Il diavolo di SebenicoEra impossibile non accorgersi di Dražen Petrović

La carriera dell’ex stella della Jugoslavia, della Croazia e dei Nets è stata brillante e troppo breve. A quarant’anni dalla morte, in un incidente d’auto in Germania, a soli 28 anni, pubblichiamo un estratto dal libro di Lorenzo Iervolino “Dražen Petrović. Il primo uomo sulla luna” (66thand2nd)

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Quando Dee Brown, vincitore dell’ultimo Slam Dunk Contest, schiaccia nel canestro difeso dai Nets, il punteggio in favore dei Celtics è 83- 64, per un rassicurante vantaggio che si allunga a +19 punti.

Siamo a metà del terzo quarto di una partita di regular season che la storica franchigia di Boston ha deciso di giocare nel Connecticut, all’interno dell’impianto sportivo dell’Hartford Civic Center, una mastodontica struttura che ospita eventi di vario tipo, come concerti, partite della Nhl di Hockey e quattro, cinque volte l’anno anche gare casalinghe dei Boston Celtics. Un’abitudine, quella di fare le due ore di pullman per giocare in casa a Hartford, che per i Celtics va avanti dal 1975, ed è stata interrotta brevemente quando nel non così lontano 1978 il tetto dell’impianto ha ceduto, crollando completamente. Solo il caso ha impedito una strage. In due anni il tetto era di nuovo al suo posto, e l’impianto sportivo ha riaperto le porte anche al basket.

All’Hartford Civic, del resto, i Celtics vengono volentieri, perché la sua capienza conta quasi tremila posti in più del Boston Garden, il tempio del basket americano, la casa dei Celtics, e all’inizio degli anni Novanta gran parte degli introiti economici per una franchigia Nba arriva ancora riempiendo i palazzetti nelle partite casalinghe. Il 13 marzo 1992 ad assistere al match contro gli sfavoritissimi New Jersey Nets ci sono ben 15.239 spettatori, il tutto esaurito. Ottimo incasso e un vero spettacolo per i tifosi dei verdi, se non fosse per Dražen Petrović, il numero 3 in maglia Nets (all’inizio del ’92 ha chiesto e ottenuto di essere presentato dagli speaker come «guard from Croatia» e non più «from Yugoslavia») che, all’improvviso, ha deciso di ribaltare la partita, in quella che in molti temono possa essere l’ultima apparizione a Hartford della stella Larry Bird.

Già nel primo tempo Dražen si è messo in mostra segnando tre triple, rubando palloni, correndo in campo aperto, alternando un’infinità di conclusioni dal mid range e in entrata. Dopo aver intercettato un passaggio proprio di Bird, lo ha puntato nel due contro uno in contropiede, e appena gli è arrivato sotto in palleggio l’ha passata dietro schiena a Mookie Blaylock, che ne ha segnati due facili facili. Nessuno può dirlo con certezza, ma vedendo come attacca Larry Bird (come cerca di rompere il suo gioco, andare a rubare i suoi passaggi) sembra che nella testa di Dražen stia risuonando una frase ben precisa, o meglio una domanda, di qualche tempo fa: «Who is Dražen Petrović?».

Finalmente, dopo due anni dal suo arrivo, ha i minuti che voleva, il ruolo che si è ritagliato, e lo status di giocatore vero nella Nba. E può permettersi anche qualche piccola rivincita. Già all’inizio di questa sua prima stagione completa in maglia Nets (nella precedente è arrivato in corsa, fuggendo da Portland nel gennaio del 1991), Dražen ha fatto vedere grandi cose nel corso di uno dei road trip più difficili per una squadra dell’Est, il Texas Tour, ovvero quando tutte in fila si devono affrontare le terribili squadre texane: Houston, San Antonio, Dallas, in un lunghissimo viaggio lontano da casa.

