È stata RomaLa separazione dei Bonolis, il dietro le quinte della Ferragni e il retroscena che ormai vale più della scena

Il conduttore e sua moglie confermano quello che avevano smentito come dei Totti e non come dei Ferragnez. Del resto non si può vivere nella Capitale e avere segreti

Lapresse

In un romanzo d’una trentina d’anni fa di Lidia Ravera, una tizia veniva definita «una donna senza vita privata» da un altro personaggio che osservava come la signora avesse scelto di dedicare le parti migliori della propria casa a sale da ricevimento degli ospiti, costringendo la camera da letto in una specie di sgabuzzino in fondo all’appartamento.

Era prima di tutto: prima dei telefoni con la telecamera, prima che per vendere la propria vita privata non servisse essere un cantante o un’attrice o qualcuno con un qualsivoglia talento in un qualsivoglia settore, prima che nessuno avesse più una vita privata e tutti cianciassimo di privacy.

Oggi, sulla copertina di Vanity Fair, Paolo Bonolis e Sonia Bruganelli raccontano che si sono separati e che però volevano comunicarlo ai figli coi loro tempi, il che è sensato sebbene pervaso dall’insensatezza del presente (un tempo in cui, per dire ai figli che ti sei separato, posi per il fotografo d’un giornale).

Sta diventando un modulo fisso. Coppia famosa (romana: non è un dettaglio secondario) viene strillata in qualche titolo come separanda; seguono smentite tra l’ironico e l’indignato; seguono un paio di mesi di sedimentazione; segue annuncio che, ebbene sì, si stanno in effetti separando.

Sto cercando d’immaginare Liz Taylor e Richard Burton col cellulare con telecamera, che dicono ma quando mai ci siamo separati, e poi si litigano i brillocchi, e alla fine posano per Epoca raccontando che sì, si separano, ma i pettegoli avevano comunque torto.

Sto cercando d’immaginarmi lo star system di quando esisteva uno star system avere a che fare con le complicazioni d’un tempo in cui non esiste il cinema, non esiste la discografia, esiste solo l’abolizione della vita privata, è l’ultimo lascito dell’industria dello spettacolo, è l’ultimo pezzo d’intrattenimento che abbia un mercato.

Ieri Chiara Ferragni e suo marito hanno inaugurato due canali – in gergo instagrammatico: broadcast channel – in cui inviare ulteriori pezzi di sé a coloro che li seguono. Immagino diventeranno a pagamento, dopo l’amuse-bouche iniziale. Amuse-bouche nel quale la signora Ferragni ha postato un video in cui dice «spero che questo modo di comunicare e vedere un po’ di behind the scene vi piaccia». Behind the scene? Ma nel senso che c’è una quinta? Perché senza la quinta non sussiste il dietro le quinte, e se finora abbiamo visto il davanti le quinte significa, ohibò, che Chiara recitava quando diceva di voler bene ai figli. Suvvia, non vorremo mica scioccare il paese con simili ipotesi.

Se il tuo lavoro è vendere il dietro le quinte, poi come commerci il dietro le quinte del dietro le quinte? Per fare il film dentro al film non ci vogliono almeno Truffaut o Altman? A cinquant’anni da “Effetto notte”, chi ci chiarirà quale sia la Chiara in scena e quale quella fuori scena? A due giorni dai titoli di giornale su come sia raddoppiato il fatturato delle sue aziende giacché lei è proprio imprenditrice che vende prodotti, com’è possibile che Chiara Ferragni abbia già bisogno di mettere in vendita nuovi pezzi di vita?

Paolo Bonolis ha un mestiere. In senso antiquato, quelle cose d’una volta: fai un lavoro, e guadagni con quello. Paolo Bonolis fa la televisione, lo pagano molto bene, e una volta questa cosa qui sarebbe bastata. Potevi decidere se eri uno che raccontava anche i cazzi suoi, o che faceva solo la televisione. Adesso no.

Potremmo dire che è perché Sonia Bruganelli è una smaniosa signora di questo secolo, che si fotografa i piedi e ci tiene a far sapere al mondo che è belloccia, che è benestante, che i suoi figli le vogliono bene, che anche se lei e il marito si separano restano buoni amici. Ma non è mica una questione individuale: quella possibilità lì, quella di stare nel mondo senza denudarsi di fronte al mondo, non esiste più.

La cosa principale che ha fatto Amadeus, in questo momento l’uomo di televisione con più potere contrattuale in Italia, durante la conduzione dello scorso Sanremo è stata aprirsi un profilo su Instagram. Perché funzionava come giochino con la Ferragni, certo; ma anche – soprattutto – perché una persona famosa senza un profilo social è ormai un’anomalia antropologica.

E infatti Bonolis è un’anomalia antropologica: uno che usa un vecchio telefono di quelli da cui mandi gli sms e non fai le foto, l’ultima forma di classismo possibile, il rifiuto di partecipare alla perpetua messa in scena del proprio privato che costituisce la principale industria operativa nel secolo che ci troviamo ad abitare.

(Mesi fa, dopo i primi titoli sulla separazione, Sonia Bruganelli ha instagrammato una foto del nipotino di Bonolis, figlio d’un suo figlio di primo letto. L’ha postata sottolineando che la moglie del figlio di Bonolis l’aveva mandata a lei che neppure è consanguinea: e voi che dite che non siamo una famiglia. C’era, nel rivendicare l’aver ricevuto la foto d’un neonato su un telefono che diversamente da quello di tuo marito è equipaggiato per ricevere le foto, una disperazione che nel frattempo spero sia stata elaborata e superata).

Bonolis è tecnologicamente e quindi umanamente un’anomalia, però è pur sempre di Roma. Non si può vivere a Roma e avere segreti. Se Chiara Ferragni vivesse a Roma, della sua conduzione di Sanremo avremmo saputo quando decideva di parlare una qualche sarta, non quando decideva di annunciarlo lei. Se il marito di Chiara Ferragni vivesse a Roma, le sue cartelle cliniche sarebbero state su un sito pettegolo più in fretta di quanto lui potesse accendere la telecamera del telefono.

Se i Bonolis si ritrovano a confermare quel che avevano smentito come dei Totti e non come dei Ferragni, non è solo perché separarsi costituisce l’occasione d’avere una copertina percepita più elegante di quelle di Chi; non è solo perché il retroscena ormai vale più della scena; non è solo perché devi almeno interpretare “Chi ha paura di Virginia Woolf?”, perché la tua opera d’ingegno m’interessi più dei tuoi panni sporchi. È anche perché, come dicevano i criminali di quella serie bruttarella, è stata Roma.

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