Qualche anno fa, in un’intervista al Corriere della Sera, Romano Prodi raccontò come, nel 1996, da neopresidente del Consiglio, si trovò in Germania per la sua prima visita internazionale. Al momento di congedarsi, l’allora Cancelliere Helmuth Kohl gli chiese: «Sai già chi viene la prossima volta?».
La domanda di Kohl faceva riferimento alla breve durata governi italiani, a cui fa da contraltare la longevità di quelli tedeschi. Se è vero, però, che la Germania non ha molta esperienza nella caduta dei governi e nelle elezioni anticipate, questo non vuol dire che nella maggioranza non possano esistere contrapposizioni aspre.
La settimana scorsa, l’edizione europea di Politico ha riportato le testimonianze di alcuni anonimi funzionari europei che lamentano l’impossibilità, da diversi mesi, di avere una posizione univoca da parte della Germania su praticamente ogni tema in discussione: la linea, infatti, muterebbe radicalmente a seconda del Ministero con cui si interloquisce (e del partito a cui questo fa riferimento). Una circostanza che sembra quasi un contrappasso per la battuta di Kohl.
Ormai da tempo, il governo Scholz attraversa una fase di forte conflitto interno tra i tre partiti della coalizione, divenuta ancora più virulenta nelle ultime settimane. L’invasione russa dell’Ucraina, infatti, ha fatto scoppiare una serie di profonde differenze presenti tra i socialdemocratici e i Verdi, da una parte, e i liberali della Fdp, dall’altra.
L’inflazione e la questione energetica che ne sono derivate, ancora al centro dell’agenda politica tedesca come di molti governi europei, rendono difficile trovare un equilibrio tra la necessità di portare avanti la transizione ecologica e il bisogno di tutelare il potere d’acquisto dei ceti medi (sostenendo quindi la produzione industriale).
La settimana scorsa, ad esempio, Christian Lindner, Ministro delle Finanze e leader della Fdp, ha ritirato il sostegno del suo partito a una proposta di legge concordata nei patti che hanno dato avvio alla maggioranza, e che prevede la messa al bando di nuovi impianti di riscaldamento a petrolio o a gas (molto frequenti in Germania), stabilendo che ogni nuovo impianto deve essere alimentato al sessantacinque per cento da rinnovabili, anche tramite all’installazione di pompe di calore grazie a contributi governativi.
Lindner ha motivato la mossa con la necessità di rivedere alcune parti del testo, ma è chiaro che il diniego ha la funzione politica di inviare un messaggio: non è il momento di dare priorità alla transizione, ma di sostenere l’economia evitando spese e tagliando tasse. Una posizione che si inserisce perfettamente nella cornice su cui i liberali tedeschi insistono da tempo, come l’alleggerimento fiscale e la previsione di obiettivi climatici meno stringenti.
Molte delle recenti posizioni Fdp, però, rischiano di essere in aperto contrasto con gli accordi presi al momento della formazione del governo: se è vero che era chiaro da subito che la Fdp avrebbe rappresentato uno scoglio su alcuni temi per Spd e Verdi, lo scenario attuale va oltre queste previsioni e potrebbe rovinare i rapporti nel governo, in maniera forse irreparabile.
Robert Habeck, ministro per l’Economia e la Protezione del Clima e co-leader dei Verdi, ha dichiarato ad esempio di «prendere atto che la Fdp non rispetta la parola data»: un riferimento non solo al fatto che la legge era prevista negli accordi di maggioranza, ma anche alla vicenda dell’opposizione tedesca allo stop europeo ai motori a combustione, in merito al quale il cambio di posizione di Berlino è stato determinato dalla Fdp, costando caro alla credibilità tedesca in Europa. Due precedenti pesanti, sul curriculum di Lindner.
In materia fiscale, nella coalizione ci sono impostazioni di fondo difficilmente conciliabili, anche per gli elettorati a cui fanno riferimento: per Verdi e Spd gli sgravi devono riguardare soprattutto i ceti medio-bassi, e redditi e consumi vanno sostenuti anche attraverso la spesa pubblica, mentre la Fdp è contraria all’aumento della spesa e si concentra soprattutto su un alleggerimento delle tasse per imprese, non limitandosi ai ceti più esposti all’inflazione.
Per i liberali, una perdita di credibilità potrebbe essere fatale, rendendo quasi impossibile il dialogo con gli alleati di governo e alienando potenziale elettorato. Tuttavia, per un partito che nei sondaggi è dato intorno al cinque per cento (la soglia sotto la quale si rimane fuori dal Parlamento) e che ha perso molte recenti elezioni locali, mostrarsi intransigenti è anche un modo per tenere stretta la base più coriacea del partito, senza rischiare ulteriori emorragie di consenso.
Al tempo stesso, nel contesto attuale, i Verdi appaiono ad alcuni settori della società tedesca come troppo orientati sulle politiche climatiche e non abbastanza interessati a difendere il potere d’acquisto di alcune categorie. Sebbene l’elettorato storico mostri di condividere la linea di Habeck e Baerbock, in questa situazione per il partito è difficile immaginare una forte crescita nei sondaggi, coinvolgendo persone tradizionalmente orientate su altre forze politiche, soprattutto se i liberali dovessero continuare a bloccare budget utile per politiche sociali.
Anche la situazione della Spd è per molti versi critica: gli indici di gradimento di Scholz come cancelliere sono tendenzialmente bassi e in peggioramento rispetto ai mesi precedenti l’invasione dell’Ucraina, e il partito nei sondaggi è sotto il venti per cento, superato dai cristiano-democratici (attualmente all’opposizione). Oggi, il Cancelliere appare ad alcuni non in grado di esercitare il pieno controllo su alleati litigiosi, con effetti immaginabili sul giudizio del governo.
In questa situazione, è soprattutto il partito di estrema destra Alternative für Deutschland a guadagnare consensi, più che i liberali: sono questi, infatti, a capitalizzare più della Fdp il malcontento contro Verdi e socialdemocratici. Una sorta di effetto collaterale dei conflitti nella maggioranza, che vede forze esterne al governo, e non uno dei poli della contrapposizione, approfittare delle diatribe in corso. Questi conflitti sono destinati ad accrescersi ora che, dopo due trimestri di contrazione del Pil, la Germania è entrata in recessione tecnica, cosa che aumenterà la pressione sul governo per misure immediate in grado di invertire il trend proteggendo i salari.
Ma più in generale, il conflitto Fdp-Verdi è soprattutto un conflitto sulla gestione di una crisi che dura ormai da un anno e mezzo. All’indomani dello scoppio della guerra, trovare accordi su alcune misure temporanee (come il ritardo all’uscita dal nucleare) non rischiava di mettere i partiti di fronte a scelte da cui dipende la loro identità politica o la capacità di tenere fede ai loro programmi.
Oggi, però, arrivati a metà legislatura, il protrarsi della situazione rende più difficile da parte di tutti cedere su temi identitari. Il risultato è un clima tesissimo, in un governo composto da forze politiche radicalmente diverse che potrebbe essere ricordato come uno dei più conflittuali della recente storia tedesca.