La Rosa e i suoi fratelliLuis Sal, Damiano e l’assurdità di trattare i ventenni come se fossero adulti

In una società in cui i vegliardi si comportano come adolescenti esibizionisti pretendiamo che i giovani abbiano quella continenza che perfino sant’Agostino è dovuto arrivare alla mezz’età per invocare

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Marina La Rosa aveva ventitré anni, all’altezza del primo Grande Fratello. Forse è cominciata lì. Forse è lì che il meccanismo si è inceppato. C’erano sempre stati ventenni famosi, ma erano famosi per quel che facevano sul palcoscenico o nei dintorni. John Lennon aveva ventitré anni quando diceva che erano più famosi di Gesù Cristo, ma se limonava in discoteca nessuno lo veniva a sapere, e non ci sono dichiarazioni quotidiane con uno stillicidio di opposte versioni dei fatti quando si sciolgono i Beatles, che pure sono i Beatles.

Ieri, quando la fu ragazza di coso dei Maneskin ha chiesto il solito rispetto per il solito momento difficile e i soliti sentimenti privati espressi al solito in pubblico, e la sua richiesta era formulata con parole che ricordavano Marina La Rosa quando rivendicava il loro essere «persone vere con sentimenti veri», ho iniziato a chiedermi come sia successo che, nell’epoca in cui anche i sessantenni hanno vent’anni, ai ventenni non sia più concesso avere vent’anni.

Il tizio che faceva il podcast col marito della Ferragni, e che adesso ha smesso di farlo e per questo da trentasei ore guardiamo i video di loro che s’insolentiscono con molta più passione di quella con cui chiunque abbia mai ascoltato il loro podcast, quel tizio compie ventisei anni tra una settimana. Sì, lo so che a ventisei anni Orson Welles fece “Quarto potere”, ma noi no.

Noi ventisei anni ce li abbiamo avuti, e dovremmo ricordarci quanto fossero irrisori. Noi ventisei anni ce li abbiamo avuti, e sappiamo che a stento ti si è finito di formare il cervello. Noi ventisei anni ce li abbiamo avuti, e sappiamo che è folle che un ventiseienne possa votare e guidare la macchina e prendere decisioni, perché un ventiseienne, beh, ha ventisei minuscoli anni.

Certo, diranno i miei piccoli lettori, è importante che la corteccia prefrontale si sia finita di formare e ti permetta di governare gli impulsi, ma allora come la mettiamo con Italo Bocchino che di anni ne ha cinquantacinque e racconta i fatti suoi ai giornali come neanche i quindicenni? Come la mettiamo con tutti gli adulti anagrafici che poi non si comportano da tali?

È proprio questa l’assurdità. In una società che ha abolito l’età adulta, e non ride in faccia a noi vegliardi trasformati – dalla telecamera del telefono e dal resto – in adolescenti esibizionisti, in una società che non tratta nessuno come fosse un adulto, quelli che abbiamo deciso di trattare da adulti sono proprio i ventenni. Ventenni dai quali pretendiamo quella continenza che perfino sant’Agostino è dovuto arrivare alla mezz’età per invocare.

Ventenni per i quali ci indigniamo se limonano una in discoteca pochi giorni dopo aver mollato la fidanzata: capisco se ne indignino i ventenni di oggi, una generazione abbastanza imbecille da aver inventato il concetto di «ghosting» e da pensare che lasciarsi a vent’anni richieda chissà quale liturgia, ma noialtri come facciamo ad aver dimenticato gli ormoni dei vent’anni, le mutande lasciate nei divani degli sconosciuti dei vent’anni, l’intrinseca zoccolaggine dei vent’anni?

Ventenni che giudichiamo severamente se, sceme com’è giusto essere a vent’anni, scrivono che sono dispiaciute l’ex si sia fatto vedere a limonare prima del comunicato previsto per ieri. Ah!, trasecoliamo sentendoci pure intelligenti, aveva programmato il comunicato, fa tanto la spontanea e poi. Ma tu pensa, una che vive d’immagine aveva pianificato una questione d’immagine. Ma tu pensa, una con gli strumenti culturali dei ventisette anni è così sprovveduta da dire che aveva pianificato un comunicato al netto video del limoneto.

Marina La Rosa è stata la paziente zero di questo esperimento feroce. La disintermediazione. Iniziata prima della telecamera nel telefono, prima dei social, prima che andasse tutto in vacca. Prima di allora c’erano i giovani famosi, certo che c’erano, ma intorno avevano degli adulti e dei mass media strutturati. Mica Boncompagni lasciava che Ambra, uscita dallo studio televisivo, raccontasse le proprie corna a un giornale.

Abbiamo cominciato così, mettendo dei ventenni davanti alle telecamere accese senza l’intermediazione degli autori. Abbiamo proseguito inventando i social e i telefoni con la telecamera, abolendo quindi anche le intermediazioni ulteriori: degli agenti, degli uffici stampa, anche solo dei genitori (che hanno a loro volta esibizionismi e telefoni: ieri la suocera della Ferragni ha detto all’Instagram che sua madre aveva ragione; sua madre è quella che, nella prima stagione della serie I Ferragnez, pronosticò il tradimento del socio di podcast; la signora che dà ragione alla nonna ha sessant’anni: alla Casa di Pony erano dialetticamente mature, in confronto).

Ed è finita come doveva finire: col rimbecillimento collettivo, e coi ventenni che ormai sono i nostri figli essendoci noi fatti anziani; e, non volendo nessuno ammettere d’aver generato degli imbecilli, è finita che invece di dire ma sì, sono scemi, è fisiologico, cresceranno, invece di ragionare da adulti, prendiamo sul serio qualunque puttanata, ci facciamo sopra titoli seriosi all’inseguimento d’un pubblico sempre più analfabeta, ci mettiamo sul loro piano come fossimo coetanei.

Cesare Cremonini ha diciannove anni quando esce “50 Special”. Probabilmente non è più stato e non sarà più famoso così, con l’impatto e la portata che aveva la sua celebrità in quegli anni (probabilmente nessun diciannovenne di oggi può diventare così ecumenicamente famoso come accadeva prima della frammentazione).

Eppure io non credo d’aver visto più di due interviste televisive di quelle in cui si dicono puttanate a ruota libera, del giovane Cremonini. Lo teneva al riparo un manager? I genitori? C’erano meno giornali e tv, e meno disperati, e non ci attaccavamo alla popolarità di quelli che piacevano ai ragazzini?

Oggi, d’un diciannovenne che canta il successo dell’anno, vedrei come minimo: cinquecento video di Instagram o di TikTok in cui il diciannovenne razionale come un diciannovenne racconta cose di cui poi si pentirà; trecento interviste a Cavalli e segugi assortiti che le pagine devono pur riempirle e se il cantante del momento racconta che si è mollato con la fidanzata o che spera di restare orfano o che gli fanno schifo gli spaghetti al dente saranno per un giorno la testata del momento; venticinque autoscatti instagrammati da venticinque tizie per i cui letti è passato il diciannovenne. Quando pubblica l’autoscatto a letto con Salvini, Elisa Isoardi ha trentacinque anni. E noi pretendiamo adultità dai ventenni.

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