Hic Rhodus, hic saltaSe l’Ue si allargherà, sarà fondamentale superare la regola dell’unanimità

Fino alle elezioni del 2024 non si troverà una intesa politica per riformare il Trattato di Lisbona, né con una convenzione, né con una conferenza intergovernativa. Ma più si aspetterà, più aumenterà il rischio di rendere ingovernabili le istituzioni europee

AP/Lapresse

Ci siamo già occupati della creazione di un gruppo di dieci amici” del voto a maggioranza qualificata nel Consiglio sulle decisioni in materia di politica estera e di sicurezza con l’uso della cosiddetta clausola della passerella, una iniziativa lanciata dalla ministra tedesca Annalea Baerbock con il sostegno del governo francese nella prospettiva dell’allargamento dell’Unione europea ai sei paesi dei Balcani Occidentali (Serbia, Macedonia del Nord, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Albania e Kosovo) e ai paesi candidati o candidabili dell’Europa orientale (Ucraina, Moldova e Georgia). I dieci “amici” si sono riuniti con gli altri diciassette colleghi ministri degli affari europei in un incontro informale che si è svolto il 29 maggio al Sofitel di Bruxelles ed hanno deciso di incontrarsi una volta al mese per constatare se possono essere fatti dei passi in avanti nella logica o nella speranza di rafforzare la dimensione geopolitica dell’Unione europea sconvolta dalla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina.

Le reazioni dei diciassette sono state tiepide o addirittura ostili come è il caso della Polonia, dell’Ungheria ma anche dell’Austria e chi è stato tiepido ha evocato il Compromesso di Ioannina adottato nel 1994 alla viglia della adesione di Finlandia, Austria e Svezia che fu considerato un secondo Compromesso di Lussemburgo allo scopo di rafforzare l’influenza delle minoranze e imporre al Consiglio di rinviare decisioni su cui si fosse raccolta una maggioranza qualificata per riunire un consenso più ampio di quello che, pur sufficiente, poteva essere considerato politicamente esiguo.

Quel che è apparso chiaro dall’incontro del Sofitel è la mancanza unanime di volontà di avviare un processo di revisione del Trattato di Lisbona sia attraverso una convenzione che attraverso una conferenza intergovernativa almeno prima delle elezioni europee del 6-9 giugno 2024 anche se l’eventuale inizio e l’accelerazione dei negoziati di adesione con l’Ucraina e la Moldova renderebbero indispensabile e urgente una riflessione sul sistema europeo di una Unione che potrebbe accogliere in futuro fino a trentasei paesi membri.

L’iniziativa intergovernativa franco-tedesca, che è stata affiancata dalla costituzione di un gruppo di esperti, ha avuto certamente il merito di mettere sul tavolo del Consiglio la questione della dimensione geopolitica dell’Unione europea che era stata evocata da Ursula von der Leyen all’inizio del suo mandato nel 2019 ma che era stata sotterrata dall’arrivo della pandemia.

I problemi dell’Unione europea allargata in questo secolo all’Europa centrale saranno ingigantiti quando dovremo accogliere gli attuali candidati e i paesi candidabili essendo chiaro che non sarà sufficiente né decidere di far funzionare la clausola della passerella per autorizzare il Consiglio ad adottare delle decisioni in materia di politica estera e della sicurezza a maggioranza qualificata né modificare gli articoli del Trattato di Lisbona che impongono il voto all’unanimità.

Limitandosi agli aspetti del funzionamento delle istituzioni, come si può immaginare l’efficacia e l’efficienza di una Commissione europea – all’interno della quale fu già un rompicapo distribuire i portafogli fra ventisette commissari pur con il correttivo dei vicepresidenti con funzioni di supervisione e di coordinamento – in un collegio che, secondo il cattivo compromesso raggiunto dopo il referendum irlandese sul Trattato di Lisbona, dovrebbe essere composto di trentasei commissari? E come si potranno organizzare le relazioni fra i trentasei commissari e le direzioni generali e i servizi della futura Commissione europea nell’Unione europea dopo il big bang del suo allargamento?

Come si può immaginare la composizione del Parlamento europeo, il suo funzionamento a cominciare dai servizi di traduzione simultanea fino agli aspetti politici dell’organizzazione dei gruppi e i rapporti tra i gruppi e i partiti politici europei? Si può ragionevolmente pensare di lasciare inalterato il sistema di voto all’interno del Consiglio (per non parlare del Consiglio europeo) come fu immaginato prima a Nizza e poi a Lisbona?

Poiché l’euro è la moneta dell’Unione europea, quali saranno i rapporti fra l’eurozona e l’eurogruppo da una parte e i paesi in attesa di farne parte, la BCE e le Banche Centrali insieme al funzionamento dell’Unione bancaria e del mercato dei capitali in una unione in cui sarà prioritaria la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata? 

Le funzioni e i poteri della Procura Europea, nata nel quadro di una cooperazione rafforzata e rinchiusa nei limiti della lotta alle frodi a danno del bilancio europeo, non dovranno essere estesi a tutti i reati transfrontalieri o, se si vuole essere precisi, federali nella prospettiva di un diritto penale europeo?

E poiché abbiamo parlato del bilancio, si può immaginare una unione in cui l’adesione di paesi con un livello di prodotto interno lordo molto inferiore alla media europea con conseguenze finanziarie elevate nella politica di coesione economica, sociale e territoriale avrebbe l’effetto di aumentare il numero dei paesi che  – dal punto di vista puramente contabile e in un sistema di entrate fondato essenzialmente sui contributi nazionali – passerebbero dallo stato di beneficiari a quello di contributori netti?

Poiché il bilancio è l’immagine finanziaria delle politiche comuni, si può pensare di mantenere inalterate le regole della politica agricola dopo le tensioni nate sulla questione del grano? Quale sarà la politica del benessere europeo (che ha posto al suo centro il tema del salario minimo) nell’Unione allargata? E come saranno gestite le regole relative alle quattro libertà essenziali nel mercato unico della circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali? 

In una dimensione geopolitica e di fronte alle sfide a cui l’Unione europea sarà chiamata a rispondere, potrà essere mantenuta la ripartizione decisa a Lisbona fra competenze esclusive (a cominciare dalla politica della concorrenza e dal commercio internazionale), concorrenti o condivise e di sostegno (fra cui la salute e l’industria)?

Last but not least, quali saranno le regole per garantire il rispetto dello stato di diritto e la protezione dei diritti fondamentali per tutte le persone che vivono sul territorio dell’Unione a cominciare da tutte le minoranze?  Si può ragionevolmente pensare che la sfida dell’allargamento da ventisette a trentasei paesi possa essere affrontata e vinta limitandosi all’applicazione della clausola della passerella nel settore della politica estera e della sicurezza che comprende anche la dimensione della difesa comune?

Hic Rhodus hic salta, si dovrebbe dire sollecitando il gruppo di esperti franco-tedesco a offrire ai loro governi un quadro dei problemi che dovranno essere affrontati dalla futura Unione suggerendo un piano più ambizioso di riforma europea che comprenda il contenuto di un progetto (federale), di un metodo (costituente) e di un’agenda (nei limiti temporali della prossima legislatura europea).

Si tratta di un piano che dovrebbe essere posto al centro delle priorità dei partiti politici europei che vorranno indicare ai loro elettori e alle loro elettrici la loro visione del futuro dell’Europa.

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