Per i Nets la trasferta risulta ancora più difficile, perché affrontata senza il loro miglior realizzatore e rimbalzista, l’ala grande Derrick Coleman. È in questo momento preciso però, nel novembre del 1991, che Petrović fa click, e si trasforma in maniera definitiva nel leader della squadra. Rivedendo le immagini delle tre gare texane, quel che appare evidente è che Dražen in campo fa esattamente le stesse cose di prima (prende la linea di fondo, attacca il centro dell’area, catch and shoot da tre, usa tantissimo le finte, spinge in campo aperto, fa impazzire i difensori sui blocchi), solo che è diventato più veloce, si è adeguato ad avversari più alti e più forti fisicamente anticipando il rilascio del pallone, giocando a un ritmo maggiore. In Texas ha messo una dietro l’altra tre prestazioni superlative (da 33, 32 e 24 punti), e anche se sono valse una sola vittoria, la mentalità di questi Nets è completamente nuova: sono sempre pronti a ribattere colpo su colpo, proprio come Dražen, che ora ha anche acquisito dimestichezza con la lingua e si lascia andare nel trash talking, un continuo parlottare provocatorio con gli avversari.

I Nets non vanno ai playoff dal 1986, sono reduci dall’ennesima stagione perdente. Adesso però sembra che il general manager Willis Reed abbia inserito in squadra il pezzo che gli mancava per far girare a mille il suo meccanismo. E riuscire a battere i Celtics sarebbe la dimostrazione che il vento è cambiato davvero.

Dopo la schiacciata di Dee Brown, e la relativa tranquillità dei quindicimila accorsi a vedere Bird all’Hartford Civic, Dražen segna sette punti consecutivi in faccia a Reggie Lewis, un altro che lo aveva marcato fortissimo durante il Mcdonald’s Open di Madrid del 1988. I primi due punti della striscia li realizza grazie a un canestro su ricezione dal gomito sinistro dell’area piccola: un’uscita in curl dopo aver preso due blocchi verticali da Coleman e Sam Bowie. Quando il difensore Lewis si divincola dai blocchi e gli si avventa contro, Dražen fa quella finta per cui negli Stati Uniti sta diventando un maestro: la pump fake. La sua solita finta, in realtà, ma portata a un livello di rapidità e perfezione senza precedenti. I piedi rimangono immobili, la palla è tenuta forte con entrambe le mani e spinta molto in alto rispetto alla testa, simulando il movimento di tiro, con un gesto non velocissimo ma forte, deciso, così da poter prendere il ritmo nella discesa del pallone e caricare il tiro a canestro. In questo caso gli serve un palleggio per mettere a posto i piedi. E anche in questo è più che rapido. Bumbum: rilascio fulmineo, solo la retina.

Sempre dal lato destro dell’attacco dei Nets, nell’azione successiva punta il difensore partendo larghissimo. Rispetto al passato si sente così solido fisicamente che va a prendersi il contatto in mezzo all’area senza paura dei muscoli e dei gomiti dei giocatori Nba. A Portland lo avevano inchiodato sulla linea dei tre punti, in quei pochi minuti di campo che gli erano concessi. Adesso, con la maglia dei Nets, sembra potente come John Starks, come Dan Majerle, e infatti segna altri due punti appoggiando la palla al tabellone, and one, c’è anche il fallo. Draž, come ogni tanto lo chiamano i telecronisti americani, segna il tiro libero. Gli ultimi due punti di questi sette consecutivi li segna dalla parte alta della lunetta. Ricezione centrale, pump fake, Reggie Lewis va a svitare lampadine, palleggio arresto e tiro (un movimento bellissimo, rapido, compatto, il palleggio con la mano sinistra, arresto a due tempi destro-sinistro, palla raccolta velocemente subito alta, rilascio perfetto) e altri due. Ora i Nets sono rientrati in partita. E Dražen decide di non fermarsi più.

Ancora un canestro con fallo, tagli backdoor, tiri dal mid range, palle recuperate. Quando segna il meno due in catch and shoot uscendo dall’angolo destro, i telecronisti si lasciano andare a un grido di meraviglia, «Oh oh-o, another tough shot for Petro: he’s a Celtic for one day». Con la sua performance, si guadagna il diritto di essere come un Celtic per un giorno. Con venti punti segnati nella sola seconda metà di gioco, permette ai Nets di completare una rimonta epica da -19, una cosa mai accaduta contro i Celtics. La squadra del New Jersey la vince 110-108. Per Petrović i 39 punti totali sono il suo nuovo career high, il massimo in carriera Nba. In questo momento non c’è più nessuno a cui verrebbe in mente di chiedersi «chi è Dražen Petrović?».

Da “Dražen Petrović. Il primo uomo sulla luna” (66thand2nd), di Lorenzo Iervolino, pp. 240, 18€

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