Dialogo costanteServirà tempo per l’adesione dell’Ucraina all’Ue (e bisognerà coinvolgere la società civile)

Oliver Röpke, neo-eletto presidente del Comitato economico e sociale europeo, punta a rafforzare i legami con la società civile ucraina in vista di un futuro ingresso. Ma «sarebbe controproducente fissare una scadenza»

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«Bisogna essere realisti: c’è un grande divario da colmare per l’Ucraina in termini economici e di mercato del lavoro», spiega a Linkiesta Oliver Röpke, appena eletto presidente del Comitato economico e sociale europeo (Cese), organo consultivo dell’Unione europea che fornisce pareri e relazioni sui temi di propria competenza alle istituzioni comunitarie. I suoi obiettivi fondamentali sono favorire l’adattamento delle politiche europee alle condizioni socioeconomiche dell’Unione, rafforzare la partecipazione e promuovere i valori dell’integrazione europea, sostenendo la causa della democrazia partecipativa. Finalità che Röpke cercherà di perseguire allargando il raggio d’azione del Comitato con una proposta di riforma per renderlo «un vero e proprio portale della società civile, con le porte aperte ai Paesi candidati all’adesione all’Ue». 

Proveniente dalla Confederazione austriaca dei sindacati (Ögb) e prima dell’elezione già a capo della sezione del Cese che comprende sindacati, confederazioni e federazioni settoriali, il nuovo presidente ha le idee chiare sulla necessità di coinvolgere meglio i corpi intermedi dei Paesi che intendono entrare nell’Unione europea. «Abbiamo una serie di organi rappresentativi e consultivi dedicati alle associazioni, che seguono lo stato dei negoziati: penso che sia un elemento cruciale nel processo di adesione».

Il processo è in realtà molto lungo e complicato per tutti gli Stati aspiranti. Non fa eccezione l’Ucraina, con un percorso iniziato nel giugno dell’anno scorso con la concessione dello status di Paese candidato, di cui ancora non si intravedono i contorni temporali. «Sarebbe controproducente fissare una scadenza, e comunque non è il nostro ruolo. Il nostro compito è supportare sindacati e altre associazioni. Vogliamo preparare l’Ucraina, come gli altri Paesi, all’adesione, e vogliamo farlo in modo proattivo. Penso che questo possa facilitare, e persino accelerare, il processo».

Secondo Röpke, comunque, l’invasione russa ha accelerato l’avvicinamento dell’Ucraina all’Ue anche in campo socioeconomico. «Pure durante la guerra, legislatori e imprenditori stanno tentando di adeguare i propri standard a quelli del mercato unico e a quelli del Pilastro sociale europeo. E questo è molto importante nell’ottica dei criteri che devono rispettare per far parte dell’Unione».

Fra i dossier caldi sulla scrivania di Röpke c’è sicuramente la riforma del Patto di stabilità e crescita. La Commissione europea ha presentato la sua proposta in merito a fine aprile, ora toccherà agli Stati membri decidere come modificare le regole fiscali dell’Unione. Per Röpke il concetto chiave è la «flessibilità» che deve essere garantita agli Stati membri. «Servirà per garantire la transizione ecologica in modo sostenibile a livello sociale, ma anche per aumentare l’incidenza dell’Ue su quei settori economici considerati strategici». 

La relazione complessiva del Cese sulla riforma arriverà soltanto a settembre, ma dalle parole del suo presidente sembra arrivare apprezzamento per l’approccio «differenziato» della Commissione e i suoi «percorsi di rientro» su misura per ogni Stato che abbia un debito pubblico superiore al 60 per cento del proprio Pil, che andrebbero a sostituire l’attuale obbligo generalizzato di riduzione del proprio debito del 5 per cento all’anno: prescrizione impossibile da rispettare soprattutto per Paesi come Italia o Grecia con un debito di molto superiore al 100 per cento del Pil.

«È importante concedere flessibilità per gli investimenti pubblici, il cui rafforzamento è la priorità numero uno», sostiene Oliver Röpke.

Un altro argomento di discussione molto attuale riguarda il salario minimo, di nuovo al centro del dibattito politico-economico in vari Paesi, tra cui l’Italia. Ma per Röpke non è necessario introdurre una soglia di retribuzione per tutelare i diritti dei lavoratori. Anche perché, spiega, la legislazione in materia compete agli Stati membri e l’Ue non può imporla. 

La direttiva sul salario minimo approvata a ottobre prevede infatti che nei Paesi dove esiste una soglia retributiva minima, essa vada adeguata al costo della vita, stabilendo standard dignitosi. Ma quelli in cui non è prevista, tra cui l’Italia, non sono obbligati a introdurla. «In Austria, ad esempio, non c’è un salario minimo nazionale, ma quasi il 100 per cento della forza lavoro nazionale è coperta dalla contrattazione collettiva». A suo giudizio, quindi, è essenziale piuttosto «una cornice legale che si adatti a questi contratti collettivi».

E la direttiva, afferma, ha già prodotto nuove negoziazioni tra sindacati e associazioni dei datori di lavoro in vari Paesi dell’Ue. Infatti il testo legislativo prevede un piano d’azione nazionale quando in un Paese il tasso di lavoratori coperti dalla contrattazione collettiva è inferiore all’80 per cento: un incentivo per gli Stati a favorire il dialogo sociale. «Questa direttiva è arrivata al momento giusto: con l’esplosione dell’inflazione è più necessario che mai adeguare gli stipendi. Altrimenti, il rischio è un’ondata di rivolte sociali».

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