Una vita in trappolaL’Occidente può aiutare la Cecenia a costruire un futuro democratico e indipendente

Per la prima volta sulla stampa italiana, l’attivista per i diritti umani Abubakar Yangulbaev racconta la sua storia e quella della sua famiglia, i rapimenti e le torture che hanno subito, ma anche la loro lotta contro i regimi di Putin e Kadyrov e il sogno di un domani migliore per il suo popolo

Immagine tratta dal profilo Instagram di Abubakar Yangulbaev

Quando la connessione si apre e mi svela il volto di Abubakar Yangulbaev, rimango sorpreso, come spesso mi capita quando conosco qualcuno che ha un curriculum di sofferenze, torture e dissidenza. Abubakar Yangulbaev è un avvocato per i diritti umani, classe 1992, un sorriso largo e pieno, lo sguardo alle volte corrucciato dai pensieri. Sua madre è in carcere, si chiama Zarema Musayeva. Qualche giorno fa è stata condannata a cinque anni e mezzo di carcere con l’accusa di frode e aggressione a un agente di polizia, un’accusa che i gruppi per i diritti umani hanno respinto come infondata. Lo stesso giorno, la giornalista di Novaya Gazeta, Elena Mileshina, è stata picchiata e brutalizzata dagli uomini di Ramazan Kadyrov. Abubakar Yangulbaev è il nemico numero uno del dittatore ceceno che della sua famiglia disse «è in attesa di un posto, o in prigione o sottoterra» e che i suoi componenti «non saranno più in grado di godersi liberamente la vita». Per la prima volta sulla stampa italiana Abubakar Yangulbaev racconta la sua storia, la sua lotta e come immagina il futuro.

Abubakar, la tua storia e quella della tua famiglia è nel segno della dissidenza ai regimi di Putin e Kadyrov. Una sorta di lotta permanente…
La guerra è parte della mia vita da sempre. Sono nato in Cecenia nel 1992 e in quegli anni la Russia invase i confini, fece stragi di civili coi suoi miliziani e bombardò a tappeto con ferocia ogni città. Io e i miei fratelli siamo nati immersi in questa ingiustizia e ognuno di noi ha cercato di reagire nel modo migliore. C’è chi, come mio fratello maggiore, ha dato vita ad un blog in cui veniva analizzata la storia della guerra cecena. Ovviamente quel blog fu visto come un’offesa a Kadyrov, che qualche mese dopo l’apertura reagì violentemente contro di noi. La sua reazione ai numerosi commenti negativi contro di lui e il suo regime fu il rapimento. Nel 2015 infatti ci fece prelevare dalle forze di sicurezza e fummo portati nella sua residenza. Insieme a mio padre e a mio fratello Ibrhagim, subimmo molte torture, interrogatori brutali e vessazioni di ogni tipo. A mio fratello andò molto peggio. Fu imprigionato in un bunker e torturato per sei mesi. In quei mesi io e mio padre abbiamo vissuto sotto la costante minaccia che se avessimo raccontato al mondo l’orrore di Kadyrov e dei suoi uomini mio fratello sarebbe stato ucciso. Siamo rimasti in silenzio fino al 2017, poi l’anno successivo, visto il clima crescente di violenza nel Paese, mio fratello ha ripreso le sue attività di denuncia sul suo blog. Fu nuovamente rapito, torturato e fu aperto un procedimento penale contro di lui. Fu allora che decidemmo di lasciare la Cecenia e di lavorare contro la tortura e per i diritti umani.

Ramazan Kadyrov compone assieme a Alyaksandr Lukashenka il tandem di alleati di Vladimir Putin. Come gestisce il suo potere?
Kadyrov ha il potere non perché lo abbia “naturalmente”, ma perché è stato posto al comando dal Cremlino e ha il pieno sostegno di Putin. In Cecenia ci sono tre basi militari russe controllate dallo stesso Kadyrov e questa è la vera fonte del suo potere. Con la mia organizzazione, “Kost”, abbiamo stilato un report che evidenzia che i miliziani ceceni schierati accanto a Kadyrov sono poco più di cinquecento e invece i militari russi nel Paese sono cinquemila. Capite perché senza la Russia il Paese potrebbe aspirare alla democrazia? Per il Cremlino la Cecenia è un laboratorio per condurre esperimenti di vario tipo. Ad esempio, in Cecenia è sempre stato impossibile offendere o denunciare il governo. In Russia, in passato, vi era ancora ancora un labile spazio per criticare il governo. Ora non è più così e ci sono leggi che lo vietano. Guardare, ieri come oggi, la Cecenia significa comprendere cosa accadrà in Russia tra qualche tempo e cosa sarebbe potuto accadere in Ucraina.

