Blood & Glitter Perché i tedeschi steccano sempre all’Eurovision

La Germania è il Paese con più partecipazioni, ma anche dieci ultimi posti. Molti suoi artisti vedono il contest come una trappola e non come una potenziale vetrina: i risultati mostrano una difficoltà, da parte dell’industria musicale quanto del pubblico, a interpretare le tendenze del mercato più pop

Lord of the Lost che rappresenta la Germania a Eurovision
AP Photo/Martin Meissner

Chiunque abbia guardato l’Eurovision Song Contest (Esc), negli ultimi anni, avrà notato alcune costanti, ad esempio il complesso rapporto della rappresentanza francese di turno con l’accettazione della sconfitta o i pessimi piazzamenti della Germania. Proprio pensando ai discutibili risultati tedeschi, ormai dati per scontato seppur inspiegabili nei motivi alla base, è facile chiedersi come mai la Germania va sempre così male all’Eurovision.

È in effetti molto singolare che la patria dei Kraftwerk, dei Rammsten, degli Scorpions, nonché una grande economia europea, con un’industria musicale e dello spettacolo ampiamente sviluppata, un network televisivo e radiofonico capillare e di tutto rispetto grazie al quale, ogni anno, accede di diritto alla serata finale, non riesca mai a proporre pezzi in grado di convincere giurie e pubblico di una manifestazione che suscita sempre più interesse.

La Germania è il Paese con più partecipazioni al contest: dalla prima edizione del 1956, è stata assente esclusivamente nel 1996, vincendo solo due volte, nel 1982 e nel 2010. Ma il problema, in generale, non è il numero di vittorie: l’Italia, ad esempio, ne ha solo una in più, ma il piazzamento medio è decisamente migliore, mentre l’Irlanda quest’anno non è nemmeno arrivata in finale, ma detiene il record di trionfi (sette).

Solo Berlino, però, è arrivata ultima ben dieci volte, le più recenti delle quali nelle ultime due edizioni. Gli stessi tedeschi sono ben consapevoli di questo primato, e negli ultimi anni è nato un vero e proprio dibattito sulle cause dei cattivi piazzamenti che ha coinvolto media, appassionati, artisti ed esperti del settore.

Per anni, in Germania l’Eurovision è stato percepito come una manifestazione la cui vera essenza non risiedeva nella qualità musicale, ma in tutto ciò che vi erano intorno: lo spettacolo, i rapporti tra nazioni, il carisma delle singole persone in gara, eccetera. Un grande baraccone trash, insomma, che non bisognava prendere troppo seriamente.

A questa percezione ha forse contribuito anche il fatto che per anni il consorzio tedesco Ard abbia affidato la trasmissione dell’Esc alle stesse persone, Barbara Schöneberger e Thomas Hermanns, senza peraltro grossi cambi di format. Tra commenti goliardici e nessuna novità nella presentazione, si è consolidata l’idea di un evento scherzoso a cui non dar troppo peso.

Si tratta, in effetti, di una visione abbastanza comune in molti Paesi europei con un’industria musicale di successo, per i quali, contrariamente ad altre realtà, l’Esc non era un evento su cui puntare particolarmente (anche in Italia la considerazione del contest, fino a qualche anno fa, non era troppo diversa). Ma negli ultimi anni l’immagine dell’Eurovision è cambiata profondamente, e molti di questi Paesi hanno innovato rapidamente il modo in cui vivono il contest, pur mantenendo inalterato lo spirito giocoso ed esuberante che lo caratterizza.

La Germania sembra aver fatto più fatica di altri a realizzare questo cambiamento. Non è da escludere, inoltre, che questo modo di guardare al festival sia figlio anche dei tempi in cui è nato: per decenni, infatti, si è consolidata una certa reticenza tedesca a qualunque manifestazione di orgoglio nazionale, e l’Eurovision, una kermesse certo gioiosa ma pur sempre in grado di rendere chiare le rivalità tra Paesi, non era forse il contesto in cui il pubblico tedesco si sentiva più a proprio agio.

