Christopher SoukupIl fotografo che racconta la nuova malinconia della società americana

Ha ricoperto il ruolo di manager nel settore finanziario, e per quasi vent’anni ha tenuto per sé i suoi scatti. È stato scoperto nel 2016 grazie ai social e alla sua prima grande mostra personale. Adesso è considerato l’erede di Hopper

photo by Christopher Soukup

Nato nel 1971, laurea in economia, grazie a un mix unico che richiama tanto Hollywood quanto Hopper e i notturni di William Turner, gli scatti di Christopher Soukup hanno suscitato grande interesse in America. L’artista autodidatta ha operato in ambito manageriale nei settori della finanza, del marketing e dell’IT. Il lavoro con la fotografia si colloca al di fuori e del tutto indipendente dalla carriera lavorativa.

Soukup negli anni si è fatto onirico narratore della malinconia americana, di una decadenza che sembra inesorabilmente avanzare, senza che ce ne accorgiamo. A livello di carriera, la svolta è avvenuta nel 2016 con una grande mostra personale e un immediato successo di pubblico, anche e sempre di più sui social. L’abbiamo intervistato e chiesto di raccontarci e spiegarci il pensiero dietro questi scatti.

Sei un fotografo autodidatta, che è riuscito a far conoscere il proprio lavoro solo dopo i quarant’anni. Da dove nasce la tua fotografia?
Fotografare per me non è un lavoro, ma risponde a un bisogno. Proprio per questo fatico a definirmi come fotografo professionista, nel senso che ho fatto pochissimo su commissione. Poi sono quasi del tutto autodidatta: al di là qualche workshop occasionale o del corso online, non ho avuto una formazione formale in fotografia. Non ho mai frequentato un college o una scuola d’arte. Penso che il mio interesse nel fare fotografie sia iniziato quando anni fa ho visto le stampe di Ansel Adams subito dopo la laurea. Poi per quasi vent’anni ho scattato e tenuto per me ciò che facevo: il mio viaggio con e nella fotografia è una lenta evoluzione continua.  Ho iniziato concentrandomi principalmente sui paesaggi, sulle lunghe esposizioni alla luce del giorno in bianco e nero e infine sul fare la maggior parte del mio lavoro di notte illuminato dalla luce artificiale.

photo by Christopher Soukup

Il tuo lavoro sembra solitario: come nasce?
Ciò che mi ispira di più è essere dentro e creare uno stato d’animo. Mi piace descrivere questo stato d’animo come qualcosa che rende lo spettatore in grado di percepire qualcosa di sinistro al di là della calma apparente. Le mie fonti di ispirazione sono sempre ciò che vedo, ma anche la musica che in fondo “cinematograficamente” accompagna sempre i miei scatti nella mia mente. L’omissione dell’essere umano nel mio lavoro è la conseguenza di tutto questo: amo lavorare da solo di notte. Le mie fotografie sono una fonte di meditazione e quasi sempre sono frutto di lunghe esposizioni, a volte della durata di molti minuti. Quindi nessuno rimarrebbe fermo. Ma non è solo questo: la mancanza di persone aggiunge una sensazione di minimalismo e desolazione che sono l’anima stessa delle mie immagini.

Protagonista dei tuoi notturni è una visione inquieta della realtà, lontana dal sogno americano. Il tuo non diventa però mai un lavoro meramente documentativo o di denuncia sociale. Sei il fotografo della nuova malinconia americana? Di una società in profonda e drammatica trasformazione?
Senz’altro ora ciò che tu definisci come malinconia americana è centrale nel mio lavoro. Quella americana è una mentalità molto usa e getta e sto cercando di smuovere con l’immagine la coscienza delle persone. Spesso ci penso, ma è un qualcosa che è nato inconsciamente e poi, come spesso mi capita, ha preso senso a metà del viaggio. Nei miei ultimi lavori ritraggo cosa incrocio e colpisce il mio sguardo per strada e così mi sono reso conto che stavo sempre guardando quei luoghi – tantissimi negli Stati Uniti – che hanno avuto un’utilità, che sono stati belli in passato, ma che oggi sono stati abbandonati, perché semplicemente non servivano più. Vecchi motel, stazioni di servizio, teatri e locali on the road sono come appesi a un filo, tra realtà e ricordo di vecchie glorie. Hopper li aveva ritratti funzionanti, io ne rappresento “il dopo”, forse la vera essenza.

