Pulcini & Co. 21 giorni per far schiudere un uovo di gallina

L’inflazione ha colpito anche il settore avicolo, passando dalle uova di consumo a polli, galline e tacchini. E c’è chi cerca di imparare ad allevare a casa questi animali, per un’economia sempre più autarchica

Foto di Emiel Maters su Unsplash

Ci vogliono 21 giorni per far schiudere un uovo di gallina, sia che la cova avvenga con una chioccia, sia che invece venga utilizzata un’incubatrice artificiale. Ed è un processo delicatissimo, in quanto le uova, avendo al loro interno una vita, debbono essere trattate davvero con i guanti. Qualcuno potrebbe pensare anche di iniziare questo procedimento in casa, vista anche l’inflazione galoppante proprio sui prezzi delle uova, ma ovviamente ricordate che quelle che acquistiamo al mercato non sono uova fertili.

Sottolineiamo questo passaggio, perché qualche mese fa Google ha rilevato negli Stati Uniti proprio un incremento della ricerca della keyphrase “allevamento di polli”. Il motivo è presto detto: un piccolissimo ma tenace numero di americani ha cominciato improvvisamente a interessarsi all’allevamento di polli per far fronte a problematiche causate da diverse cause. La prima, senza dubbio, è legata alla pandemia, che ha costruito un nuovo modo di vivere, in cui la parte autarchica della produzione di cibo ha assunto i toni di una vita dai risvolti romantici, antichi e anche di sopravvivenza (vedi alla voce “scaffali vuoti nei supermercati ai tempi del covid”).

La seconda sicuramente vede una crisi economica, come non la si attraversava da anni, che spinge i consumatori al fai da te su ogni fronte. La guerra in Ucraina ha portato con sé la carenza nelle forniture dei mangimi per gli animali e i costi energetici sono schizzati alle stelle. Questo discorso vale un po’, in generale, per tutto il mondo. In America poi gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un’influenza aviaria altamente patogena, che, uccidendo milioni di galline ovaiole, ha messo crisi le aziende avicole e la domanda da parte dei consumatori.

In realtà il problema uova aleggia un po’ ovunque. Anche in Europa. Lo scorso dicembre Eurostat aveva infatti registrato un aumento del loro prezzo del 49% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dato che, se paragonato, ad altri prodotti di largo consumo, come pasta, olio e caffè, diventa un qualcosa di insostenibile. I motivi, anche qui da noi, sono gli stessi che riguardano gli abitanti d’oltreoceano. L’aviaria, infatti, è presente anche in Italia, nonostante non sia da considerarsi come un rischio invalidante per il settore: nel 2022 sono stati almeno duecentomila i capi, tra polli, tacchini e galline, che sono stati abbattuti per evitare la diffusione della malattia.

Le associazioni animaliste additano, come causa principale dell’aviaria, le condizioni in cui le galline vengono allevate, rinchiuse ammassate senza poter avere una vita sana, senza sole e movimento libero. Dall’altra parte, invece, c’è chi sostiene che la situazione in Italia sia sotto controllo. Questo grazie a un sistema di sorveglianza serratissimo sull’intera filiera produttiva e grazie al fatto che gli standard europei di controllo di qualità sul cibo sono tra i migliori al mondo. Nella strategia europea di riferimento, inoltre, uno dei pilastri è proprio il progetto From Farm to Fork, che mira a una tutela del benessere animale, in cui la prevenzione delle malattie diventa obiettivo principe.

Vero è che in passato, troppo spesso raccontato in maniera bucolica e poco attinente alla realtà, le malattie nei pollai erano all’ordine del giorno. I nostri antenati non avevano le conoscenze, le tecniche e le strumentazioni che abbiamo noi oggi ed era molto più semplice che gli allevamenti venissero dimezzati da batteri e infezioni, mettendo a rischio intere comunità, che traevano sostentamento da quel tipo di alimentazione.

Oggi è diminuito drasticamente, anche solo in confronto a dieci anni fa, l’utilizzo di antibiotici e si sta andando verso allevamenti sempre più in linea con la sostenibilità ambientale e animale. Ad esempio, in Inghilterra una startup ha creato un nuovo mangime per galline ovaiole a base di mosche soldato nere, con fonti proteiche quindi prive di dispendio energetico, ma basato su rifiuti organici, in quanto questi insetti vengono nutriti con scarti alimentari.

Sostenibilità e benessere animale vanno quindi in un’unica direzione. O per lo meno, così dovrebbe essere.

Questo articolo fa parte del
 dossier su “Il valore del tempo”, il tema del Festival di Gastronomika 2023 che si terrà a Milano dal 21 al 22 Maggio.
Per informazioni puoi leggere qui.

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