Il circolo MartinAppello sonciniano per un canale tv con Scorsese che spiega i film e tutto il resto

Il regista è venuto a Bologna a presentare una rassegna in cui a ogni sua opera ne viene accoppiata una da lui scelta. Quando parla, viene voglia di vedere tutto, anche le cose più improbabili

AP/Lapresse

«Ma in tutto questo discorso c’era una domanda?». Non succede mai, a noi mitomani che immaginiamo cose mentre la gente parla. Non succede mai che subito dopo la gente dica quel che avevamo immaginato dicesse. Non succede mai, è successo venerdì.

In un cinema di Bologna, Martin Scorsese è venuto a presentare una rassegna che si chiama Carta bianca e in cui a ogni suo film viene accoppiato un film da lui scelto (quasi sempre quello da lui scelto: inspiegabilmente scartata la sua idea di accoppiare a “Shine a light” – il suo film sui Rolling Stones – “Nine variations on a dance theme”, un cortometraggio muto che vide al New York film festival nel 1966, un movimento di balletto montato in nove modi diversi, «pure cinema poetry»).

Io, che capisco sempre il cazzo per l’equinozio, pensavo avessero restaurato “Mean Streets” per il cinquantennale e venisse a presentare quello, e quindi mi ero ascoltata il suo commento audio al dvd (quando rimpiangiamo quei pochi anni tra i vhs e lo streaming, dimentichiamo sempre di rimpiangere le meraviglie che alcuni registi sapevano raccontare nei commenti audio dei film in dvd).

Sapevo quindi già che voleva fare “Prima della rivoluzione”, «ma venivo da un retroterra diverso da quello di Bertolucci», e avevo da poco ascoltato la frase definitiva sul talento e l’ambizione: «The ambition to make a feature is a thing, but then you have to say something».

Tutto questo per dire che, quando Cecilia Cenciarelli (che è lì perché tiene i rapporti con la Scorsese film foundation che collabora spesso con la cineteca di Bologna per i restauri, e anche perché serve una donna, se vuoi domande invece che monologhi) gli chiede di Bertolucci, io so già tutto.

Ma prima di lei c’è stato Gian Luca Farinelli (direttore della cineteca), che ha fatto un discorso di cinque minuti (percepiti cinquecento) per spiegare a una sala in cui erano finiti anche i posti in piedi per ascoltare Scorsese, una sala piena di gente devota e tra una poltrona e l’altra c’è un silenzio che descriverti non saprei, per spiegare al pubblico di Scorsese che Scorsese è un grande cineasta (maggiùra), un grande intellettuale (maggiùra), un grande artista (qui in effetti c’è un punto interessante: non è che siano tantissimi, gli artisti che sono anche intellettuali).

E durante tutto il discorso in cui Farinelli ci spiegava che aveva una teoria su come funzionasse l’ispirazione per Scorsese (teoria sintetizzabile in: come funziona per chiunque abbia mai creato una qualsivoglia opera d’ingegno, in maniera sghemba), io pensavo a Madonna. A quella volta che ero stata Farinelli e, intervistandola, mi lanciavo in monologhi assurdi tentando disperatamente di convincerla che aveva davanti un’interlocutrice intelligente, e lei mi lasciava finire e poi: what was the question?

Pensavo: sarebbe bello se Scorsese facesse Madonna. Pensavo: non lo farà mai. E invece. (Però Scorsese non riuscirebbe a sembrare stronzo neanche impegnandocisi, quindi chiede se nel monologo farinelliano ci fosse una domanda più affettuosamente di quanto fece Ciccone con me. Comunque: non c’era. Per fortuna poi arriva la Cenciarelli, Scorsese ancora una volta salvato dalle donne, che come sanno tutti gli scorsesiani è un riferimento alla sua montatrice, Thelma Schoonmaker, una che dice «i film di Marty non sono violenti finché non ci metto mano io»).

Da un’ora di Scorsese che parla dei film degli altri e dei suoi si esce con la voglia di vedere tutti tuttissimi i film citati, anche quelli che non avevi mai sentito nominare, quasi anche il cortometraggio sui movimenti del balletto.