Che contributo sta dando la Cecenia all’invasione?
Secondo le nostre ricerche, i ceceni al fronte ucraino attualmente sono meno di duemila unità. All’inizio del conflitto erano tremila e cento, per lo più inviati in modo inconsapevole con la scusa di proteggere i confini o con l’idea che quella di Putin fosse l’ennesima provocazione. Una volta compreso che la guerra era iniziata e che sarebbe stato un massacro, in molti hanno abbandonato le fila dell’esercito e sono scappati. In quei giorni di febbraio ho ricevuto molte telefonate da ceceni che mi chiedevano se ci fosse un modo per evitare di andare in guerra. Alle persone a basso reddito è stato offerto denaro per arruolarsi nell’esercito, ma hanno rifiutato. Kadyrov mente quando afferma che migliaia di ceceni stanno combattendo in Ucraina. Pronuncia una falsità. Le truppe cecene che partecipano all’invasione sono composte da mercenari bielorussi, armeni, uzbeki o altri provenienti dall’Asia Centrale. Nell’opinione pubblica, inoltre, abbiamo due linee di pensiero contrapposte, la prima di indifferenza e l’altra di condanna, perché in molti rivedono la stessa storia che abbiamo vissuto con i russi: bombe, stupri, torture.

Quando hanno rapito e arrestato tua madre, Zarema Musayeva, cosa hai provato?
Quando gli uomini di Kadyrov hanno rapito mia madre sono sprofondato nella disperazione. Mi resi conto che l’unico modo per aiutarla era chiedere uno scambio e andare io in carcere al suo posto. In quel momento ho pensato che Kadyrov fosse un vero terrorista, perché utilizza il corollario di ogni criminale: rapimenti, richiesta di riscatto, torture, stupri. Putin lo ha posizionato lì come leader fantoccio del governo della Cecenia. Quando mi chiedono chi ha vinto la guerra in Cecenia rispondo sempre: «un terrorista».

Che motivi per andare avanti ti sei dato?
La risposta al rapimento di mia madre è stata la resistenza attiva per i diritti civili e politici. Abbiamo fondato assieme ad alcuni avvocati un’organizzazione, “Kost”, che in una sola settimana di esistenza è già riuscita ad evacuare due persone dalla Cecenia. Stiamo anche facendo domanda per presentare il caso di genocidio per la Cecenia e stiamo assistendo molti russi che si rifiutano di andare a combattere in Russia.

Sul piano della politica internazionale Unione europea e Nato sembrano aver cambiato approccio sullest e le repubbliche caucasiche.
Il sostegno della Nato e dell’Europa sarebbe stato fondamentale e necessario negli anni Novanta, quando tutto ebbe inizio. Noi ceceni ci siamo sentiti in trappola, vedevamo solo violenza, distruzione e l’avversario era per noi imbattibile. Cosa potevamo fare contro una potenza nucleare? Dopo che la Cecenia vinse il primo conflitto nel 1996, l’Islam radicale e la radicalizzazione in generale divennero molto evidenti. Si diffuse in modo significativo perché se l’unico valore di un governo è la violenza, la radicalizzazione appare la cosa migliore da fare per vincere. Forse, se in quel momento l’Unione europea avesse aiutato la Cecenia non avremmo visto tutti la guerra in Ucraina e neanche la guerra in Georgia del 2008. Oggi l’atteggiamento dell’Europa è cambiato. E per noi dissidenti è molto importante che ci siano aiuti per tutti quei paesi post sovietici che aspirano a vivere in uno stato di diritto, a vivere come europei. Occorre far comprendere all’opinione pubblica cecena che non sono soli, che si può scegliere la democrazia, che la Russia non è padrona della loro vita e del loro futuro. Oggi i ceceni sono vittime di una trappola percettiva, una sorta di cappa che va rotta. L’Europa, la società civile e i media possono fare tanto.

Abubakar, nei tuoi occhi si legge voglia di lottare e di un futuro diverso. Cosa vedi per te e per la Cecenia?
Il modo in cui vedo il futuro della Cecenia è decisamente democratico, indipendente, una repubblica in cui tutti possono godere dei propri diritti, rispettare le convenzioni internazionali per i diritti dell’uomo, contro la violenza e per la democrazia. La mia organizzazione continuerà ad informare l’opinione pubblica di quanto sta avvenendo e cercherà di salvare quanti più dissidenti possibili. Il mio e il nostro futuro è la libertà.

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