È la biologia, stupidoCrimini e misfatti, il tribunale dell’Internet e la mistica dell’amore romantico

I femminicidi non si affrontano insegnando l’affettività, ma dicendo alle femmine che essere in coppia non è il massimo traguardo della vita e che non devono ignorare i segnali pur di non essere la zitella al pranzo di Natale

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Negli anni Ottanta Woody Allen ha tra i quarantaquattro e i cinquantaquattro anni, è alla vigilia del decennio in cui farà i suoi film migliori, e si fa le domande che ci si fanno all’età in cui gli unici dubbi che hanno senso sono quelli etici: e se t’innamori del marito di tua sorella? E se ascolti una conversazione che non dovresti? E se un delitto resta senza castigo?

Il ribaltamento dostoevskiano con cui chiude il decennio s’intitola “Crimini e Misfatti”. Martin Landau è un oculista tradizionalmente sposato, Anjelica Huston è la sua amante. Che a un certo punto minaccia di rovinarlo. Landau si rivolge al fratello, piccolo delinquente diversissimo da lui, rispettabile professionista borghese, e quello esegue: la ammazza.

Se non avete mai visto “Crimini e misfatti” ma vi sembra di conoscere la storia, è perché Woody Allen aveva previsto ben prima di Netflix l’instupidimento del pubblico. Sapeva che saremmo diventati una società di rincoglioniti per la quale devono girare un “Gattopardo” più brutto ma nuovo perché vogliamo i sapori freschi di giornata, e a settant’anni rifece lo stesso film ma con gli attori giovani e caruccetti. S’intitolava “Match Point”, noi adulti lo chiamiamo: il Crimini e misfatti degli analfabeti.

Su come finisce “Crimini e misfatti” poi ci torniamo, ma non serve essere uno studioso di letteratura russa per capire cosa significhi che il delitto resta senza castigo, e non serve essere me per capire che, oggi, Woody Allen verrebbe mandato all’ergastolo ostativo se girasse un film in cui l’uccisione della donna scomoda rimane impunita. Perché siamo diventati molto più stupidi, e non distinguiamo una storia da un esempio, un’opera d’arte da un modello comportamentale, una tredicenne da una persona che valga la pena stare a sentire.

Funziona così. Quando c’è un delitto come quello in cui Alessandro Impagnatiello uccide Giulia Tramontano, un delitto per fortuna abbastanza raro da fare notizia, i giornali se ne occupano e, com’è sensato, raccontano l’assassino. La vittima è una che ha avuto la sfortuna di rappresentare un problema (non solo, ma su questo poi ci torniamo, se vi volete indignare meglio vi tocca continuare a leggere); il criminale è la storia, nelle storie di crimini.

Le tredicenni questo non lo sanno, perché non sanno niente, non hanno letto niente, guardano Instagram e TikTok dove trentenni sceme quanto loro fatturano dicendo loro che è uno schifoooo, è il patriarcatoooo, le donne muoiono e a noi tocca leggere del barista assassinoooo. Le tredicenni scrinsciottano schifate un pezzo di ragionamento che non hanno capito, e i loro genitori – che spesso hanno ruoli intellettuali di cui non sono all’altezza – invece d’incomodarsi a spiegare alle tredicenni il mondo fremono per compiacerle e cambiano titoli, ritrattano articoli, e continuano a non fornire a queste povere ragazzine gli strumenti per cominciare a capire qualcosa.

La cosa più incredibile che abbia letto sul delitto Tramontano sono cinque righe di comunicato di Armani. Impagnatiello lavorava come barman in un locale Armani, il che ovviamente è rilevante quanto sapere di che segno zodiacale fosse. Eppure l’azienda ha sentito di dover prendere la distanze dal crimine. Vedi mai che, se non diciamo niente, ci sia qualcuno che smette d’essere nostro cliente perché la figlia tredicenne gli ha detto che non abbiamo ribadito che ammazzare a coltellate la tua fidanzata incinta è una brutta cosa.

Proviamo a dire un po’ di cose indicibili che, se non fossero tali, renderebbero il dibattito meno avvitato su sé stesso. Proviamo a dire la verità: non ho figlie tredicenni né fatturo indignandomi, non vedo perché non approfittare di questo doppio vantaggio.

I maschi non uccidono le femmine perché nelle scuole non c’è l’educazione all’affettività. I maschi uccidono le femmine per la stessa ragione per cui nei naufragi si dà la precedenza sulle scialuppe a donne e bambini e negli sport ci sono campionati separati: perché le femmine sono fisicamente più deboli, e nella peggiore natura degli esseri viventi c’è la sopraffazione. Non è cultura: è biologia. Non è una cosa che rieduchi, al massimo puoi mettere pugilato obbligatorio alle elementari per le femmine, e rendere i più forti spaventati dalle non più deboli, ma è comunque una soluzione posticcia a un divario irrisolvibile.

