Fratricidio intenzionale La Russia in Ucraina ha cercato di annientare i legami culturali che fingeva di voler proteggere

L’invasione ha demolito i miti sovietici e ha spazzato via le ultime vestigia della convinzione che ucraini e russi fossero «popoli fraterni», rafforzando l’identità di Kyjiv. La guerra, osserva lo storico Serhii Plokhy nel “Ritorno della storia” (Mondadori), è cominciata molto tempo prima

Una veduta aerea di Bakhmut in Donbas
AP Photo/Libkos

L’invasione russa spazzò via le ultime vestigia della convinzione che ucraini e russi fossero popoli fraterni, per non dire un solo e unico popolo. Cancellò persino quei tratti distintivi del patrimonio storico e culturale comune che Putin aveva cercato di invocare nei suoi articoli e nei suoi discorsi, comprese le radici storiche, la tradizione religiosa e la resistenza comune all’occupazione nazista.

A Perejaslav, la città nella regione di Kyjiv in cui nel 1654 l’etmano Bohdan Chmel’nyc’kyj aveva giurato fedeltà allo zar russo, le autorità municipali smantellarono il monumento che celebrava la «riunificazione della Russia con l’Ucraina», elemento centrale della propaganda dell’unità russo-ucraina. A Kyjiv, la statua della Madre Patria che difende la città contro l’invasione nazista – una guerriera che brandisce una spada con una mano e leva uno scudo con l’altra –, realizzata dai sovietici negli anni Ottanta del secolo scorso e nota come simbolo della città, rimase intatta, ma il suo significato mutò.

Ora era considerata un simbolo della resistenza all’invasione russa. Si diffuse anche un nuovo atteggiamento nei confronti del testo di una delle canzoni sovietiche più popolari, della quale ogni scolaro nell’URSS conosceva a memoria le prime strofe: «Il ventidue giugno / alle quattro precise del mattino / Kyjiv fu bombardata / e ci venne detto che la guerra era cominciata». I versi si riferivano al bombardamento tedesco di Kyjiv nel giugno del 1941, ma gli invasori che bombardavano la città adesso erano russi.

Alla metà di luglio l’UNESCO identificò centosessantatré siti culturali distrutti o danneggiati dalla guerra della Russia contro l’Ucraina. Era una triste ironia della storia che i bombardamenti russi uccidessero cittadini russofoni e distruggessero luoghi e monumenti storici la cui paternità era attribuita alla cultura russa imperiale e poi sovietica.

Andrej Krasnjaščych, docente all’Università di Charkiv e autore che scriveva e pubblicava in lingua russa, denunciò pubblicamente la devastazione di Charkiv causata dalle bombe russe, descrivendola come l’annientamento della cultura russa presovietica e sovietica in Ucraina per mano di coloro che affermavano di essere venuti a proteggerla.

«Bernes» scriveva Krasnjaščych, riferendosi al celebre attore e cantante sovietico Mark Bernes. «La sua casa è a Charkiv. Non so se sia ancora in piedi. Non è distante dalla Semynarskaja vulicja, dove è caduta una bomba.» Bernes, un ebreo etnico nativo di Nižyn, nell’oblast’ di Černihiv, era uno dei nomi più affermati nella cultura russa sovietica, interprete di successi dell’epoca della Seconda guerra mondiale, nonché coautore e interprete della canzone antimilitarista sovietica del 1961 intitolata I russi vogliono la guerra?

Secondo la canzone, dopo gli enormi sacrifici fatti durante la Grande guerra patriottica, i russi non volevano altri conflitti. «Chiedi a quei soldati / che giacciono sotto le betulle» dice il testo. «E lascia che te lo dicano i loro figli / se i russi vogliono la guerra!» All’inizio di marzo del 2022, la canzone fu cantata durante il programma televisivo satirico ZDF Magazin Royale in segno di protesta contro l’attacco della Russia all’Ucraina.

«Non so che cosa ne sia stato delle case di Šul’ženko, di Bunin e di Chlebnikov» proseguiva Krasnjaščych, elencando i nomi di altri celebri residenti di Charkiv: la cantante sovietica Klavdija Šul’ženko e gli scrittori russi Ivan Bunin e Velimir Chlebnikov. «La sua casa» scriveva a proposito di quest’ultimo «è accanto al dipartimento di polizia regionale, che è stato bombardato il 2 marzo, e una bomba è caduta sul Museo di belle arti in cui sono custodite le opere di Ajvazovskij, Repin e Levitan.»

Tutti e tre i pittori citati da Krasnjaščych erano considerati il fiore all’occhiello della cultura russa. «La casa di [Isaak] Dunaevskij» continuava, riferendosi al celebre compositore e direttore d’orchestra sovietico, «nella Jaroslava Mudroho vulicja; anche lì è caduta una bomba. Piovono bombe ovunque. 2055 edifici. La bella palazzina del campus universitario ha le finestre in frantumi. Il nostro dipartimento è proprio lì di fronte, al sesto piano.»

