UselessLa morte cerebrale delle Nazioni Unite

Dal Ruanda a Srebrenica fino alla crollo della diga in Ucraina, l’Onu è inefficace nel risolvere crisi internazionali. Senza una profonda riforma dei suoi meccanismi, la difesa della democrazia liberale rimane in pericolo

Lapresse

«Una catastrofe umanitaria, economica e ambientale monumentale». Così il segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, sulla distruzione della diga a Nova Khakovka, nell’Ucraina occupata militarmente dai russi. E mentre le terre intorno al fiume Dnipro venivano sommerse dalle acque, portando altra morte e distruzione in terra ucraina e minacciando la tenuta della centrale nucleare di Zaporizhia, lo stesso Guterres si affrettava però a sottolineare che l’Onu, tuttavia, non aveva informazioni indipendenti utili a capire cosa davvero fosse successo.

Uno spiraglio comunicativo entro il quale la propaganda russa si è infilata subito, uscendone legittimata. Una martellante grandinata di dichiarazioni, comunicati, ricostruzioni sommarie e lunari, tese a incolpare Kyjiv dell’accaduto, si è abbattuta sui media occidentali, grazie alla miriade di terminali del Cremlino che infestano redazioni e accademie in tutta Europa, in primis in Italia.

Un vortice di mistificazione tra i cui flutti affondano impotenti anche altre dichiarazioni più nette fatte sempre al Palazzo di vetro sia da Guterres che dal Presidente dell’Assemblea Generale, Csaba Kőrösi. Se il primo ha voluto precisare che «una cosa è chiara, questa è un’altra devastante conseguenza dell’invasione russa dell’Ucraina», il secondo ha parlato apertamente di «crimini di guerra». Di fatto, all’ONU nessuno parla responsabilità della Russia. E a guardare bene, le parole dette fin qui potrebbero essere usate anche contro l’Ucraina. Ma soprattutto, l’ONU continuerà a non citare mai la Russia anche nelle ore successive. Intanto, il tam tam mistificatorio della propaganda del Cremlino corre e si espande, aiutato e di fatto “vidimato” proprio dal recidivo incedere vacillante dell’ONU.

Nelle stesse ore, sempre le Nazioni Unite celebravano beatamente la “giornata della lingua russa”, tramite i social ufficiali. Il tutto mentre dallo scorso primo aprile la presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza è assunta dalla Russia, tra le proteste inascoltate di diversi membri.

Dure le parole del presidente ucraino Zelensky: «La Russia inizia a presiedere il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una prova del fallimento delle procedure delle istituzioni mondiali». Aggiungendo poi la richiesta di una profonda riforma dell’organizzazione. Fra gli altri, ha rincarato la dose l’ambasciatrice finlandese alle Nazioni Unite, Elina Kalkku, dichiarando che «è chiaro che la credibilità del Consiglio di sicurezza è stata pesantemente compromessa dal fatto che un membro permanente ha iniziato a conquistare e annettere territori dei paesi vicini. Questo è un problema centrale». “Quisquilie” invece, “pinzillacchere” direbbe Totò, secondo Richard Gowan, direttore delle Nazioni Unite, che con zelo esemplare e invidiabile serenità sostiene che «bisognerebbe capire che questo mese di presidenza è più un mal di testa che un vantaggio per i russi».

In sostanza, uno stato membro del Consiglio di Sicurezza, invade uno stato sovrano membro dell’ONU. E pezzi grossi del Palazzo di vetro si affrettano a dire che praticamente è una “polemica sterile” percepire come grottesco e farsesco vedere il paese aggressore presiedere il Consiglio. Certamente, siamo davanti a una serie di situazioni sì macabre ma dettate da procedure predeterminate, non passibili di modifiche ad hoc in tempo reale. E senza dubbio non è la demonizzazione della cultura russa la via da percorrere. D’accordo quindi il pragmatismo. Ma perché tanto zelo?

A tutto questo si aggiunge poi l’immobilismo dell’ONU persino davanti all’immane tragedia in corso a Nova Kakhovka. Ed è ancora il Presidente Zelensky a denunciare la gravità della situazione: «Loro non sono qui…non abbiamo avuto risposta. Sono scioccato». Forse all’ONU erano troppo preoccupati per il “mal di testa” dei russi per passare dalle parole accorate, benché assai subdole, ai fatti; mentre per gli Ucraini morte e distruzione per l’alluvione andavano ad aggiungersi a quelle dovute all’invasione.

Eppure, nel tardo pomeriggio, l’account twitter dell’ONU riportava quanto segue: «Entro 24 ore dalla distruzione della diga di Kakhovka, le Nazioni Unite e i nostri partner umanitari hanno assistito quasi 2.000 persone colpite dalla massiccia inondazione. Oggi, i rappresentanti di sei agenzie delle Nazioni Unite erano a Kherson per lavorare con le autorità sulla necessità di maggiore sostegno». Tutto ok quindi? Zelensky era forse distratto e non si è accorto della salvifica presenza dell’ONU?

In realtà, le innumerevoli risposte indignate (eufemismo!) danno nettamente ragione a Zelensky. Le accuse verso l’ONU sono di mentire, di non essere affatto presenti, di coprire le responsabilità della Russia, di essere sudditi del Cremlino. Emblematica la citazione di foto di repertorio nelle quali si vedono auto delle Nazioni Unite, sulle cui fiancate qualcuno ha cancellato la “n” dell’acronimo UN (United Nation) e ha aggiunto la scritta “seless”, formando così assieme alla “u” il termine inglese “useless”, ossia “inutile”.

