Mal d’Africa La democrazia in Nigeria è ancora troppo fragile

Il governo uscito dal voto di febbraio sarà chiamato ad affrontare una serie di sfide per mantenere una crescita economica costante, migliorare le condizioni di vita della popolazione e promuovere la stabilità in un paese molto segmentato a livello etnico e religioso

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 56 di We – World Energy, il magazine di Eni

Le recenti elezioni in Nigeria mostrano una democrazia ancora troppo giovane e fragile. La Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (INEC) ha annunciato la vittoria del candidato del Partito Progressista, Bola Tinubu, nonostante le accese contestazioni dell’opposizione mentre l’affluenza registrata è bassa, soltanto il 36 percento, segno di una legittimazione democratica che ancora non ha mandato pieno agli occhi dell’opinione pubblica nigeriana. Il nuovo governo sarà chiamato ad affrontare una serie di sfide per mantenere una crescita economica costante, migliorare le condizioni di vita della popolazione e promuovere la pace e la stabilità nel paese. Le elezioni presidenziali sono state significative perché sono considerate da analisti ed osservatori come prova della tenuta democratica del paese, arrivato alla quinta tornata elettorale dalla fine del dominio militare nel 1999.

Un paese frammentato
Il paese africano è composto da 36 stati federati, ognuno con il suo governatore e la sua legislatura, e da un territorio federale con al proprio interno la capitale Abuja. La Nigeria è una repubblica federale presidenziale in cui il potere esecutivo è esercitato dal Presidente, che è sia capo di stato che capo del governo per quattro anni. Uno dei principi politici fondamentali nell’elezione del presidente nigeriano è l’alternanza tra due zone, cioè tra candidati del nord, prevalentemente di religione musulmana, e candidati del sud, a maggioranza cristiana. L’obiettivo è mantenere un certo equilibrio all’interno del paese, prendendo in considerazione le due maggiori religioni e la distribuzione geografica della popolazione come fattori determinanti in sede elettorale. La sola interruzione di questo principio, tra il 2010 e il 2011, portò ad una ondata di violenza politica post-elettorale. Questa volta tale esito tragico sembra esser stato scongiurato, segnando un passo in avanti nel processo di democratizzazione. I principali protagonisti della tornata elettorale sono stati Bola Tinubu per l’All Progressives Congress (APC), partito di governo delle precedenti elezioni; l’ex vicepresidente Atiku Abubakar del People’s Democratic Party (PDP); l’outsider Peter Obi, ex governatore dello Stato di Anambra e candidato del Labour Party (LP).

Il 1º marzo l’INEC ha dichiarato Bola Tinubu vincitore delle elezioni, con 8,8 milioni di voti, mentre Atiku Abubakar del PDP ha ricevuto 6,9 milioni di voti e Peter Obi del LP 6,1 milioni di voti. Tinubu, ex governatore dello stato di Lagos e figura di grande influenza nel partito di governo, rappresenta la continuità con il presidente uscente Muhammadu Buhari, giunto al limite dei due mandati previsto dalla Costituzione nigeriana. La vittoria di Tinubu è stata celebrata dai suoi sostenitori, mentre i suoi avversari hanno contestato i risultati elettorali, accusando di frode il partito vincitore. Nuove indagini sono in corso da parte della Commissione elettorale che promette di fare chiarezza e punire i “reati elettorali” ma è difficile che questo porti ad una revisione dei risultati. Ad ogni modo, molti problemi restano aperti

Il processo di nation building
Il più grande paese africano, segmentato a livello etnico e religioso, percorso da tensioni e aree dove il terrorismo erode la forza delle istituzioni, è caratterizzato da una varietà politica che nemmeno l’organizzazione federale dello Stato nigeriano riesce bene a fotografare. In termini più generali, si potrebbe sostenere che in Nigeria c’è un problema irrisolto relativo ai rapporti tra Stato, nazione e popolazione. I politologi lo chiamano processo di nation building, cioè quando gradualmente l’intera popolazione dentro determinati confini accetta la legittimità, l’esistenza, il senso, le regole, delle istituzioni politiche e si riconosce in una serie di simboli e in un “capitale culturale” che unificano la nazione. La storia della giovane Nigeria mostra come questo processo non si sia ancora completamente inverato.

La fusione dei protettorati del Nord e del Sud con la colonia di Lagos da parte dei padroni coloniali britannici sotto la guida di Lord Lugard nel 1914 ha portato alla nascita della Nigeria come entità politica. Questa fusione è stata fondamentale perché ha portato all’integrazione di gruppi etnici e culture distinti che fino a quel momento operavano come entità separate. Nel processo di fusione, tuttavia, il governo britannico non aveva mai preso in seria considerazione la natura diversa, multietnica ed eterogenea dello Stato nigeriano. Gli eventi che si sono susseguiti dopo l’accordo hanno inciso molto sul livello di integrazione e coesione tra le persone appartenenti a vari gruppi etnici.

Con l’introduzione della Costituzione di Richard del 1946, la partecipazione politica in Nigeria si è regionalizzata con i tre partiti politici prevalenti, Il Consiglio nazionale dei Cittadini della Nigeria (NCNC), il Gruppo d’Azione (AG) e il Congresso dei Popoli del Nord (NPC), che hanno dominato la politica delle loro regioni. Questi partiti politici e altri minori parteciparono alle elezioni generali del 1959 che produssero i leader che formarono la prima Repubblica nigeriana. Data la natura dello Stato nigeriano, la politica post-indipendenza in Nigeria è stata caratterizzata da competizione interetnica, scarsa fiducia politica, attriti religiosi e scontri di singole personalità, con fenomeni di neo-patrimonialismo, corruzione e clientelismo, a danno del consolidamento statale e a scapito dello sviluppo nazionale.