Il professore riportava poi notizie da Buča: «Nello zaino di un soldato russo ucciso in Ucraina hanno trovato un libro di Bulgakov, una piccola croce d’oro, orecchini da bambina con una coccinella e denti d’oro». Il suo articolo era intitolato Come brucia la cultura russa sotto le bombe.

Durante la prima settimana di maggio un missile russo distrusse il Museo di Hryhorij Skovoroda, un celebre filosofo del XVIII secolo, considerato il fondatore della filosofia religiosa non solo ucraina, ma anche russa, che ebbe una grande influenza su Vladimir Solov’ëv e Nikolaj Berdjaev. Il museo si trovava cinquanta chilometri a nord-est di Charkiv, nel villaggio di Ivanivs’ka, rinominato Skovorodynivka in onore del filosofo, che vi aveva trascorso gli ultimi giorni della sua vita.

Secondo il ministro della Cultura ucraino, Oleksandr Tkačenko, la distruzione del museo era stata intenzionale. «Skovorodynivka è distante da altri villaggi e infrastrutture; anzi, nei dintorni ci sono solo campi» affermò il ministro. «Non ho dubbi sul fatto che volessero colpire Skovoroda, in particolare. Se ben ricordo, fu proprio lui a dire: “Non fraternizzare con coloro che celano cattive intenzioni”.»

Erano sotto attacco anche i monumenti dell’èra del Principato di Kyjiv, un patrimonio culturale che Putin e i nazionali- sti russi di ogni colore rivendicavano come proprio. Era il caso di Černihiv, una delle capitali principesche della Rus’ di Kyjiv, esaltata da scrittori, pensatori e politici russi di ogni credo come culla della loro civiltà.

Menzionata per la prima volta nella Cronaca degli anni passati, sotto l’anno 907, Černihiv vantava alcuni monumenti architettonici di epoca medievale, tra cui la cattedrale del Santo Salvatore dell’XI secolo e la cattedrale della Dormizione, il monastero di Elec e la chiesa del profeta Elia, tutti risalenti al XII secolo. Ospitava anche edifici della prima età moderna, costruiti nello stile architettonico conosciuto in Ucraina come barocco cosacco.

Situata a meno di novanta chilometri dal confine russo e centocinquantacinque chilometri a nord-est di Kyjiv, con una popolazione di quasi trecentomila abitanti, Černihiv si trovava lungo il percorso delle truppe russe in avanzata verso la capitale, sulla riva sinistra del Dnipro.

I russi la raggiunsero il primo giorno di guerra, ma furono respinti dai difensori ucraini, che fecero persino alcuni prigionieri. I comandanti russi decisero di aggirare la città e procedere verso Kyjiv. Invece di prenderla d’assalto, la bombardarono a partire dal 25 febbraio, secondo giorno di guerra. Due giorni dopo, si potevano già sentire esplosioni nel centro storico.

Il 6 marzo i bombardamenti furono particolarmente intensi. Si contarono quarantasette vittime, e le bombe colpirono i Musei della letteratura e delle belle arti. Il giorno successivo fu danneggiato il monastero di Elec del XII secolo. I bombardamenti martellarono la città accerchiata per tutto il mese di marzo, mietendo centinaia di altre vittime civili e distruggendo altri musei, biblioteche e edifici universitari.

L’assedio ebbe fine il 31 marzo, quando l’esercito ucraino riprese il controllo dell’autostrada strategica che collega Kyjiv a Černihiv. La città, in parte ridotta in macerie, con la metà della sua popolazione sfollata, iniziò a riprendere le sembianze della normalità e a contare le perdite: umane, materiali e affettive.

Serhij Lepjavko, sessantunenne docente di storia, autore di numerosi libri sulla storia di Černihiv e dei suoi dintorni, che si era unito all’unità di difesa territoriale della città insieme ai suoi due figli, concesse un’intervista ai media locali. «Sono nato a Černihiv, e per me era importante restare nelle strade della mia città e difenderla» disse Lepjavko, spiegando la sua decisione di resistere e combattere.

Poi confessò la sua più grande paura, che non era quella di morire, bensì di perdere i gioielli architettonici della città: «Personalmente, temevo che saremmo arrivati a combattere sulle macerie della chiesa di Santa Caterina o della cattedrale del Santo Salvatore. Ma ero certo che non avrei mai abbandonato la città. Sarebbe stato l’ultimo atto della mia vita».

Le bombe russe non danneggiarono soltanto i monumenti religiosi: aprirono crepe anche nell’edificio del patriarcato di Mosca.

La Chiesa ortodossa ucraina sotto la giurisdizione di Mosca si ribellò al patriarca Kirill, il quale all’inizio della guerra aveva trasmesso un messaggio in cui invitava «tutte le parti in conflitto a fare il possibile per evitare vittime tra la popolazione civile» ed evocava il battesimo, nel X secolo, della Rus’ di Rus’ di Kyjiv, uno stato al quale sia gli ucraini sia i russi fanno risalire le loro origini, nel solco di una tradizione comune che avrebbe dovuto favorire il superamento «delle divisioni insorte e delle contraddizioni che hanno portato al conflitto attuale».