photo by Christopher Soukup

Sento che infiniti War Marts e fast food hanno rubato spazio e il “ruolo” di ciò che c’era prima, che aveva un senso e un carattere unico e ora irrimediabilmente perso. Sempre di più, prima di entrare in un luogo, essendo la maggior parte dei locali parte di catene, possiamo conoscere il layout interno: tutto è uguale, senza anima. Non c’è dubbio che qualcosa è stato perso e ho maturato la consapevolezza che sento l’urgenza di fotografare questi vecchi luoghi prima che siano lontani, persi e distrutti definitivamente. E in effetti molti dei luoghi da me raccontati non esistono più e sono già stati sostituiti dal nuovo che avanza sempre uguale a se stesso.

Il cinema e la pittura nel tuo lavoro sono citati continuamente: set cinematografici, scenografie di film horror, ma anche la pittura di Turner e di Hopper sembrano essere i colori della tua tavolozza visiva.
Cinema e pittura sono parte del mio lavoro, ma in modo diverso, soprattutto a livello di consapevolezza. Il cinema più di ogni altra cosa è stato ciò che mi ha influenzato nel realizzare un corpo diverso rispetto a quello precedente in bianco e nero. Mi ha affascinato la luce morbida o bassa, che presenta una sensazione diversa e la seconda sono state le modifiche al colore attraverso l’introduzione e rafforzamento dei colori complementari, che aggiungono un’altra carica all’immagine.

photo by Christopher Soukup

Con la ricerca artistica di Hopper invece c’è un legame più profondo, quasi viscerale. Ho vissuto a Chicago negli anni Novanta e ho visitato l’istituto d’arte più volte: ho perciò avuto la fortuna di ammirare dal vivo Nighthawks di Hopper, ma in modo inconsapevole. Solo, decenni dopo, dopo aver fatto i primi scatti professionali, ho capito che quelle immagini erano entrate in me. Sono perciò tornato a studiare Hopper e ho compreso meglio anche il mio lavoro: penso che qualsiasi cosa l’abbia spinto a dipingere in quel modo sia anche alla base di ciò che muove il mio lavoro. Partire dalla realtà per andare oltre… e la notte aiuta questa profondità e introspezione.

Le tue immagini più potenti e mature sono quelle a colori di cui stiamo parlando. Che rapporto hai con la fotografia in bianco e nero e con il colore nella fotografia?
Sono attratto da immagini che mostrano come ci si sente più che da quelle che descrivono ciò che sembra. Il mio lavoro è incentrato sul raccontare la sospensione temporale, un qualcosa al di là della restituzione retinica. Amo e sono affascinato anche dal bianco e nero, che può essere incredibilmente efficace come lo testimonia il lavoro di maestri come Robert Adams, Henry Wessel e Fred Lyon.

Ma il mio viaggio si è mosso negli anni dal bianco e nero verso le immagini notturne. Il lavoro a colori è stato guidato dalla cinematografia e ancora di più dalla classificazione dei colori: la gradazione del colore è così il punto di partenza della mia indagine sull’essenza della realtà, in quanto mostra il luogo non per ciò che è, ma per le emozioni che suscita il vivere e l’essere in quel luogo. Certo imparare a pensare con il colore ha richiesto tempo e un sacco di tentativi ed errori. Sono però entusiasta della mia trasformazione e del risultato, che mi appaga pienamente.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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