Negli anni, per molti artisti tedeschi l’Eurovision è stato visto più come una trappola da evitare che come una potenziale vetrina: artisti e band già avviate lo vedevano come una scelta rischiosa, in grado di causare una battuta d’arresto significativa alla carriera, mentre per le figure emergenti andare al contest poteva significare prendere una batosta in grado di stroncare sul nascere ogni sviluppo futuro.

Al festival, insomma, hanno partecipato o artisti che non ritenevano di avere troppo da perdere, o emergenti pronti ad assumersi il rischio sperando che un buon piazzamento (che per la Germania vuol dire evitare le ultime posizioni) garantisse loro gloria e notorietà. Nel dibattito tedesco sull’Eurovision, molti hanno denunciato questa dinamica, evidenziando come al contrario Paesi come l’Italia o la Svezia partecipano con artisti molto famosi in patria, senza peraltro che una sconfitta sia percepita come la fine della loro carriera.

Anche il meccanismo di selezione degli artisti da mandare all’Eurovision ha reso la Germania poco competitiva: in questi anni, Ndr, l’emittente responsabile della partecipazione al festival, ha combinato il voto popolare in preselezioni alla scelta operata da giuria nominata dall’emittente stessa (il regolamento Eurovision non stabilisce come debbano funzionare i processi interni ai Paesi partecipanti).

Spesso Ndr è quindi stata accusata di avere meccanismi di selezione poco chiari e di non saper fare le giuste scelte. Anche per schermarsi da queste accuse, l’importanza del voto popolare (che oggi sceglie tra una rosa di candidati selezionati) è stata sempre più aumentata, ma i risultati non sono cambiati: quest’anno, la band Lord of the Lost, che ha vinto le preselezioni con buoni risultati, è arrivata ultima.

Viene spontaneo, però, chiedersi se non ci sia qualcosa di più profondo. In un recente articolo di preparazione all’Esc 2023 apparso sulla Berliner Zeitung, la band poi risultata ultima viene descritta con prospettive «non male», anche se fautrice di un Glam-Rock non in linea con quello che di solito ha successo all’Eurovision. Nell’articolo, però, si cita la vittoria dei Maneskin come possibile apripista di certe sonorità al contest, e si racconta come quest’anno Ndr abbia «messo in moto la sua macchina di pubbliche relazioni per promuovere la band».

A rileggerlo oggi, quell’articolo suscita un misto tra riso e tenerezza. Com’è possibile che una band come Lotl sia sembrata, in Germania, una proposta credibile e persino paragonabile ai Maneskin (che ai tempi del loro Esc stavano già avendo un successo internazionale)? E, prima ancora, com’è possibile che siano state ritenute opportune candidature come Malik Harris, che nel 2022 propose un’emulazione adolescenziale di Eminem con qualche decennio di ritardo, o di Jendrik, che nel 2021 portò una ballata più adatta alla pubblicità di un centro vacanze che non a una competizione internazionale?

In effetti, le partecipazioni tedesche all’Eurovision potrebbero mostrare una difficoltà, da parte della Germania, a interpretare alcune tendenze di fondo del gusto e del mercato più pop. In quest’ottica, la difficoltà riguarderebbe non solo gli operatori del settore, ma anche il pubblico, tarato su un mercato interno che fatica a trovare uno sbocco a livello mondiale. Per trovare l’ultimo episodio di successo all’estero di una pop band tedesca bisogna risalire al 2005-2006, con i Tokyo Hotel: una constatazione che può mettere in luce una certa incapacità recente, del mercato tedesco, nell’esportare modelli e talenti.

Non sempre ciò che ha successo all’Eurovision è di qualità, anzi spesso vediamo che hanno successo proposte che puntano più sulla performance e sulla messa in scena che sulla qualità musicale. Ma negli ultimi anni hanno vinto proposte che hanno saputo andare oltre l’Esc, dimostrando una certa solidità.

Alla Germania, da anni, manca sia l’uno che l’altro aspetto: proposte scialbe, cantate in inglese (il tedesco manca dal 2007) e accompagnate da esibizioni che vorrebbero essere coinvolgenti e di rottura, ma che finiscono con il risultare banali, se non ridicole. È un problema nato da come la Germania si è abituata a guardare all’Eurovision, ma è anche un problema più generale dell’industria musicale tedesca.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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