi due mesi del 2023, gli scambi commerciali tra Cina e Russia sono aumentati del 36,4 per cento, raggiungendo i 232,5 miliardi di yuan (33,59 miliardi di dollari). A trainare l’export russo è stato soprattutto l’incremento della produzione dei prodotti energetici, tra cui gas naturale, carbone e petrolio, verso la Cina. E poi ci sono i paesi del Golfo. Il recente accordo tra Arabia Saudita e Iran di ristabilire le relazioni diplomatiche dopo sette anni di tensioni è stato negoziato in Cina e promosso da Pechino. A dicembre del 2022 la visita di stato del leader Xi Jinping a Ryad ha consolidato il rapporto tra i due paesi – e l’influenza cinese nella regione – soprattutto nel campo energetico. Come si muoverà la leadership di Pechino nei prossimi mesi sarà la chiave per interpretare il futuro del mondo.

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