Sziget trumpianoIl raduno sovranista di Orbán che tratta con l’Ue per farsi sbloccare i fondi

Il Parlamento di Budapest sta varando le riforme per ridurre le ingerenze dell’esecutivo nei tribunali, ma per la Commissione è «ancora presto» per scongelare i miliardi bloccati. Nel frattempo, il premier officia la convention della destra cospirazionista con Bannon e il leader di Vox

Viktor Orban al C-Pac ungheria
Szilard Koszticsak/MTI via AP

La decisione del Parlamento ungherese di approvare una riforma volta a garantire maggiore autonomia al sistema giudiziario è stato un «ottimo passo in avanti» secondo Vera Jourova, vicepresidente della Commissione europea. Il voto dei parlamentati di Budapest arriva dopo che all’inizio di questa settimana Viktor Orbán e una manciata di ministri hanno incontrato il commissario europeo al bilancio Johannes Hahn. Ma ancora «è troppo presto» per capire se il leader di Fidesz sarà riuscito a fare i compiti a casa fornendo a Bruxelles tutte le garanzie necessarie a sbloccare i fondi europei che Von der Leyen ha congelato ormai da qualche mese. La Commissione valuterà attentamente la riforma e la sua la reale applicazione prima di esprimersi.

Nel dettaglio, il nuovo pacchetto legislativo porta ad una serie di misure che dovrebbero alleggerire la pressione dell’esecutivo sui tribunali: si limita la portata dell’azione del Governo nei confronti della Corte Costituzionale, si rafforza la supervisione da parte di un consiglio giudiziario indipendente e si impedisce all’esecutivo di deferire i casi a tribunali specifici. Per Budapest questi sforzi sono più che sufficienti: il ministro della giustizia Judit Varga è convinto di aver «adempiuto gli obblighi sul sistema giudiziario» e si aspetta quindi che Bruxelles riconosca all’Ungheria quanto dovuto.

Probabilmente, però, se Budapest vorrà sbloccare i 13,8 miliardi destinati al Paese attraverso il fondo di coesione, un’unica riforma non basterà. La Commissione, infatti, ha indicato ventisette «milestones» che l’Ungheria dovrà seguire se vorrà convincere von der Leyen a riaprire i rubinetti. Sono diverse le misure che vengono ancora contestate a Orbán. In primis la legge che discrimina le persone sulla base del loro orientamento sessuale e della loro identità di genere (una norma gemella a quella voluta in Russia da Vladimir Putin) sulla quale Budapest è in fase molto arretrata.

Il governo ungherese non sembra voler fare passi indietro nemmeno sulla riforma delle università, una normativa che gli è costata il blocco dei fondi Erasmus+ e di quelli relativi a ricerca e sviluppo. C’è ancora tanta strada da fare, dunque, sia sullo stato di diritto che sulle libertà fondamentali.

La strategia dei veti con la quale il Presidente ungherese ha provato a mettere all’angolo l’Unione europea per il momento sembra non aver funzionato e per il leader di Fidesz sta diventando difficile distrarre l’opinione pubblica. In Ungheria l’inflazione è sopra al venticinque percento ormai da diversi mesi e le ricette studiate dal Governo non hanno sortito effetti. In compenso Orbán continua a buttare la palla in tribuna: e a incolpare l’Ue di tutto quello che non va all’interno del Paese.

Continuando ad allontanarsi da Bruxelles e strizzando l’occhio ai vari Putin ed Erdogan, il presidente ungherese punta a rafforzare ulteriormente la sua leadership nella destra internazionale. Neanche il tempo di concludere il giro di incontri con la Commissione europea, infatti, che il leader magiaro si è precipitato alla convention dei conservatori ospitata, per il secondo anno consecutivo, da Budapest.

La Conservative Political Action Conference è un grande raduno che dal 1974 riunisce politici, associazioni e attivisti da tutti i Paesi e si svolge tradizionalmente negli Stati Uniti. Il ruolo centrale di Orbán nella destra internazionale lo si percepisce anche dalla scelta della location. Una leadership legata al fatto che all’interno dell’Unione europea non esistono altri capi di governo così lontani dai principi democratici comunitari e in grado di infiammare quel tipo di elettorato.

Meloni, ad esempio, sebbene negli anni si sia sforzata in ogni modo di farci credere il contrario, non si avvicina neanche lontanamente al regime ibrido di autocrazia elettorale ungherese. La leader di Fratelli d’Italia una volta arrivata al Governo ha capito che nel nostro Paese non ci sono molti margini per le boutade illiberali, discriminatorie e filo-putiniane del leader di Fidesz.

Non che questo abbia portato ad alcuna conseguenza: la premier, pur avendo sempre mantenuto in maniera chiara una posizione atlantista, si guarda bene dal criticare l’Ungheria sul veto all’ingresso nella Nato della Svezia o sulle continue carezze che Orbán riserva all’aggressore russo.

Ma la sensazione è che i rapporti tra i due non siano quelli di un tempo e lo si intuisce anche dall’assenza di membri dell’esecutivo italiano alla due giorni organizzata dall’estrema destra ungherese il 4 e 5 maggio. Per i partiti di destra parteciperanno un deputato della Lega ed un eurodeputato di FdI. Non esattamente una presenza massiccia se confrontata alla lista degli speaker di altri Paesi a trazione conservatrice, tra i quali ci sono i capi o ex capi di Governo (come il georgiano Irakli Garibashvili o il ceco Andrej Babiš) e pezzi da novanta del panorama conservatore americano come Mark Meadows, capo dello staff dell’ex presidente Trump.

A completare la kermesse antiliberale ci sono Steve Bannon (stratega proprio del tycoon), Eduardo Bolsonaro (figlio dell’ex presidente Jair) e Santiago Abascal (presidente di Vox Spagna) a scaldare la folla con i loro videomessaggi.

Orbán rimane comunque un buon amico, ma Meloni sembra aver capito che forse per l’Italia è più conveniente guardare a Ovest. Certo, poi da questo all’arrivare a criticare la linea politica di un leader che parla quotidianamente di pericolo della «propaganda omosessuale» e delle «razze miste», ancora, purtroppo, ce ne vuole.

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