Prima la giustiziaSolo quando sarà finito il regime di Putin potremo dialogare con i russi

Oleksandra Romantsova, direttrice del Centro per le libertà civili, l’Ong vincitrice del premio Nobel per la Pace, spiega a Linkiesta perché bisogna aggiornare la giustizia internazionale. Sarà ospite venerdì 16 giugno all’evento organizzato da Linkiesta e Il Parlamento europeo a Napoli

LaPresse

«La giustizia internazionale non ha mai avuto gli strumenti per punire i crimini di guerra della Russia in Cecenia, Georgia, Libia, Siria, adesso è arrivato il momento di spezzare questo circolo vizioso: se la Corte penale internazionale ha un campo di azione troppo ristretto, bisogna creare subito un tribunale in grado di processare Vladimir Putin». Oleksandra “Sasha” Romantsova è la direttrice del Center for Civil Liberties (Centro per le libertà civili), l’Ong vincitrice del premio Nobel per la Pace 2022.

Questa settimana Romantsova è intervenuta al Global Policy Forum organizzato da Ispi, Università Bocconi e Ocse, in collaborazione con Think7 Japan, a Milano. La incontriamo proprio nell’edificio dell’ateneo in Via Röntgen, tra un panel e l’altro durante la seconda giornata di lavori. «Il nostro compito, come comunità internazionale, è creare dei meccanismi giuridici appositi contro l’aggressione di uno Stato nei confronti di un altro Stato, di una popolazione, di una comunità. E dobbiamo riconoscere che Putin e gli altri autocrati devono essere puniti per i loro crimini atroci», dice Romantsova.

Quel che vediamo in Ucraina è il frutto di decenni di impunità: l’ascesa al potere di Putin, il suo consolidamento al Cremlino, il rafforzamento di uno status intoccabile paragonabile a quello di uno zar assolutista è stato costruito anno dopo anno con crimini contro l’umanità disseminati su più continenti, partendo dall’area di influenza dell’ex Unione Sovietica, fino al Nord Africa. L’impunità ha lasciato credere a Putin di poter fare ciò che vuole.

L’espressione «crimine contro l’umanità» nasce all’inizio del secolo scorso, ma è solo dopo la Seconda guerra mondiale che si è costruita una vera giurisprudenza in materia. L’Accordo di Londra che istituì il Tribunale di Norimberga, l’8 agosto 1945: elencava tra i reati contestabili ai criminali nazisti, il «crimine contro l’umanità», distinguendolo appunto dal crimine di guerra. Il principio fu ripreso nello Statuto del Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente, conosciuto anche come Carta di Tokyo, del gennaio 1946. Solo nel 1998, con l’approvazione dello Statuto di Roma, quello che ha istituito la Corte penale internazionale (entrata in vigore nel 2002), i crimini contro l’umanità sono entrati nell’elenco dei principali reati perseguiti dalla Corte.

«È chiaro che abbiamo bisogno di aggiornare la giustizia internazionale», spiega Romantsova. «Negli ultimi decenni sono cambiate molte cose e la nostra responsabilità, soprattutto di fronte all’orrore dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, è dare una spinta al cambiamento della giustizia. Altrimenti ci sarà una reiterazione infinita di questi crimini, finché non diventeranno una nuova normalità: lo dimostra il fatto che dopo la Cecenia e la Georgia Putin non si è affatto fermato, ma ha ampliato le sue mire imperialiste».

È cambiato prima di tutto il modo di fare la guerra, che nel ventunesimo secolo è sempre – o quasi sempre – una guerra ibrida, non solo militare in senso stretto. Romantsova identifica tre pilastri, tre strumenti usati dagli autocrati contemporanei. Il primo è ovviamente l’apparato militare, quello più evidente, che crea i danni più immediati e visibili. Il secondo è la propaganda, la disinformazione – ne parlava qui Maurizio Stefanini –, che manipola la conoscenza del popolo e lo induce a credere alle follie revisioniste di un dittatore con ambizioni imperialiste fuori dalla logica e dal tempo. «Dobbiamo poter considerare un crimine contro l’umanità anche un presidente che dichiara pubblicamente che l’Ucraina non esiste, che è uno Stato falso, che non ha una sua cultura e una sua lingua: questo è un genocidio politico», dice Romantsova.