Un quadro raccapricciante, ma nulla di inedito. Fin dall’inizio della criminale invasione della sovrana Ucraina da parte dello stato terrorista Russia, le Nazioni Unite hanno dimostrato la propria impotenza, la propria disarmata e disarmante inazione, la natura vestigiale del proprio ruolo di (presunto) strumento dirimente le crisi internazionali. In una parola, la loro inutilità.

L’ipertrofica e costosa Onu non è riuscita a far trasformare in realtà le condanne formali alla Russia sancite dall’Assemblea. Tutto è rimasto su carta. L’unica iniziativa concreta in essere è quella della coalizione di paesi che stanno aiutando militarmente la resistenza ucraina. Se fosse stato per gli effetti delle azioni dell’Onu, l’intera Ucraina sarebbe da molti mesi una provincia russa.

Le Nazioni Unite non sono riuscite nemmeno a mettere in campo nessuna reale azione diplomatica collettiva per fare pressione sulla Russia. Solo appelli tanto svogliatamente accorati quanto evanescenti. Una negligenza totale che ha favorito il succedersi di velleitari tentativi individuali, sospetti nel merito e autopromozionali nel metodo. Su tutti, Macron ed Erdogan. Praticamente, un fallimento assoluto su tutta la linea.

La fotografia impietosa di un’istituzione internazionale in stato di morte cerebrale. «Le Nazioni Unite (come le conosciamo) non sopravviveranno alla guerra della Russia in Ucraina. Le istituzioni progettate per garantire l’ordine globale chiaramente non sono all’altezza del compito», afferma James Traub su Foreign Policy Magazine. «Cosa prenderà il loro posto?», si chiede.

Ma l’inutilità dell’ONU in Ucraina è solo l’ultimo capitolo di una storia lunga decenni. Nel 1994, in Ruanda, si è verificato uno scontro etnico ai danni della minoranza Tutsi, che ha prodotto una delle crisi umanitarie più gravi della storia. Le stime parlano di ottocentomila persone assassinate in poco più di tre mesi. Ed ecco che, magicamente, a due settimane dall’inizio del genocidio, dopo frenetiche discussioni, fiumi di parole e soprattutto decine di migliaia di persone già massacrate, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite votò per ridurre la presenza dei Caschi blu da oltre duemila unità a sole duecentosettanta. Il Ruanda fu abbandonato a se stesso. Appena un anno dopo, nel luglio 1995, le forze serbo-bosniache, comandate dal generale Ratko Mladic, invasero la città di Srebrenica massacrando indisturbati ottomila musulmani. Tutto sotto gli occhi delle forze di pace delle Nazioni Unite.

Perfino in uno dei passaggi storici più importanti del Novecento, la fine dell’apartheid in Sudafrica, le Nazioni Unite hanno avuto un ruolo poco più che ornamentale. Una delle vulgate più ridicole, incredibilmente ripresa ancora oggi da alcuni testi accademici, narra dell’inasprimento delle sanzioni Onu quale uno dei motivi che hanno portato al crollo del regime dell’apartheid. Un falso storico clamoroso! «Nella mia vita non hai mai associato la fine dell’apartheid all’azione dell’Onu». Queste le parole lapidarie di Romano Prodi, che intervistai nel 2016 sullo spinoso e complicato tema delle modalità di risoluzione delle crisi internazionali.

Tale posizione è unanimemente condivisa da chiunque abbia ricoperto ruoli di alto livello, pubblici o privati, politici o imprenditoriali, che lo abbiano portato ad avere contatti col Sudafrica in quegli anni. La stella dell’apartheid iniziò a impallidire con l’inizio della fine della Guerra fredda. La sua fine fu l’ultimo atto della Guerra fredda nell’emisfero australe. Soverchianti ragioni geopolitiche furono quindi la causa della fine del razzismo di Stato in Sudafrica. Accerchiamento internazionale, sanzioni coordinate dei singoli Paesi e soprattutto una massiccia fuga dei capitali furono gli strumenti che costrinsero Pretoria a prendere atto della situazione e, con l’azione lungimirante di F.W. de Klerk, ad avviare il cambiamento radicale che la storia imponeva. L’Onu fu sostanzialmente ininfluente. La sovrapposizione con la guerra in Ucraina è lampante.

L’elenco dei fallimenti delle Nazioni Unite è lunghissimo, dal secolo scorso fino ai giorni nostri in Ucraina, Yemen, Myanmar, Syria. Impossibile non chiedersi a cosa serva davvero l’Onu. E soprattutto, se davvero serva a qualcosa, oltre a drenare cospicui fondi dagli Stati per mantenere la sua elefantiaca struttura. Opinione comune e condivisa è che senza una profonda riforma del Consiglio di Sicurezza, che comprenda l’abolizione del potere di veto dei cinque membri permanenti, l’Onu resterà prigioniera della propria inagibilità. Una situazione molto pericolosa, che come vediamo con l’Ucraina, di fatto fa dell’Onu uno strumento di normalizzazione delle mire di dittature come Cina e Russia contro le democrazie occidentali.

È urgente prendere atto di tutto questo e trarre le inevitabili conclusioni. La difesa della democrazia liberale passa anche dalla comprensione e accettazione che nulla è immutabile, incluse le istituzioni internazionali. La conservazione favorirebbe i detrattori dell’Occidente liberaldemocratico.

Come scrive Robert Kagan nel suo meraviglioso The Jungle Grows Back, «L’ordine mondiale liberale è fragile e impermanente. Come un giardino, è sempre assediato dalle forze naturali della storia, la giungla le cui viti e le erbacce minacciano costantemente di sopraffarlo. Sfortunatamente, tendiamo a dare per scontato il nostro mondo […] Oggi intorno a noi ci sono segni che la giungla sta ricrescendo. La storia sta tornando. Le nazioni stanno tornando alle vecchie abitudini e tradizioni».

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