«Non c’è più grande minaccia all’esistenza delle donne che quella degli uomini». Lo diceva Louis CK in un monologo di anni prima di venire classificato come un orrido patriarca prevaricatore. Si chiedeva come ci venisse in mente di uscire con gli uomini, «è come uscire con una creatura metà leone e metà orso e sperare che sia gentile». Ogni volta che una donna accetta di uscire da sola con un uomo va incontro a un tale pericolo che viene da dirle «ma sei scema», osservava, eppure l’intera sopravvivenza della specie si fonda sul fatto che lei corra quel pericolo.

I maschi possono permettersi di considerare una gravidanza un problema da risolvere con la violenza perché la gravidanza non attecchisce nel loro corpo. Non sfuggono la responsabilità perché (aridaje) alle elementari hanno fatto i Sumeri invece di educazione sessuale: sfuggono la responsabilità perché possono permetterselo («because I could», la risposta di Bill Clinton al perché Monica Lewinsky, è la risposta a quasi ogni sbilanciamento etico). Le femmine possono abortire, o abbandonare il bambino (con conseguenti appelli di Ezio Greggio), o diventare la Franzoni, ma comunque a loro la natura non concede il lusso di considerarlo un problema esterno ed estraneo. Non siamo più etiche: siamo più sfigate.

L’inconscio esiste. Esiste e ti dice che quel tizio lì può ammazzarti, e infatti l’amante mica gli apre la porta, a Impagnatiello che ha già ammazzato la Tramontano e magari ammazzerebbe pure lei. Esiste e ti dice che non c’è da fidarsi, che ti stai infilando in una trappola, che finirai in cronaca nera. Esiste ma spesso non gli si dà retta perché, di tutti i condizionamenti culturali che ci inventiamo, ne esiste uno intorno al quale gira così tanta economia e identità che fingiamo non sia tale: la mistica dell’amore romantico.

Quando ho scritto su Instagram che il vero lavoro da fare non è dire ai maschi di non essere violenti, ma dire alle femmine che essere in coppia non è il massimo traguardo e che non devono ignorare i segnali pur di non essere la zitella al pranzo di Natale, mi hanno risposto che stavo dicendo alle ragazze di chiudersi in casa e non avere relazioni (siamo l’epoca più stupida della storia, e i miei lettori non fanno eccezione).

Poiché tredicenni e trentenni su Instagram si ripetono «victim blaming», intendendo, in una delle molte lingue che non parlano, che dire a Giulia Tramontano che non doveva andarsi a incistare con un criminale imbecille sia «colpevolizzare la vittima», allora facciamo finta che l’inconscio non esista.

Nonostante abbia frequentato scuole cattoliche, non credo tantissimo nella colpa, in generale; credo però che se una sola ragazza creperà perché nessuno le avrà raccomandato di salvarsi la vita, perché nessuno le avrà detto di badare a sé per paura d’essere accusato dal tribunale dell’internet d’essere un patriarca che invece di rieducare gli uomini colpevolizza le donne, credo – sono convinta – che quella ragazza lì il tribunale dell’internet ce l’avrà sulla coscienza.

Martin Landau, nel film, ha una vita lunga e felice e impunita. Ha tolto tutto ciò che poteva condurre a lui dall’appartamento di Anjelica Huston, girando attorno al cadavere. Ha aspettato per anni che un dio giusto ne svelasse le nefandezze, ma non è successo: il delitto è stato attribuito a un ladro, nessuno ha collegato la morta a lui. Il rabbino gli aveva detto che, in un caso ipotetico del genere, il senso di colpa sarebbe stato insostenibile. E invece.

Impagnatiello, se è andata come raccontano i giornali, ha cercato su Google come disfarsi del cadavere, ha lasciato tracce di sangue ovunque, è il più goffo e deficiente tra i criminali raccapriccianti che le cronache ci abbiano mai raccontato. Non credo nelle storie che fanno da esempio, ma mi piace illudermi che per il potenziale criminale medio la storia del delitto Tramontano sia un monito. Certo che ammazzerei la fidanzata che diventa un problema, ma ho letto che anche se metti la navigazione in incognito poi la polizia riesce a guardarti la cronologia, e senza Google mica so come si ammazza qualcuno facendola franca.

Lo so, non è un ideale paragonabile a «mettiamo delle ore di “diventare persone perbene” nei programmi scolastici e non ci saranno più assassini», ma ho un’età in cui si tende a cercare la soluzione più pratica. Se può funzionare, «non ammazzare la fidanzata, non avrai la vita lunga e felice di Martin Landau ma quella breve e imbecille di Alessandro Impagnatiello» mi va benissimo, come viatico.

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