Trincea sovranistaMeloni e Salvini vogliono fare i nazionalisti sul Mes, ma non fanno l’interesse dell’Italia

Dopo anni di dichiarazioni populiste, la destra rifiuta di ratificare il Meccanismo di stabilità (che pure ridurrebbe il costo del debito) perché significherebbe sbarazzarsi del totem dell’Europa cattiva

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È l’ultima ridotta populista. È l’ultima trincea sovranista in Europa che in passato ha ingrassato la destra italiana nelle due versioni interpretate da Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Lei sempre all’opposizione, lui che piroettava dentro e fuori governi e maggioranze spurie. Silvio Berlusconi, fosse dipeso da lui, il Mes lo avrebbe firmato da tempo, ma siccome ormai contava quanto il due di coppe quando la briscola è a bastoni non ha mai convinto i due “ragazzotti” a mettersi presto il vestito buono europeista. Non avrebbe mai immaginato, la buonanima del Cavaliere, l’inedito Aventino dei parlamentari della maggioranza in commissione Esteri. Aveva nicchiato quando il fido Antonio Tajani gli aveva spiegato che la remora a ratificare il trattato – firmato da tutti, ma proprio tutti, in Europa – serviva a trattare sul tavolo del Patto di stabilità.

Quindi non c’entra nulla lo «stigma» di cui parla la premier, che ci macchierebbe a vita, rendendoci schiavi di un fondo che attenta alla nostra indipendenza finanziaria. Non c’entra nulla nemmeno il ragionamento sgangherato di Salvini, per il quale con il Mes ci metteremmo «nelle mani di fondi stranieri e soggetti stranieri» mentre seicentomila ITALIANI hanno sottoscritto i buoni del tesoro per più di diciotto miliardi di euro. «Io preferisco – ha proclamato ieri il leghista – che le infrastrutture e le scuole vengano costruite chiedendo soldi agli italiani, così il debito rimane italiano».

Insomma, siamo ancora all’oro italico, mentre Giancarlo Giorgetti non sa più come giustificarsi con i suoi colleghi europei e il governatore Massimiliano Fedriga spiega al suo leader che ratificare il Mes non significa utilizzarlo. E poi, in un’intervista alla Stampa, il leghista friulano si rammarica che in Italia viene ideologizzando qualsiasi cosa. «L’abbiamo fatto pure con la pandemia. Non possono considerare il merito su base oggettiva?».

Il merito su base oggettiva, appunto. Intanto quello del limite temporale. Il via libera al Mes non arriverà il 30 giugno, con molta probabilità se ne parlerà dopo l’estate, ma il parlamento italiano non può andare oltre ottobre o novembre perché a gennaio non potrebbe entrare in funzione il cosiddetto backstop finanziario previsto dalla riforma. Non sono sufficienti gli ottanta miliardi del Fondo di risoluzione unico per le crisi bancarie versati dagli istituti di credito che aderiscono all’unione bancaria. Servirebbero i sessantotto miliardi messi a disposizione dal Mes riformato. Non sarebbero i contribuenti italiani a pagare i costi dei salvataggi bancari. E in ogni caso, spiegano a Bruxelles, con ottanta miliardi si salverebbero solo alcune banche tedesche, non sufficienti ad aprire un paracadute per quelle italiane in caso di contagio.

E sempre a proposito di merito richiamato da Fedriga, mantenere i patti e sottoscrivere il Mes avrebbe un effetto diretto sul costo del debito italiano. È quello che ha scritto il capo di gabinetto del ministro Giorgetti alla Commissione Esteri della Camera. E non sembra proprio un parere del tutto tecnico, come vuole far credere Salvini, che si rimette pilatescamente al voto del Parlamento.

La diminuzione del costo del debito non è un dato tecnico, ma il cuore della politica italiana. Come scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera, «in gioco c’è la stabilità del debito pubblico, il grande normalizzatore del sovranismo assurto al potere: respingere la ratifica del Mes oggi significa mettere in gioco il prezzo dei titoli e il costo di finanziamento dello Stato». Cosa c’è di più “nazionalista”, nel senso di fare i buoni interessi nazionali, di questo?

Ma Roma prende tempo, perché spiegare al popolo allevato con certi tabù sovranisti come stanno le cose nel merito è difficile. Mollare la presa elettorale per Salvini è difficile e lo è anche per Meloni. Entrambi sanno che su questo tema non c’è una maggioranza in Parlamento. Lo stesso Giorgetti questo lo ha spiegato a Bruxelles per giustificare il ritardo. Ma in Europa nessuno sembra disposto a concedere scambi in via preliminare alle modifiche al Patto di stabilità. La lotta tra Lega e Fratelli d’Italia per chi abbandona per ultimo la trincea populista non è un affare degli altri.

Allora si mettano in cuore in pace, la smettano con la vecchia pantomina sovranista, si liberino del totem elettorale delle cattive banche tedesche, le stesse che avrebbero provocato la crisi finanziaria italiana e portato nel 2011 alla caduta del governo Berlusconi. Tutti fanno i loro interessi, ma sarebbe assurdo non fare anche i nostri.

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