
«Arriva El Niño il mondo si prepari a temperature record», ha annunciato l’altro giorno il capo dell’Organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni Unite, aggiungendo che «lo sviluppo di un El Niño porterà molto probabilmente a un nuovo picco nel riscaldamento globale e aumenterà la possibilità di battere i record di temperatura». Secondo le stime, dunque, esiste un buon sessanta per cento di possibilità che il fenomeno si manifesti nel periodo maggio-luglio 2023, un settanta per cento tra giugno e agosto e l’ottanta per cento tra luglio e settembre.
È in questo scenario prospettico che arriva a inserirsi la battaglia politica che sta scoppiando a Bruxelles e Strasburgo attorno al tema del metano, visto che il parlamento europeo ha appena approvato la misura che obbligherà dal 2025 i Paesi dell’Unione europea a fissare obiettivi al 2030 per ridurne le emissioni per il comparto energetico e petrolchimico chiedendo anche controlli più stringenti sui leak della rete: tant’è che per affrontare questo capitolo, la Commissione aveva originariamente proposto un sistema di obblighi, per produttori e operatori, di monitoraggio e pronto intervento per riparare le perdite.
Che quello della dispersione di metano nell’atmosfera sia un tema da affrontare con attenzione in tutto il mondo lo aveva evidenziato il quotidiano britannico Guardian a inizio marzo rivelando, sulla base di dati satellitari, più di mille fuoriuscite di metano nel solo 2022. Ma se a livello globale sono Stati Uniti, Russia e Turkmenistan i Paesi responsabili del maggior numero di leak di metano da impianti di combustibili fossili, anche l’Italia ha la sua parte di colpa.
Infatti, secondo il recentissimo rapporto di Clean Air Task Force – organizzazione ambientalista no-profit che nel corso del 2022 e i primi mesi del 2023 ha monitorato sedici impianti tra Sicilia, Campania e Basilicata legati prevalentemente al trasporto di gas – «lo stato generale delle infrastrutture è caratterizzato da scarsa manutenzione, da un massiccio utilizzo di pratiche di venting (ossia di rilascio volontario di metano direttamente in atmosfera) e da mancanza di dati pubblici».
Sono stati rilevati circa centocinquanta punti di dispersione di metano centoventotto dei quali hanno a che fare con perdite che dipendono da bulloni, manometri, valvole, giunture, tubature e altre componenti. Ventisei sono dovuti al rilascio volontario di questo gas, che, è bene ricordarlo, se immesso direttamente in atmosfera può avere un effetto fino a ottantasei volte più climalterante dell’anidride carbonica per i primi vent’anni.
Secondo Legambiente, i gasdotti da monitorare con particolare attenzione sono in Sicilia, Campania e Basilicata. Nello specifico, Greenstream che ci collega alla Libia, la centrale di compressione di Melizzano in provincia di Benevento – la quale, sottolinea l’associazione in una nota, «rappresenta un’infrastruttura strategica per il Paese, visto che attraverso di essa passa buona parte del gas importato dal sud Italia e spinto verso nord» –, e uno degli impianti di regolazione e misura situato nei pressi di Moliterno dove sono state identificate undici fonti di emissione, di cui due per rilascio e otto perdite da tubature, valvole e connettori.
E in tutto ciò, volendo l’Italia diventare l’hub europeo per il gas, ci apprestiamo ad accogliere nel giugno prossimo un cosiddetto floating storage and rigassification unit (una nave di trecento metri dotata di enormi serbatoi di gas liquido e attrezzata per riportarlo allo stato gassoso) che stazionerà a pochi chilometri dalla spiaggia di Punta Marina (Ravenna), subito dopo avere già accolto un impianto simile a Piombino.