Se Visegrád avesse il mareLa distrazione europea sulle ombre di Malta e Cipro

La Commissione teme (non a torto) il filoputinismo di Orbán e il conservatorismo retrivo del governo polacco, ma negli anni si è limitata a richiami bonari ad alcuni Paesi, tra cui le due isole, con problemi di corruzione, maglie larghe sui passaporti agli oligarchi e disinvoltura nell’uso degli spyware

La Valletta dall'alto
Foto di Polina Kovaleva, Pexels

Se vi chiedessero qual è il principale grattacapo politico interno all’Unione europea, probabilmente, rispondereste l’Ungheria di Victor Orbán, o magari la Polonia di Mateusz Morawiecki. Molto probabilmente avreste ragione, dal momento che da anni, la Commissione europea si gratta il capo pensando a Ungheria e Polonia, al loro sovranismo, alla loro insofferenza verso regole e trattati europei o persino (è il caso dell’Ungheria) al loro esplicito filoputinismo.

Eppure, in tutto questo arrovellarsi su come punire e limitare le effettive violazioni degli accordi comunitari da parte di Ungheria e Polonia, l’Ue sembra essersi distratta e aver fatto passare in secondo piano altri problemi, altre condotte che, per così dire, potremmo definire non conformi a quello che l’Europa dovrebbe dire e fare.

L’inferno fiscale maltese
Malta, per esempio, è l’unico Paese europeo in cui, negli ultimi quindici anni, una giornalista è stata uccisa per ragioni direttamente riconducibili al suo lavoro di inchiesta sui Panama Papers. Le indagini sulla morte di Daphne Caruana Galizia non sono mai arrivate a un punto fermo e chiaro, ma nel loro dipanarsi hanno condotto molto vicino (a persone vicine) all’allora premier Joseph Muscat (il cui legame diretto con il delitto non è però mai stato provato).

La faccenda Caruana Galizia, benché sia la più grave e nota con tutto il corollario di cultura dell’illegalità che si tira dietro (dall’intera faccenda Panama Papers, alla disposizione governativa affinché vengano rimossi i fiori dal suo memoriale), non è la sola.

Secondo la classifica della Ong Transparency International, che monitora i Paesi in base alla corruzione percepita,  l’isola è agli ultimi posti tra gli Stati membri (peggio fanno solo Ungheria, Bulgaria, Romania e Croazia):  in una scala da zero (corrotto) a cento (non corrotto), Malta si ferma a cinquantuno, lo stesso punteggio di Ruanda e Arabia Saudita  (l’Italia, tanto per avere un metro di paragone, è a cinquantasei).

Le ragioni di tanta corruzione percepita hanno a che fare soprattutto con due aspetti della società maltese: il primo è il fatto che per anni l’isola è stata un paradiso fiscale e un centro di smistamento di denaro riciclato, fatto passare soprattutto attraverso banche compiacenti (la più celebre era la Pilatus Bank, ora chiusa) e, più di recente, attraverso giri di scommesse sportive fittizie.

Per avere un’idea di quanto grave e profondo sia il livello di corruzione sull’isola, basti sapere il Gafi (organismo internazionale di controllo finanziario) nel 2021 ha inserito  Malta nella sua lista grigia, ossia quella delle nazioni nelle quali è ragionevole credere avvengano operazioni finanziarie illecite.

In quella lista non compare nessun altro Paese europeo ma, in compenso, ci sono Haiti, Filippine, Pakistan, Zimbabwe, Siria e Sud Sudan. Pochi mesi dopo, a onor del vero, Malta è stata tolta dalla lista, solo a patto di applicare una rigida serie di controlli sulle sue banche e sulle sue infrastrutture finanziarie.

Tutto questo nell’Unione europea non ha provocato niente altro che qualche richiamo, qualche raccomandazione e qualche bonaria tirata d’orecchie.

Passaporti d’oro (sporco)
Un po’ più rigide sono parse (ma solo in conseguenza della guerra) le reazioni europee dinnanzi all’altra grande ragione per cui Malta appare a proprio agio al di fuori delle regole europee, ossia la vendita dei cosiddetti passaporti d’oro. Si tratta di passaporti maltesi – quindi europei, con tutto quello che una cittadinanza e un passaporto europeo comportano in termini di viaggi, affari e aggiramento di sanzioni – a persone di qualunque nazionalità, purché disposte a portare in dote a un fondo di investimento maltese almeno 650 mila euro.

Una cifra più che abbordabile per un buon numero di cittadini (per esempio) russi e cinesi desiderosi di diventare europei e, dunque, di avere libero accesso a praticamente tutti gli Stati e i mercati del mondo. Malta non è stato l’unico Paese europeo a intraprendere questa riprovevole pratica, ma è stato l’ultimo a smettere e soprattutto a farlo dopo un esplicito deferimento alla Corte di Giustizia Europea.

Già nel 2019 l’Economist scriveva di Malta che si trattava di una «società mediterranea molto unita in cui i favori e gli obblighi reciproci spesso prevalevano sul rispetto della legge; un’isola con un centro finanziario che aveva superato la capacità di regolamentazione delle sue autorità; un Paese i cui politici avevano rapporti sconcertanti con paradisi fiscali, democrazie illiberali e vere e proprie dittature».

Cipro e Grecia, cavalli di Trojan
La musica non cambia se si guarda a Cipro o alla Grecia, Paesi nel cui caso, oltre a una diffusa corruzione percepita, si somma un certo lassismo in termini di uso degli spyware e dei sistemi di sorveglianza.

Pochi mesi fa, la Grecia è stata al centro di uno scandalo piuttosto corposo, poiché è emerso che il governo aveva posto sotto sorveglianza, con sistemi di spyware, oppositori politici, avvocati, giornalisti.

Allo stesso modo, sempre la Grecia, è finita al centro di un’inchiesta del New York Times dalla quale è venuto fuori che un’azienda di hacking israeliano con sede a Atene, sarebbe stata autorizzata a vendere software di sorveglianza ad almeno un paese con una storia di repressione, cioè il Madagascar, e ad almeno altri ventuno Paesi.

Stesso discorso, seppur con sfumature diverse vale per Cipro che, secondo una commissione di inchiesta del Parlamento europeo sarebbe, insieme alla Grecia, la porta di ingresso privilegiata per sistemi di sorveglianza e hacking illegale.

Una serie di situazioni di opacità, quella di Malta, Grecia, e Cipro, che si sommano alla drammatica questione della non accoglienza dei migranti, e sulle quali l’Europa tace, o al massimo bofonchia. La ragione forse è politica, forse elettorale.

O forse davvero a Bruxelles sono convinti che il sovranismo filoputiniano di Orbán o il conservatorismo retrivo dei polacchi siano più pericolosi e corrosivi della corruzione o della nequizia. Forse è vero. Ma forse è vero anche che se l’Europa stessa si gira dall’altra parte rispetto alle regole di legalità che lei stessa si è data, alla fine, potrebbe non esserci più niente da proteggere.

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