Dopo l’indipendenza, avvenuta il 1° ottobre 1960, la nuova nazione non è riuscita a risolvere i propri problemi di frazionamento etnico e politico né a creare forme di incivilimento istituzionale, una situazione che in poco tempo ha portato al primo colpo di Stato militare il 15 gennaio 1966. Il colpo di Stato tolse la vita al Primo Ministro, Sir Abubakar T.Balewa, e a vari altri leader politici e militari. L’etnicizzazione del colpo di Stato militare portò a un contro-colpo di Stato il 29 luglio 1966. Il secondo colpo di Stato può essere considerato una rappresaglia di stampo etnico e religioso. l’unità nazionale fu seriamente minacciata perché i leader militari non riuscirono a completare un processo di pacificazione. Anche l’esercito falliva il suo tentativo di stabilizzazione. La proposta di secessione da parte della popolazione della regione orientale, in seguito alla dichiarazione della repubblica del Biafra con a capo il col. O.Ojukwu, fu duramente contrastata dal governo militare federale, ne seguì la guerra civile che durò dal luglio 1967 al gennaio 1970.

Prima del ripristino del regime democratico, avvenuto il 29 maggio 1999, i militari nigeriano hanno dominato la politica del Paese da dopo il primo colpo di Stato militare e anche successivamente. Il programma di transizione al governo civile del generale Babangida che avrebbe dovuto portare ad uno spostamento del potere verso gli altri Stati del sud, fu annullato quando Abiola (il candidato meridionale) si trovava in vantaggio nei L’unità e l’integrazione nazionale furono seriamente minacciate da questo sviamento dalla ordinaria procedura democratica. Fino alla Quarta Repubblica (1999), la ferita generata dall’annullamento delle elezioni presidenziali del 12 giugno 1993 non venne rimarginata.

Un palliativo per il sud a trazione cristiana arrivò soltanto con l’ascesa al potere di Olusegun Obasanjo come secondo presidente esecutivo della Nigeria il 29 maggio 1999. Nonostante i venticinque anni di democrazia ininterrotta in Nigeria (dal 1999), vari gruppi politici ed etnici hanno continuato a generare proteste e violenze avversandosi su base etnico-religiosa ma anche per la distribuzione delle risorse sul territorio. L’incapacità della leadership di affrontare concretamente le rimostranze di questi gruppi ha portato all’emergere di gruppi militanti radicalizzati in tutto il Paese.

Le prossime sfide
Le sfide che attendono il neoeletto presidente sono dunque numerose. La Nigeria è la maggiore economia in Africa Sub-Sahariana e ventiseiesima al mondo per PIL. La sua principale fonte di ricchezza è incentrata sull’esportazione di petrolio nei mercati internazionali. Dopo la crisi finanziaria globale del 2008-2009, tuttavia, è stato necessario adottare alcune riforme con l’obiettivo di differenziare la propria economia e non dipendere troppo dal mercato energetico, mantenendo al tempo stesso una crescita costante. In secondo luogo, la Nigeria ha un altissimo livello di crescita demografica: le proiezioni per il 2050 vedono la popolazione nigeriana arrivare a quasi mezzo miliardo di persone.

Il precedente governo ha messo in campo una serie di politiche e programmi per gestire le sfide derivanti da questo fenomeno. Il nuovo esecutivo dovrà dunque concentrarsi sul supporto all’utilizzo di metodi contraccettivi moderni, allo sviluppo di programmi sulla salute e all’ideazione di piani familiari per mantenere il livello di crescita demografica sotto controllo. È poi utile sottolineare come il nuovo governo dovrà confrontarsi con una serie di problemi di sicurezza interna.

In primo luogo, le autorità nigeriane sono impegnate in una campagna militare contro Boko Haram, gruppo militante islamico attivo dal 2009 e responsabile di rapimenti e attentati contro civili. In secondo luogo, negli ultimi anni sono aumentati gli scontri tra pastori e agricoltori, alimentati dalla competizione per risorse come la terra e l’acqua, oltre alle tensioni religiose ed etniche. Terzo, la Nigeria è un importante hub per il contrasto alla pirateria nel Golfo di Guinea, una questione securitaria di grande importanza per la regione sub-sahariana. Quarto, tra i problemi di sicurezza possono essere fatti rientrare anche quelli relativi alla corruzione che frenano il processo di state e nation building creando un sistema di spoglie che mina garanzie e certezze.

In conclusione, anche per gli investitori esteri e gli altri paesi è importante sia che la Nigeria risolva progressivamente i propri problemi interni, di convivenza civile, ma che lo faccia attraverso un processo di consolidamento delle istituzioni statali e democratiche, senza “scorciatoie” militari o autoritarie. Il pericolo maggiore è che nelle more di una crescita economica e demografica sempre più forte i conflitti locali, etnici e religiosi minino il riconoscimento dello Stato e aprano a processi di deistituzionalizzazione e disordine. La richiesta di certezza giuridica, di neutralità amministrativa, di sicurezza fisica e legale per gli investimenti, insieme ad iniziative che formino la forza lavoro locale e rafforzino le istituzioni centrali, dovrebbero essere in cima all’agenda di chiunque operi o abbia rapporti internazionali con il paese africano.

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