Affinità elettorali Erdogan spera (ancora) nel sostegno della diaspora turca in Germania

Il presidente uscente vuole intercettare ancora una volta il voto della comunità all’estero, anche grazie all’opera di propaganda dell’ente statale Diyanet. L’opposizione conta sul sogno di un Paese diverso

Un seggio a Berlino per votare alle elezioni turche
Un seggio a Berlino per votare alle elezioni turche (Markus Schreiber/Ap)

Le elezioni in Turchia sono previste per il 14 maggio, ma la diaspora turca è già chiamata ad esprimere il proprio voto e la sua sarà determinante per un’elezione dall’esito di particolarmente incerto.

All’estero, le urne sono aperte dal 27 aprile al 9 maggio, ma non tutti i Paesi hanno lo stesso peso. A contare di più in questo quadro è la Germania, dove risiedono circa tre milioni di persone di origine turca. Di questi, almeno un milione e mezzo ha diritto di voto in Turchia e in passato si è dimostrato un importante bacino elettorale per il presidente uscente.

Il peso della diaspora tedesca
Nel 2017, in occasione del referendum per la modifica della Costituzione, il sessantatré per cento dei turchi che vivono in Germania ha votato a favore della trasformazione della Turchia in una repubblica presidenziale, confermando l’anno dopo Erdogan a capo dello Stato con il 64,8 per cento dei voti.

Un dato superiore persino a quello registrato in patria dal leader turco: nel paese anatolico il cinquantuno per cento degli elettori ha sostenuto la riforma e il 52,6 per cento ha poi votato per Erdogan alle successive elezioni presidenziali. I risultati raggiunti in Germania sono ancora più significativi se paragonati a quelli registrati tra le altre diaspore sempre nel 2018: il ventuno per cento ha votato per il presidente nel Regno Unito, il diciassette negli Stati Uniti, il trentacinque in Iran e il ventinove in Qatar.

Il leader di Giustizia e sviluppo (Akp) sa bene che il voto dei turchi in Germania può fare la differenza, per questo ha chiesto un ampliamento del numero dei seggi aperti nelle rappresentanze consolari delle maggiori città tedesche, salito da tredici a sedici. Per i funzionari turchi, però, il governo tedesco non ha fatto abbastanza.

Ankara aveva richiesto l’apertura di ben ventisei sedi, ma Berlino si è limitata ad approvarne solo tre in più per evitare che ci fossero problemi con lo scrutinio dei voti, secondo quanto riportato dal Financial Times. La decisione tedesca ha indispettito le autorità turche e ha riportato l’attenzione su vecchi attriti riguardanti sempre le elezioni.

L’integrazione mancata e i legami con la madrepatria
In Germania da quasi dieci anni i leader di partiti stranieri non possono tenere comizi sul suolo tedesco nei trenta giorni che precedono le elezioni. Il divieto è stato imposto nel 2014 dopo che Erdogan ha trasformato la celebrazione dei dieci anni di fondazione dell’Unione dei turchi europei democratici a Colonia in un’occasione per arringare la folla e chiedere il voto dei presenti in vista delle presidenziali dell’agosto successivo.

Il discorso del leader turco aveva causato diversi problemi alle autorità locali e anche a quelle nazionali, che fino all’ultimo hanno sperato nella cancellazione dell’evento. Quasi dieci anni dopo, il comizio tenuto da Erdogan fa ancora discutere ed è motivo di attrito tra il governo turco e quello tedesco.

Il presidente uscente, però, ha saputo sfruttare abilmente i rapporti non sempre buoni con Berlino per accattivarsi il sostegno di quella parte della diaspora turca che si sente ancora rifiutata dal Paese in cui vive da decenni.

La prima generazione di cittadini turchi è arrivata in Germania negli anni Sessanta grazie a un accordo siglato tra i due governi per l’immissione di manodopera nel mercato tedesco, ma sessant’anni dopo non tutti hanno ottenuto la cittadinanza tedesca, né sono totalmente integrati nel suo tessuto sociale.

La classe politica nazionale non è stata in grado di semplificare il processo di naturalizzazione della diaspora turca, che a differenza di quella proveniente dalla Russia o dalle ex repubbliche sovietiche ha molti più problemi nell’ottenere la cittadinanza tedesca. In questo vuoto sono invece riusciti a inserirsi i governi della Turchia, soprattutto sotto la guida di Erdogan.

L’identità riscritta: nazionalismo e religione
Il rafforzamento dei legami tra la diaspora e la madrepatria inizia in già negli anni Ottanta attraverso le ambasciate e le altre istituzioni turche attive fuori dal territorio nazionale, ma il processo si consolida ancora di più con l’istituzione del Diyanet, ente statale alle dipendenze di Erdogan e che si occupa della gestione degli Affari religiosi all’estero.

In particolare, il Diyanet offre corsi di alfabetizzazione religiosa e corsi per le diverse fasce d’età, ma si occupa anche dell’invio degli imam e predicatori in Europa. I cittadini turchi all’estero sono quindi chiamati a riconoscersi come tali secondo una chiave di lettura non solo nazionalista, ma anche religiosa e conservatrice, in linea con il pensiero di Erdogan.

Questa visione però risulta attraente solo un certo tipo di diaspora, ossia quella che già si riconosce nei valori che guidano le politiche del presidente Erdogan e che non corrisponde alla totalità della comunità turca all’estero. Soprattutto negli ultimi dieci anni, in Germania sono arrivate sempre più persone appartenenti all’alta e media borghesia urbana, più istruite, con esperienze pregresse all’estero e politicizzatesi nel quadro delle manifestazioni di Gezi Park del 2013 contro il presidente e represse nel sangue dalle autorità.

La diaspora, dunque, è piuttosto variegata e non del tutto favorevole al presidente uscente, ma le carenze del governo tedesco e la pervasività delle istituzioni turche sono tutti elementi che hanno garantito a Erdogan un ampio supporto tra i suoi connazionali all’estero. Resta da vedere se anche questa volta il presidente riuscirà a conquistare i cuori dei suoi connazionali all’estero o se il sogno di una Turchia diversa, quella promessa dall’opposizione, risulterà più affascinante.

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