Disco di legnoL’Ue vuole remunerare meglio i musicisti, ma le piattaforme sono in perdita

Per «colmare un vuoto nel nostro regolamento», un eurodeputato spagnolo propone di includere nei conteggi degli ascolti anche il consumo “nuovo”, come quello attraverso TikTok. Ma i giganti dello streaming non sono in attivo e, se alzassero il prezzo degli abbonamenti, rischierebbero di perdere utenti

Foto di Fath su Unsplash

Da qualche anno l’Unione europea sembra puntare a un ruolo piuttosto scomodo e poco invidiabile, quello del grande regolatore normativo nel settore tecnologico, che si è sviluppato indisturbato per molto tempo, con risultati stravolgenti.

Già nel 2018, l’Ue aveva approvato «la legge più severa del mondo sulla privacy e la sicurezza online», la General Data Protection Regulation (o Gdpr). È molto probabile che l’interazione più comune degli utenti europei con questa iniziativa sia il fastidioso boxino che appare ogni volta che visitiamo un nuovo sito internet, chiedendoci di autorizzare l’utilizzo dei cookies ma il Gdpr, per quanto discutibile, è molto di più e ha contribuito a solidificare la posizione da “poliziotto cattivo” dell’Ue nel suo rapporto con Big Tech.

Non che sia difficile farsi riconoscere in un ambiente come questo, visto l’impaccio con cui il governo statunitense sta gestendo da tempo il rapporto con i giganti social della Silicon Valley, un’industria diventata tanto potente e in così poco tempo.

Se dall’altra parte dell’Atlantico i grandi Ceo della Silicon Valley vengono periodicamente richiamati a Washington per rispondere a domande bizzarre (ad esempio «come fate soldi se il sito è gratis?», domanda veramente posta a Mark Zuckerberg, che ha risposto sornione: «Senatore, mettiamo la pubblicità»), l’Europa ha un atteggiamento più critico.

Come ha dimostrato lo scorso anno con un’altra legge, il Digital Markets Act, nato per contrastare gli abusi di posizione dominante prima ancora che si verifichi la violazione da parte dei cosiddetti gatekeepers (realtà molto grandi e influenti nel mercato digitale, come Google).

Ora l’Unione pare puntare sul mercato musicale digitale e le piattaforme di streaming che «hanno finito col cannibalizzare le altre forme d’ascolto», come ha dichiarato Véronique Desbrosses, direttrice del Gesac, ovvero il Gruppo Europeo delle Società degli Autori e Compositori.

La situazione è nota da tempo: realtà come Spotify hanno cambiato il modo in cui la musica viene consumata, distribuita e promossa; nonostante lo strapotere di un simile gigante, però, gli artisti e gli autori protestano l’assenza sostanziale di retribuzione, specie per le realtà minori. Iban García del Blanco, europarlamentare spagnolo in quota socialdemocratica, ha denunciato di voler «colmare un vuoto nel nostro regolamento» per costringere le piattaforme a pagare meglio gli artisti europei.

A rendere interessante la proposta di Garcia, raccontata da Politico, è una visione dell’ascolto di musica molto aggiornata al contesto digitale del 2023, e quindi in grado di includere anche un tipo di consumo particolare e nuovo, come quello su TikTok, dove vanno forte video brevi, spesso con versioni “velocizzate” di canzoni di successo. «TikTok è un nuovo modo di ascoltare la musica» ha spiegato il parlamentare, aggiungendo di voler combattere questo modello, in grado di «impoverire» l’intero settore.

L’ambizione del piano rischia di scontrarsi con la triste realtà del settore. Nessuna delle piattaforme di streaming musicale risulta infatti in attivo, come ha ricordato Olivia Regnier, responsabile degli affari europei per Spotify, che ha ricordato come questo tipo di aziende siano nate anche in reazione al far west della pirateria dei primi anni Duemila, quando il pubblico smise di comprare dischi e il download illegale imperversava.

Pur plaudendo l’iniziativa dell’europarlamentare, Regnier ne ha criticato la premessa, «per la quale ci sarebbe un vuoto normativo da colmare, senza però chiedersi quali siano i veri problemi».

Non è facile immaginare una soluzione europea a un problema strutturale e profondo che riguarda un settore come quello musicale, che sin dai tempi di Napster fatica a trovare un modello di business sostenibile – soprattutto per i suoi artisti. Il rischio ventilato da Spotify e altre realtà del settore – specie quelle “indie”, non legate a giganti quali Amazon e Apple – è che per pagare di più gli artisti sia necessario aumentare il prezzo degli abbonamenti, cosa che potrebbe spingere molti utenti a rinunciare, tornando alla pirateria.

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