Se n’è ghiuto e soli ci ha lasciatoL’addio alla Rai di Fabio Fazio conviene alla destra, alla sinistra e pure a lui

Breve storia recente della tv italiana attraverso la carriera del conduttore costretto a traslocare a Discovery, a cura di una pinoinsegnista della prima ora

Foto Lapresse - Omar Abd el Naser

Se la storia della tv italiana non è la materia a piacere che portereste agli esami di riparazione, è il caso di spiegare chi sia il protagonista delle polemiche della settimana che va a principiare: Fabio Fazio, conduttore televisivo in un Paese che da che ho memoria ama cianciare di mancato ricambio generazionale e di giovani oppressi dalle generazioni precedenti.

Fazio ha meno di ventinove anni quando scompiglia l’idea di cosa debba essere la domenica pomeriggio con Quelli che il calcio; trentadue quando con Anima mia fonda il secolo successivo e i di esso difetti inventando la nostalgia come carattere generazionale; trentaquattro quando dice all’ufficio contratti Rai che, ad affiancarlo a Sanremo, vuole un tizio che ha vinto il Nobel per la medicina, Renato Dulbecco.

Non c’entra, ma c’entra: la carriera di Fabio Fazio non sarebbe esistita se non fosse esistito Bruno Voglino, che era un funzionario Rai quando i funzionari Rai erano intellettuali con una visione del mondo e il coraggio di scommettere sul talento, e non gente che aspetta solo che sia mezzogiorno meno un quarto per prendere il borsellino e andare a mensa.

Non c’entra, ma c’entra: nel 1999 l’ineffabile ufficio contratti Rai offre al professor Dulbecco trecentomila lire per cocondurre Sanremo, con una frase che chiunque abbia avuto a che fare con la Rai conosce, «Non ha un precedente»; frase che forse serve a capire quanto sia disutile trattare un rinnovo contrattuale Rai come fosse una questione che attiene al mercato.

Mai, nella storia di quel perpetuo pasticcio decisionale che è l’esistenza d’una televisione pubblica, s’era visto un esito che convenisse a tutti. Mai, fino al congedo di Che tempo che fa, che ancora per due settimane dovrebbe essere su Rai 3, ma sabato Beppe Caschetto (agente di Fazio da sempre, e personaggio che sta alla tv italiana come Enrico Cuccia stava alle banche) ha chiuso il nuovo contratto, e ieri è arrivato il comunicato di Discovery: da settembre Fazio farà lì il suo il programma, e altro di non ancora specificato.

Fazio che va via dalla Rai conviene a tutti. Conviene alla sinistra, che può dire alla destra ma non vi vergognate, un programma colto, un programma elegante, un programma prestigioso, un programma con ospiti il Papa e Obama, Tom Hanks e Carrère, Fanny Ardant ed Erin Doom, e voi volete metterci Pino Insegno, ce lo vedo Labatut che viene a farsi intervistare da Insegno (conto che dicano «c’avete solo Pino Insegno» col tono con cui i romani dicono ai milanesi «c’avete solo la nebbia»).

Conviene alla destra, che potrà dire al proprio elettorato che, coi-vostri-soldi, non abbiamo rinnovato quella lussuosa produzione, che essendo esterna se viene ospite Beyoncé neppure la manda a dormire nei tre stelle convenzionati Rai, è uno scandalo, è una vergogna, le mani nelle tasche degli italiani, l’hanno mandata al Four Seasons che oltretutto non ha un precedente.

Conviene a Fazio, che ha una carta-martirio e risulta subito elegantissimo non giocandosela (ieri sera in onda ha detto che lui e i suoi non hanno «nessuna vocazione a essere vittime o martiri: siamo persone fortunatissime», subito dopo aver spiegato che non parlerebbe mai male della Rai avendoci lavorato quarant’anni: come gli ex mariti migliori, quelli che non spettegolano e non recriminano); ma va a farsi dare da Discovery come minimo gli stessi soldi che prendeva finora, che sono più soldi di quanti gliene darebbe ora la Rai (che domani, col nuovo amministratore delegato, avrebbe offerto a Fazio un contratto alla metà di quel che prendeva, da cui l’annuncio domenicale che grazie, non sei tu sono io, restiamo amici).

D’altra parte è il paradosso della tv pubblica: gente alla quale il mercato darebbe dieci volte tanto si sente rinfacciare d’essere pagata coi-nostri-soldi, invece che ringraziata perché lavora per un decimo di quel che potrebbe ottenere altrove. 

L’unico cui non conviene è Maurizio Crozza, che finora era l’unica star di Discovery, l’unico per cui si ammazzavano vitelli grassi per il prestigio culturale in una rete in cui la carretta viene tirata da programmazione sofisticatissima con titoli quali Cash or Trash? e Il contadino cerca moglie. Il trauma di passare da figlio unico a non più reuccio di casa può essere pesante, ma meno di quel che sarà per Fazio passare dall’ospitare Amadeus che racconta il prossimo Sanremo all’ospitare Conticini che promuove la versione postmoderna di Ok, il prezzo è giusto.

L’ultima volta che Fabio Fazio e il suo gruppo di lavoro avevano lasciato la Rai c’era la lira, i cellulari non facevano le foto, e il più recente Sanremo l’aveva condotto Raffaella Carrà. Telecom aveva comprato Tmc, per trasformarla in La7 e fare di Fazio e del suo programma di seconda serata – era quando non volevano ancora tutti fare Fallon, ma qualcuno voleva fare Letterman – il gioiello della rete.

Poi qualcosa era andato storto, non è interessante ricostruire qui le versioni dei fatti rispetto alla chiusura d’un programma che neanche aveva ancora cominciato ad andare in onda (chiusura peraltro piuttosto remunerativa: Caschetto sa fare i contratti). È interessante un dettaglio che dimostra come la realtà fosse già allora una sceneggiatrice così formidabile da permettersi lussi d’inverosimiglianza per i quali un altro sceneggiatore verrebbe protestato dalla produzione.

Il giorno del 2001 in cui viene comunicato al gruppo di lavoro che spiacenti, abbiamo scherzato, sì abbiamo presentato i palinsesti, sì è tutto pronto per cominciare, sì il terzo polo (il terzo polo televisivo aveva grandi speranze e grandi delusioni da prima di quello politico) – ma, ecco, come non detto, amici come prima, lasciamoci senza rancore – quel giorno lì ovviamente viene stilato un comunicato.

Un comunicato indignato, vibrante, che parla dell’impossibilità di fare tv in un Paese dalle continue ingerenze politiche, dell’invadenza nelle scelte culturali di partiti che dovrebbero pensare a ben altro, di rava, di fava. Mentre lo si sta stilando, qualcuno butta un occhio alla tv senza volume, e chiede cosa sia mai quella stranezza. È un aereo che entra in un grattacielo. Poco dopo un altro.

Come va a finire lo sapete tutti, anche se la storia della tv non è un vostro pallino. La notizia del mancato inizio del Fazio di seconda serata non ha, sui giornali, lo spazio che avrebbe avuto in un’altra settimana.

Questa settimana qui per fortuna non sono previsti attentati, Salvini ha già cominciato coi tweet da seconda media, e insomma dovremmo poterci intrattenere e trascorrere qualche lieto pomeriggio a dirci che sì, comunque era un programma che costava troppo, e poi non mi hanno neanche mai invitato a presentare lì il mio libro, e insomma quel Fazio se l’è cercata, e poi sai che c’è, Pino Insegno m’è sempre piaciuto.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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