Il terzo pilastro sono le ritorsioni economiche. Su quest’ultimo punto valga come esempio la recente minaccia di Viktor Orbán all’Unione europea: il primo ministro ungherese è pronto a impedire l’approvazione delle nuove sanzioni contro Mosca se la banca Otp di Budapest non verrà rimossa da Kyjiv dalla lista degli sponsor della guerra.

Durante l’intervista Romantsova insiste sulle colpe di Vladimir Putin più che della Russia stessa, intesa come Stato nazione: «Intorno a Putin c’è una cerchia ristretta di persone che prende le decisioni e usa la disinformazione e la propaganda per tenere sotto scacco un Paese di oltre centoquaranta milioni di persone. È come se queste vivessero in una realtà virtuale perché non hanno accesso alle reali informazioni». Insomma, è per questo che il bersaglio deve essere prima di tutto il dittatore che ha creato un sistema di potere apparentemente inscalfibile, ha diffuso idee criminali e costruito un apparato statale in grado di controllare ogni dettaglio della vita nel Paese, dai tribunali alla stampa, dal dissenso all’esercito, passando per l’Fsb e l’intelligence.

Poi però c’è un secondo livello di responsabilità, di consapevolezza, in cui va inclusa anche la popolazione russa. «Il popolo ha sempre un potere nei confronti del suo Stato, in qualche modo», dice Romantsova. «Le persone – prosegue – possono attivamente infrangere le regole, chiedere il rispetto dei diritti umani nonostante la repressione. Si prendano ad esempio i manifestanti che protestano contro la dittatura di Aleksandar Lukashenko in Bielorussia: loro non ci stanno, scendono in piazza, sono disposti a farsi arrestare, non a caso ci sono migliaia di prigionieri politici nel Paese. Molti russi, invece, condizionati dalla cultura del Paese, non ci provano nemmeno».

Romantsova ci tiene però a rimarcare il concetto: i russi non hanno giornalisti affidabili con cui parlare, non hanno tribunali in grado di difenderli, nemmeno una polizia o una legge che possa proteggerli, perché vivono in un sistema molto lontano dal modello democratico. «È importante distinguere i due livelli: responsabilità e colpevolezza sono due cose diverse», aggiunge Romantsova. «I russi sono responsabili in qualche misura per lo Stato in cui vivono, così come lo sono tutti i cittadini di tutti i Paesi, ma non vanno puniti per i crimini di guerra commessi da Putin. Perché il popolo russo in questo momento è come un tossicodipendente drogato dalla propaganda. Quando il loro presidente sarà rimosso, e con lui il suo sistema di potere, allora potremo parlare con la Russia e capire riabilitare i suoi cittadini. Non prima».

Intanto la cronaca del conflitto al confine orientale dell’Ucraina riporta ogni giorno notizie di vittime, sfollati, città distrutte, rapimenti di civili. Il messaggio mandato all’Occidente dalla direttrice esecutiva del Centro ucraino per le libertà civili in questo senso è quello di non smettere di aiutare l’Ucraina e il suo popolo e il suo esercito, in tutti i modi possibili. «Sul piano militare, di cui non sono un’esperta, l’unica certezza che abbiamo è che senza gli aiuti degli alleati non arriveremo prima a un cessate il fuoco, ma arriverebbe la morte per tutto il Paese. Poi certamente bisogna aiutare i civili e tutti i rifugiati che sono arrivati nell’Unione europea, anche in Italia, che hanno bisogno di sostegno psicologico, hanno bisogno di proseguire gli studi, hanno bisogno di andare avanti in qualche modo. E poi, quando avremo vinto la guerra, avremo bisogno di ricostruire il Paese dalle macerie».

Oleksandra Romantsova sarà ospite venerdì 16 giugno alla Fondazione Foqus di Napoli (Portacarrese a Montecalvario, 69), la vice presidente del Parlamento europeo Pina Picierno organizza con Linkiesta un evento per parlare del ruolo delle istituzioni europee nel mondo tra conflitti, democrazia e diritti umani.

Questa è la seconda di tre interviste de Linkiesta alle donne che combattono il regime di Putin e l’invasione russa in Ucraina. La prima è quella ad Oleksandra Matvijčuk, avvocata ucraina, presidente del Centro per le libertà civili 

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