MementoL’archivio di Srebrenica che racconta la vita quotidiana prima del genocidio

L’associazione “Adopt Srebrenica” cerca di raccontare la realtà della città bosniaca prima del massacro del 1995. La raccolta, composta da ritratti, foto di famiglia e eventi, riflette sull'identità delle persone scomparse e su quella delle comunità cancellate, promuovendo momenti di dialogo tra gruppi nazionali diversi

Una donna bosniaca musulmana piange accanto alla tomba di un suo parente, vittima del genocidio di Srebrenica, nel Memorial Centre di Potocari, in Bosnia, martedì 11 luglio 2023. Credito fotografico: LaPresse.

«A Srebrenica fare memoria significa restituire dignità alle persone uccise nel genocidio del 1995. Custodirne i nomi, ricostruire le loro vite prima della guerra. Quali erano i loro affetti, che cosa amavano fare nel tempo libero, che desideri avevano. È sempre più difficile riuscirci in uno scenario che invece spinge a dimenticare».

A parlare è Bekir Halilović, uno dei membri dell’associazione “Adopt Srebrenica”. Aperta nel 2005, tra i suoi obiettivi c’è la costituzione di un archivio condiviso in cui raccogliere storie e immagini che documentino la vita quotidiana di Srebrenica prima del conflitto e del più grave genocidio dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. «Oggi Srebrenica è una città che inizia con un cimitero. Camminando per le sue strade, si percepisce il tema della mancanza. Ormai sono più numerose le persone sepolte nel Memoriale di Potočari che quelle vive. Non è sempre stato così», aggiunge.

Srebrenica, enclave a maggioranza musulmana in una parte di Bosnia serbizzata, nel 1993 era stata dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni Unite e nel 1995 si trovava sotto la tutela di un contingente olandese. Il 9 luglio 1995 la città e il territorio circostante erano stati accerchiati dall’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, guidato dal generale Ratko Mladić, che l’11 luglio entrò definitivamente in città. Le truppe militari e paramilitari uccisero almeno ottomilatrecentosettantadue musulmani. Circa quindicimila uomini e ragazzi avevano provato a fuggire in quella che è stata chiamata la “Marcia della morte”, scappando sulle montagne fra Srebrenica e Tuzla. Solo seimila persone riuscirono a salvarsi.

«Immaginate di trovarvi qui, mentre un esercito vi sta attaccando. Che cosa portereste con voi? Forse solo i beni indispensabili. È quello che è successo: chi scappava ha lasciato documenti, foto, oggetti personali nelle case che sono state distrutte, abbandonate, occupate. Così i sopravvissuti si sono dovuti confrontare con più di un’assenza: la perdita delle persone amate e quella degli oggetti che potevano ricordarle», spiega Bekir Halilović.

La sua storia fa eccezione, ma è una delle poche. Aveva diciotto mesi quando viveva a Srebrenica insieme alla madre, al padre e ai tre fratelli. Suo padre Halid, che stava supportando le truppe bosniache, è stato catturato e ucciso. «Sono fortunato perché abbiamo potuto riavere il corpo. E ho due sue fotografie, ma la maggior parte delle persone non ha ritrovato nulla. Da qui nasce uno dei progetti di Adopt Srebrenica: cercare materiali, catalogarli e metterli a disposizione di tutti», dice Bekir Halilović.

A oggi nell’archivio digitale ci sono quasi duemila immagini: sono ritratti, foto di famiglia e momenti della vita quotidiana. Le scuole, le feste cittadine e le ricorrenze. Lavorare sulle immagini significa riflettere sulle identità delle persone scomparse, dei familiari sopravvissuti e delle comunità cancellate con il genocidio. L’archivio conserva anche video che ricordano una città ormai scomparsa. Come un filmato che pubblicizza le terme Guber, meta rinomata dai turisti internazionali e apprezzata per la qualità delle acque. Il progetto che avrebbe dovuto rilanciarle si è bloccato e l’edificio oggi è abbandonato. Non è il solo.

L’11 luglio si è celebrata la Cerimonia di commemorazione e di seppellimento delle vittime, dichiarata dal Parlamento europeo Giornata della Memoria del genocidio di Srebrenica. Quest’anno sono state trenta le persone, uccise nel massacro e identificate negli ultimi dodici mesi, seppellite nel Memoriale di Potočari. A quasi un trentennio dalle più efferate operazioni di pulizia etnica avvenute in Europa, le ferite non sono ancora chiuse. Il sindaco serbo Mladen Grujičić non ha mai riconosciuto che sia avvenuto il genocidio. E in città non ci sono segni di memoria pubblica rispetto a quanto successo dall’inizio della guerra.

«Pensiamo sia importante conservare la memoria anche per le nuove generazioni. Terminato il conflitto, ci si è adattati all’idea di nascere avendo un nemico che è l’altro gruppo nazionale. Con Adopt Srebrenica costruiamo uno spazio dove incontrarci e confrontarsi apertamente», spiega Valentina Gagić, una delle co-fondatrici serbe dell’associazione che è nata proprio con l’idea di creare un gruppo misto di ragazze e ragazzi bosgnacchi e serbi che lavorassero insieme.

Sostenuta inizialmente dalla Fondazione Alexander Langer Stiftung di Bolzano e poi anche dal Centro Pace di Cesena, Adopt Srebrenica promuove progetti di partenariato con amministrazioni pubbliche e scuole coinvolgendo la popolazione locale per favorire l’incontro e il dialogo. Ogni anno a Srebrenica organizza la Settimana Internazionale della Memoria con incontri, laboratori e iniziative culturali.

«Le foto dell’archivio mostrano un’altra città. Ci sono gruppi nazionali diversi che lavorano e vivono uno accanto all’altro. Sono la prova che era possibile stare insieme e che lo è ancora – conclude Gagić – Queste immagini sono la nostra vita e noi le consideriamo un contributo per la costruzione della pace e di un vivere comune dignitoso».

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