Amore impazienteLa tranquilla felicità con cui Napoli si è preparata ai festeggiamenti per lo scudetto

La città partenopea ha potuto gioire per uno scudetto trentatré anni dopo l’ultima volta. Nel suo libro “Il Napoli e la terza stagione” (66thand2nd) Gianni Montieri racconta una giornata tra i quartieri e le strade colorate di azzurro in attesa della vittoria

Associated Press/LaPresse

Poco prima che arrivasse la primavera sono tornato a Napoli, mancavo da Natale, e non ho preso appuntamento con nessuno degli amici con cui mi vedo di solito nel centro storico. Avevo bisogno di guardare da solo, con i miei occhi, di sentire con le mie orecchie come si stesse preparando la città alla vittoria sempre più certa del campionato. No, stavolta non ho avuto bisogno di andare a parlare con Maradona, è bastato quello che gli ho raccomandato a Natale e lui ha saputo guardare dall’altra parte, da vero Padreterno. Mi sono preso una giornata e da mattina fino a pomeriggio inoltrato ho cominciato a vagare senza una vera meta. Sono stato pervaso tutto il giorno dall’azzurro, e mentre camminavo capivo che questa era già la parte di festeggiamento che mi spettava, perché con ogni probabilità il giorno della vittoria sarei stato altrove. Sono un solitario e, forse, rispetto allo sport lo sono ancora di più, sono stato un ragazzo da stadio, poi con gli anni e i cambi di città sono diventato qualcos’altro, sono più felice per le tappe, per come si vincono, che per il traguardo finale, per il quale gioisco ma in maniera riservata, con ogni probabilità, quando sarà, stapperò una birra nella corte di casa a Venezia, sorriderò, guarderò il cielo che non potrà che essere azzurro e sarò felice, sarò molto felice, forse dopo prenderò le mie due cagnoline e andrò a passeggiare lungo le Zattere fino a Punta della Dogana, fingendo che la fondamenta cara a Brodskij si trasformi in una via Caracciolo fatta d’acqua.

Come faccio di solito con un mio caro amico – ma stavolta da solo – ho preso a scendere dal Vomero per dirigermi verso il centro storico. Quando scendi a piedi la città si apre e ti viene incontro, sembra quasi che il mare salga a prenderti, e oggi tolgo anche il quasi perché più di altre volte mi pare che sia così, sarà per l’azzurro delle bandiere già spiegate ovunque, per l’azzurro che è su ogni casa – o almeno così mi pare – su ogni muro, gradino, scala, cantiere aperto, motorino, bicicletta, ingresso di un cortile. Parto da via Luca Giordano e comincio a scendere attraversando piazza degli Artisti e via Tino di Camaino per sbucare a piazza Medaglie d’Oro. Qui in piazza noto un Kvara disegnato su un muro accanto a un banchetto di un fioraio. Il georgiano ha fatto innamorare la città. A Napoli ci sentiamo vicini al Sudamerica, ma siamo pronti a perdere la testa per chiunque sappia giocare a pallone come si deve. Una signora vede che guardo il disegno e mi domanda: Voi che dite? Non ha bisogno di aggiungere altro, il riferimento è chiaro. Rispondo che c’è poco da dire, la città sta parlando per me e per lei, aggiungo che ha scelto dei bei tulipani. Attraverso via Menzinger e mi affaccio su piazza dell’Immacolata. Su un muro c’è dipinto un volto di Maradona che avevo già notato altre volte, gli faccio un segno col dito, come a pregarlo di tacere. I balconi sono pieni di bandiere, non si può dire che il Vomero non si stia preparando, ma lo fa con quiete, con una certa calma.

Da dicembre in poi, in molti mi hanno detto che la città attende, si colora, ma senza frenesia, non è che manchino la gioia e la trepidazione, ma, rispetto a un tempo, pare che ogni quartiere voglia godersi tutto, partita per partita, perché le repliche vanno in scena tutte le settimane. Proseguo su salita Arenella. Oggi voglio provare a parlare con un po’ di persone, di estranei per provare a capire che cosa sentono, pensano. Per un sacco di tempo sostenere la squadra è stato un fatto collettivo, si tifava insieme, si andava allo stadio e nel catino di Fuorigrotta si abbracciava chiunque, qualunque sconosciuto che fosse del Vasto o di Posillipo non faceva differenza. Tutti insieme tifavamo Napoli e basta. Nei giorni successivi alle partite, si discuteva come adesso, ma il senso comune di appartenenza era più solido. Che tu fossi di Soccavo, di Porta Capuana, di piazza Vittoria era una faccenda secondaria, eri mio amico fraterno perché tifavi Napoli e basta. Ora è una faccenda individuale, mentre il Napoli gioca di squadra ognuno tifa per fatti suoi, forse stiamo solo invecchiando, e i più giovani di noi sono più slegati da certi disegni e la partita è soltanto una partita. Svolto a sinistra su via Salvator Rosa, qua c’è un pezzo di marciapiede azzurro, una grossa bandiera posizionata al primo piano di un palazzo tocca quasi terra. Mi fermo a un’edicola, con la scusa di comprare il giornale, domando all’edicolante, che avrà più o meno la mia età, come la sta vivendo, come percepisce l’attesa in città. Mi dice che ogni giornata è attraversata da una sorta di felicità sottesa, una specie di corrente elettrica sotterranea. Qua, aggiunge, ci svegliamo tutti cantando, ma non come raccontano di Napoli, cantiamo davvero senza motivo. Stiamo in una festa perpetua. Mi chiede, e voi? Gli dico che io pure canto, ma abito a Venezia, e cerco di non farmi sentire. Scoppiamo a ridere entrambi.