Quando dice che preparando “The Departed” ha fatto vedere a DiCaprio “Cenere e diamanti” (un film polacco del 1958, ve lo dico così potete far finta di conoscerlo e di essere acculturati quanto un attore belloccio californiano), mi torna in mente un’intervista che girava tempo fa su Instagram.

Qualcuno chiedeva a DiCaprio e Brad Pitt e Margot Robbie quale fosse un classico che non avevano mai visto, e Pitt e Robbie rispondevano «Via col vento», e DiCaprio s’indignava. Certo, in un mondo di gente che non sa niente dei classici e neppure se ne vergogna, lui ha avuto il vantaggio di avere Scorsese per docente (ma Margot Robbie, che con quei due ha fatto “The Wolf of Wall Street”, che scusa ha?).

A un certo punto penso a Pickwick. Non quello di Dickens: quello di Baricco. Quello che fece per la me ventunenne quello che la Moreau (la prof di francese) non era riuscita a fare per la me diciottenne: rendermi interessante Proust. Ogni tanto penso che, se Baricco con l’aria da marpione non si fosse messo lì a illustrarmi (a illustrare al pubblico di RaiTre, ma era proprio come se parlasse con me) come si costruisce una frase di venti righe, io mi sarei persa Proust, e voialtri adesso non fareste tanta fatica a orientarvi in frasi che di righe ne durano quaranta (sempre stata competitiva).

Non potrebbe, Scorsese, fare da Baricco alle ventenni di oggi? Possibile che a nessuno venga in mente di affidare un programma di divulgazione culturale a quest’uomo che riuscirebbe a farmi vedere forse persino un film di fantascienza, tanto è convincente con quella mistura magica di passione e competenza e curiosità e allegria?

Avrei anche un suggerimento per l’impostazione: fateglielo fare con Francesca. Francesca Scorsese ha 23 anni, era con mamma, papà, e lo schnautzer nano Oscar a Cannes (papà ha presentato “Killers of the Flower Moon”), poi a Roma (papà è andato dal Papa). A Bologna no, è andata (assieme a Oscar) a Saint Tropez (lo so da Instagram, che Francesca usò per ridicolizzare le polemiche sui film di supereroi che il padre aveva definito dei parchi giochi: postò i regali di Natale che gli aveva fatto, incartati in carta Marvel).

Probabilmente le storie di papà sui film suoi e degli altri le ha sentite un milione di volte. Quando ne aveva 20 la intervistai e, poiché era la sua prima intervista, le uniche cose che sapevo di lei le avevo trovate appunto su Instagram. C’era un video sui suoi dieci film preferiti, e c’era “Alta società” e non “Scandalo a Filadelfia”. Le dissi che ero molto turbata da questa mancanza, e mi disse che non l’aveva mai visto. Esco da lì pensando che mi abbonerei a qualunque piattaforma televisiva mi facesse spiare Martin che fa vedere per la prima volta “Scandalo a Filadelfia” a Francesca.

Martin-uomo più cool del mondo-Scorsese, che quando parla di “Colpo grosso” dice che voleva essere cool come Sinatra e come Dean Martin in quegli anni in cui Las Vegas era roba di «giocatori, mignotte, gangster e star del cinema», mica come adesso che è una roba per famiglie. Finge d’essere uncool con la naturalezza con cui può farlo solo l’uomo più cool del mondo.

Solo una volta tornata a casa, e prima di mettermi a cercare cortometraggi sul balletto che mai avrei pensato di guardare, scopro il programma degli accoppiamenti, diviso tra i film proiettati in questi giorni e quelli che il pubblico vedrà in autunno. E, tra le coppie che non hanno citato e discusso, c’è “Il colore dei soldi” abbinato al Sorpasso.

Un canale televisivo interamente dedicato a Scorsese che mi spiega Bruno Cortona, vi prego. O almeno un secondo incontro con Scorsese per soli fortunati bolognesi. Per favore. Non credo di poter più essere felice, ora che ho immaginato la possibilità di Scorsese che dice «sono veramente sorry», se non glielo sento dire davvero.

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