Le cose sono dueQuelli che cacciano Fazio per revanscismo nostalgico e il futuro della Rai

Il conduttore di Che tempo che fa è da anni il più bravo su piazza, ma non ha il diritto alla prima serata a vita. Chi non gli rinnova il contratto però lo fa solo per assecondare lo spirito di rivalsa di Meloni. Se il servizio pubblico indipendente non è possibile, meglio privatizzarlo

Foto Piero Cruciatti / LaPresse

Fabio Fazio è un genio, ha cambiato almeno un paio di volte il modo di fare tv e da tempo conduce una delle rare trasmissioni di qualità della televisione italiana (aggiungo, per i babbei dei social, che non lo conosco, che non mi ha mai invitato alle sue trasmissioni e che spesso trovo stucchevole lo stile entusiastico delle sue interviste).

Fazio però fa la migliore tv italiana da trent’anni (Quelli che, Sanremo, Anima mia, Che tempo che fa) e la fa avendo resistito a numerosi tentativi di ridimensionamento imposti dalla politica e, certo, anche col sostegno complice della parte avversa e con l’ausilio di favolosi contratti di lavoro. Fazio non è una vittima, non è un martire, è un notevole imprenditore di sé stesso, un uomo-del-fare che in teoria dovrebbe piacere a quelli che vedono minacce collettiviste e stataliste dietro ogni angolo.

Gli attuali buzzurri al governo invece sono riusciti a mandarlo via, non rinnovandogli il contratto o offrendogli meno per farsi dire di no. Il punto però non è che Fazio abbia diritto a una trasmissione a vita, e nemmeno che non si possa mettere in discussione questo o quel conduttore, questa o quella trasmissione, in particolare se la televisione di cui stiamo parlando è di proprietà e a guida pubblica.

Il posto fisso in prima serata non rientra nei diritti costituzionali né di Fazio né di altri, e tutte le cose – anche quelle televisive – cominciano e finiscono ed è naturale che sia così. Il punto è che il mancato rinnovo contrattuale di Fazio non è motivato da parametri di mercato né da quelli del servizio pubblico che la sua trasmissione rende ai telespettatori.

Il punto è che al suo posto ci metteranno qualcuno scelto a caso tra quelli che si percepiscono vittime dell’antifascismo culturale per il solo fatto che salutare romanamente, inneggiare al criminale Putin e incensare il golpista Trump sono comunemente considerate attività impresentabili in un consesso civile.

Al posto di Fazio, e in tanti altri posti di interesse pubblico che seguiranno (immaginate che cosa potranno fare, per esempio, alla Biennale di Venezia), arriverà qualcun altro al solo scopo di marcare il terreno, di segnare un punto, di assecondare lo spirito di rivalsa esplicitato perfettamente da Giorgia Meloni nel discorso pronunciato la notte della sua formidabile vittoria elettorale del 25 settembre 2022.

Il sostituto di Fazio sarà scelto tra i retequattristi, se non da ambienti di drenaggio più sotterranei, e non lascerà traccia, fallirà e poi sarà inesorabilmente sostituito da qualcun altro ancora, fino a quando un giorno rivinceranno gli avversari politici e come prima cosa anche loro proveranno a raddrizzare il legno storto.

La questione non è che Fazio sia il migliore dei televisivi italiani e non è nemmeno che al suo posto arriveranno i peggiori scalzacani. La questione è che in una democrazia adulta un’industria culturale nazionale non può essere gestita da adolescenti che giocherellano a lacrime mie o lacrime tue.

Le cose sono davvero due, ma diverse dalle reciproche accuse di destra e sinistra: o la Rai diventa indipendente oppure va privatizzata.

Sull’indipendenza della Rai dai partiti possiamo realisticamente smettere di sognare, mentre privatizzandola sappiamo che non ci sarà nessuna garanzia di qualità e di imparzialità, peraltro esattamente come non c’è adesso, ma almeno finirà questo eterno teatrino osceno e le scelte di palinsesto saranno palesemente dettate dagli interessi aziendali e non dagli opposti revanscismi.

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