Mentre riprendo a camminare mi arriva un messaggio di un’amica, un video con due persone a cavallo che hanno sellato gli animali con delle bandiere del Napoli. Mi dice che è a Poggioreale, commenta qualcosa circa l’assenza di sobrietà. Uno dei tanti cantieri aperti per il bonus ristrutturazione ha il telo che ricopre le impalcature tutto azzurro, con tanto di terzo scudetto. Rimborso o meno, questo condominio ha già vinto. Arrivo in un punto nel quale storicamente non so scegliere che strada prendere, ovvero dirigermi lungo salita Tarsia o deviare su corso Vittorio Emanuele, mentre un piccolo murale che raffigura Di Lorenzo mi sorride decido di andare verso Tarsia, così che prima di arrivare a largo Tarsia possa passare qualche minuto dalla Pignasecca, magari bere un caffè e fare qualche altro passo nella mia indagine. Entro in un bar che ha due sciarpe del Napoli in vetrina, ordino un caffè, al banco c’è un signore anziano, gli chiedo se è tifoso del Napoli. Mi risponde che non ammette l’esistenza di gente che non tifi Napoli, gente nata qua, si capisce. Gli dico che ha ragione. Gli domando se lui si sta preparando e molto calmo mi dice che non fa altro che prepararsi da 33 anni. Aggiunge, voi ve li ricordate gli altri scudetti? Gli dico di sì, sono abbastanza vecchio da ricordarmeli. Mi dice che proprio qua mi voleva, che lui pensava di essere troppo vecchio per vederne un terzo e che adesso non ci può credere e che festeggia ogni giorno da gennaio, metti mai. Mi commuovo un po’ pensando a mio padre, avrebbe meritato la stessa gioia di questo signore, che adesso insiste per pagarmi il caffè. Accetto.

Taglio prendendo la direzione dei Quartieri Spagnoli, un azzurro di pietre e case nell’azzurro, cammino da poco meno di tre ore e mi sento leggero, è quasi mezzogiorno, mi sa che più tardi vado a mangiarmi una pasta e patate come si deve. Anche qui, nel cuore di Napoli, la scaramanzia sembra superata anche se nessuno usa la parola scudetto. Chi vende le bandiere implora che gli si domandi quella della vittoria indicandola con un dito, senza fare nomi, viene da dire. Proprio qui, i gestori di un bar hanno posizionato delle figure di cartone che riproducono i calciatori del Napoli a grandezza naturale. Come se il campionato si stesse disputando lungo queste salite o discese. E non è così? Un ragazzo è seduto su una Vespa tutta dipinta d’azzurro. Gli dico che è molto bella. Mi risponde che le stanno facendo tutte così nei Quartieri. Vespe, ma non solo, anche gli scooter, anche le biciclette. Gli domando se è vero quello che mi hanno raccontato, cioè che molti si sono rasati i capelli per farsi tatuare il terzo scudetto sul cranio. Mi dice che lo ha fatto pure suo fratello, poi muove la testa e le mani come a dire: Che ci volete fare? Immagini dei calciatori come se fossero carte da gioco su un edificio, i prezzi dei tessuti per fare le bandiere che salgono quasi quanto gli affitti degli appartamenti del centro. La scritta grazie ragazzi è presente un po’ ovunque, chiedo a un passante che cosa si aspetta dai festeggiamenti. Dice che non lo sa, immagina che saranno bellissimi, ma che la città non è la stessa degli anni Ottanta, allora cercavamo una sorta di riscatto, ora non abbiamo nulla da riscattare, vogliamo solo vincere il campionato. Gli dico che un’altra differenza con quegli anni è il fatto che molti turisti stanno prenotando nei fine settimana nei quali si potrebbe vincere matematicamente. Sorride, noi qua stiamo, aggiunge, se vogliono venire a vedere un po’ di gente felice che vengano pure.

Da “Il Napoli e la terza stagione” (66thand2nd), di Gianni Montieri, pp. 160, 16€

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