Formalmente sottoposto a Kirill e suo alleato in Ucraina, il metropolita Onufrij, primate della Chiesa ortodossa ucraina del patriarcato di Mosca, si mostrò poco tollerante nei confronti del rifiuto del suo superiore di indicare chi fosse l’aggressore e condannarlo pubblicamente.

«La Russia ha iniziato l’intervento militare contro l’Ucraina e, in questo momento cruciale, vi esorto a non farvi prendere dal panico, a essere coraggiosi, a dimostrare amore per la vostra patria e gli uni per gli altri» affermò in un messaggio ai fedeli il metropolita, un uomo fino ad allora considerato uno strenuo sostenitore dei legami dell’Ucraina con Mosca.

Si rivolse quindi al presidente russo e, in sostanza, lo accusò di macchiarsi del «peccato di Caino», proponendo un’interpretazione assai diversa del battesimo comune della Rus’ nel 988 da parte del principe Volodymyr di Kyjiv, al quale aveva alluso il patriarca Kirill. «Difendendo la sovranità e l’integrità dell’Ucraina,» proseguiva Onufrij «ci appelliamo al presidente della Russia affinché ponga immediatamente fine a questa guerra fratricida.

Il popolo ucraino e il popolo russo sono usciti dal fonte battesimale del Dnipro, e la guerra fra questi popoli significa riprodurre il peccato di Caino, che per invidia uccise il fratello. Questa guerra non ha alcuna giustificazione, né presso Dio, né presso l’umanità.»

Il discorso del metropolita Onufrij era soltanto una delle tante dichiarazioni analoghe, pubbliche e private, rilasciate a Kyjiv e in altre città dell’Ucraina dopo l’attacco russo. In giugno, il vescovo Lonhyn, vicino a Onufrij, sfidò Kirill durante un servizio religioso, «ringraziandolo» per lo spargimento di sangue che aveva avallato.

«Sua Santità, la ringraziamo per la sua benedizione. Per le persone che muoiono, per il sangue versato. Per le bombe che cadono sui nostri monasteri, sulle nostre chiese. Per i nostri monaci, i nostri sacerdoti, che continuano a essere uccisi. La ringraziamo, Sua Santità, per aver dato la sua benedizione a questo spargimento di sangue.»

Il Consiglio della Chiesa ortodossa ucraina del patriarcato di Mosca si riunì alla fine di maggio del 2022, espresse il proprio «disaccordo» con il patriarca Kirill e fece una mossa verso l’indipendenza da Mosca autorizzando le proprie eparchie a non pregare per il patriarca e le proprie chiese a usare l’olio consacrato fornito da Kyjiv invece che da Mosca: un grande passo verso la piena autocefalia, secondo la dottrina ortodossa.

La risposta del patriarcato di Mosca si ebbe quando una delle sue eparchie nella Repubblica popolare di Donec’k si rifiutò di pregare per il metropolita Onufrij. Nonostante la guerra, Kyjiv manteneva ancora il controllo formale su parte delle sue ex eparchie nel territorio delle «repubbliche» di Donec’k e Luhans’k. Ora però, dato che Mosca aveva riconosciuto l’indipendenza di quei due staterelli e che i vescovi di Kyjiv erano insorti contro l’avallo della guerra da parte del patriarca Kirill, poteva succedere di tutto.

Anche le parrocchie del patriarcato di Mosca in Ucraina andavano dividendosi. In dicembre, il presidente Zelens’kyj avviò l’iter di adozione di una legge intesa a vietare le attività delle organizzazioni religiose affiliate ai centri di influenza della Federazione russa.

L’ostinato rifiuto del governo e della popolazione dell’Ucraina di credere alle segnalazioni inviate dai paesi occidentali a proposito dell’invasione imminente va ricondotto, almeno in parte, alla convinzione che la Russia, storicamente e culturalmente vicina all’Ucraina, forse poteva aprire un nuovo ciclo di guerra ibrida, ma non avrebbe mai osato intraprendere una guerra su vasta scala contro il loro paese.

E di sicuro la Russia non avrebbe mai attaccato Kyjiv, che Putin stesso aveva definito, come molti suoi predecessori, la «madre di tutte le città russe». La definizione proveniva dalla Cronaca degli anni passati, risalente al Medioevo.

Invece, lungi dal suscitare gratitudine per la presunta «assistenza fraterna», la guerra contribuì a demolire alcuni miti della Russia imperiale e sovietica. Anziché arrestare lo sviluppo della nazione ucraina e scardinare il suo impegno a favore della propria sovranità, l’invasione russa in generale e l’attacco a Kyjiv in particolare rafforzarono il senso d’identità e di unità del popolo ucraino, dotandolo di una nuova raison d’être, di nuove epopee, e di nuovi eroi e martiri.

Da “Il ritorno della storia”, di Serhii Plokhy, Mondadori, 432 pagine, 25 euro.

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