Pirandellismo di naturaIl decreto lavoro e la commedia del potere tra la destra e la sinistra

Il Governo annuncia un taglio di tasse monstre sul lavoro, ma in realtà è meno della metà di ciò che ha fatto Draghi, mentre il Pd protesta contro la precarizzazione del lavoro, malgrado sui contratti a termine le misure siano più restrittive dei provvedimenti approvati dai governi di centrosinistra

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Leonardo Sciascia raccontava di essere nato e cresciuto in un «pirandellismo di natura», cioè in una realtà, l’agrigentino degli anni ’20 e ’30, in cui a essere pirandelliane erano le cose stesse, non solo la loro rappresentazione e di essersi affrancato «grazie agli illuministi» da «un’ossessione che rasentava la schizofrenia».

Questo bastò a riconciliarlo con Pirandello, ma non fu sufficiente – come testimonia la sua letteratura – a svelenirne il doloroso disincanto per una storia, quella siciliana e italiana, in cui tutto può voltarsi nel proprio contrario e le parvenze del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto sanno mostrarsi perfettamente reversibili e addirittura fungibili nella commedia del potere.

Da questo pirandellismo di natura è in questi giorni animato il teatrino politico attorno al Decreto lavoro varato dal Governo nel giorno della Festa dei lavoratori e pirandelliana appare la tenzone tra la maggioranza di destra e l’opposizione di sinistra sulle dimensioni tragicamente o miracolosamente epocali di questa prevedibile e modesta marchetta pre-elettorale, con un contorno di piccoli interventi al margine su istituti – i contratti a tempo determinato e il reddito di cittadinanza – usciti tutt’altro che trasformati, nel bene o nel male, da una limitata manutenzione normativa.

Eppure destra e sinistra si sono presentate a questo scontro con le armature delle grandi occasioni, unite – come quasi sempre avviene – dallo stesso oltranzismo teorico e dal medesimo trasformismo pratico. D’altra parte, la grancassa dell’ideologia è sempre la macchina della menzogna, anche quando la posta in gioco non è qualche rivoluzione, ma una mediocre competizione neo-borbonica su chi metterebbe più soldi nelle tasche dei poveri e dei bisognosi e ne toglierebbe di più da quelle dei ricchi e dei fannulloni.

Quindi mentre la destra proclama un taglio di tasse monstre sul lavoro, che non c’è nella misura e neppure nella natura – meno della metà di quello di Draghi, anche considerando l’intervento nella legge di bilancio 2023, e tutti in deficit – la sinistra denuncia una selvaggia precarizzazione del lavoro, malgrado sui contratti a termine il decreto Meloni – 24 mesi con causali allentate dopo i primi 12 – sia stato più restrittivo non solo del Jobs Acts del governo Renzi, ma pure del decreto Poletti del governo Letta – entrambi 36 mesi senza causale – che i Dario Franceschini, gli Andrea Orlando e tutti i sostenitori del volto nuovo del passatismo progressista, Elly Schlein, avevano ai tempi difeso e la destra naturalmente avversato.

Nello stesso tempo, la destra ha dovuto smontare, in nome della lotta alla sinistra, il cosiddetto Decreto dignità che però aveva fatto il governo giallo-verde, mica la sinistra, come pure il reddito di cittadinanza, che porta anch’esso la firma dell’attuale vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e contro cui si schierò il Pd, oggi però, nel mutato quadro di alleanze, schierato a difesa di questo imprescindibile baluardo di civiltà.

Eppure il nuovo assegno di inserimento per i nuclei familiari con anziani, minori e disabili si discosta di poco negli importi e nella durata dal reddito di cittadinanza (cinquecento euro, più 280 per l’affitto per diciotto mesi prorogabili, incrementati, a secondo del numero di componenti del nucleo familiare, in base a una scala di equivalenza più progressiva di quella del RDC) e lo strumento di attivazione ha comunque un importo doppio a quello del reddito di inclusione del governo Gentiloni (350 euro, contro 187,5 euro), che a sinistra nel 2018 descrivevano entusiasti come una svolta nelle politiche contro la povertà.

Tutto coerente? Da un certo punto di vista sì, se per coerenza e logica del discorso si intende la completa reversibilità di tutte le posizioni e la loro perfetta adattabilità alle esigenze della congiuntura, che sono sempre e per tutti quelle di rosicchiare da un bilancio deteriorato e ingessato i quattrini per operazioni politicamente dimostrative, che diano una parvenza di concretezza alle promesse impossibili e di implausibilità alle riforme necessarie.

Destra e sinistra continuano a combattere sul terreno delle prime e a scansare quello delle seconde. E lo fanno appunto pirandellianamente, senza neppure lo scrupolo di scambiarsi le parti e le retoriche poveriste, come se il problema dei redditi dei cittadini fosse un problema di avarizia dello Stato, di cupidigia dei profittatori o di parassitismo dei fannulloni e l’unica vera questione, l’unica vera differenza stesse nel decidere a chi togliere e a chi dare.

Che in Italia si lavori così poco, così male e con redditi come bassi e perché l’occupabilità di parte della nostra forza lavoro sia così deteriorata è, ovviamente, tutto un altro problema, che necessiterebbe di tutt’altre riflessioni, evidentemente troppo illuministe per la destra e la sinistra pirandelliana che ci ritroviamo e, incuranti del pericolo, continuiamo a permetterci.

 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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