Mi Fido di teLa crisi della sinistra adulta e gli animali domestici come accessorio indispensabile

In questi tempi sbandati, a malincuore bisogna ammettere che Roccella ha ragione, anche se fino a un certo punto perché, in fondo, i pelosoni sono come i puccettoni: servono a non farsi contraddire e a pubblicare storie sui social

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Chissà cosa potrebbe cantare Eugenia Roccella a Glastonbury. Mi ci sono interrogata per tutto il weekend, mentre il dibattito pubblico nel secolo più stupido della storia dell’uomo mi costringeva una volta ancora a dare ragione a quella aspirante teocrate della Roccella, che per me che sono una mangiapreti è proprio una brutta fatica.

Una settimana fa a Glastonbury c’era Rick Astley, quello di cui tutti conosciamo solo quell’unico successo, never gonna give you up, never gonna let you down, never gonna run around and desert you. Una canzone non abbastanza depressa da considerarla fondamentale per le nostre adolescenze.

Come sa chiunque abbia mai ascoltato il Battisti trentenne, quello del periodo Mogol, i grandi successi musicali si fondano sullo struggimento, sull’attaccarsi alle tende, sul sentimentalismo melodrammatico. I grandi successi musicali li decretano i diciassettenni, e per i diciassettenni nessun amore che finisce è «vabbè, pazienza», nessuna separazione è un motivetto allegro.

Quando uscì “The queen is dead”, io avevo l’età di Giulietta Capuleti, e pensai, come tutti quelli che avevano l’età dello struggimento, che “There is a light that never goes out” fosse la canzone perfetta (lo penso ancora: non è che “Fiori rosa fiori di pesco” diventa brutta solo perché capisci che il protagonista è un pirla).

Quello che non sapevo era che «non portarmi a casa, perché non è casa mia, è la loro, e io non sono la benvenuta», la frase perfettissima per adolescenti che stanno uccidendo il padre, sarebbe poi stata la linea politica delle opposizioni al governo di destra quasi quarant’anni dopo: che, divenuti adulti, non avremmo smesso d’attaccarci alle tende.

Quello che non sapevo era che appartenevo alla prima generazione determinata a non crescere e a non passare da «se un autobus a due piani c’investisse, morire al tuo fianco sarebbe mio piacere e mio privilegio» a una più matura visione delle prospettive pessimiste: se c’investe un autobus a due piani, speriamo non sia io quella che muore.

Quello che non sapevo era che Morrissey, allora ventisettenne e furbissimo a farci dire «sì, anch’io, non è casa mia, anch’io, l’autobus a due piani» e amatissimo da noialtri con tutti i consumi culturalmente presentabili, sarebbe diventato il sessantenne più impresentabile della società dello spettacolo.

E quindi, mentre gli osservatori si chiedevano come avesse osato Rick Astley una settimana fa impadronirsi del repertorio degli Smiths e fare a Glastonbury “There is a light”, io pensavo: che vantaggio, che delle canzonette si possano fare le cover. Puoi tenere l’opera e buttare l’esecutore, se si potesse fare coi film avresti risolto il problema di quelli che s’indignano se guardi i film di Polanski. Le canzonette sono l’unico settore espressivo in cui, se una cosa buona l’ha fatta un impresentabile, puoi impadronirtene e al massimo c’è qualcuno che borbotta perché all’impresentabile, se ancora vivo, vanno i diritti d’autore – ma è un borbottio minore.

Ricordo perfettamente sia il nome del cane sia il nome dell’umano rispetto al quale, molti anni fa, un mio conoscente sbottò: «È ora di finirla coi cristiani coi nomi da cani e i cani con nomi da cristiani». L’uso di «cristiani» per dire «umani» vi farà intuire che il mio conoscente era meridionale, ma quel che vi posso garantire è che era (è) molto di sinistra. Di quella sinistra con tutte le posizioni giuste e che piuttosto che dar ragione alla Roccella si farebbe amputare un arto. Spero abbia dimenticato quella sua osservazione, non vorrei soffrisse.

Il mio conoscente disse quella frase negli stessi anni in cui a Milano girava una pazza che, con amici, osservavamo con gran divertimento giacché aveva un passeggino per bambini con dentro due cani. Era un’altra epoca. Intanto perché potevi ammettere che la pazza del quartiere faceva ridere senza che nessuno ti redarguisse sul grave tema della salute mentale. E poi perché oggi, se vedi un passeggino, non ti stupisci granché che contenga un cane, che al ristorante mangerà in braccio al proprietario (in neolingua: al suo umano).

Poiché siamo un’epoca con tantissimo tempo libero, in risposta all’osservazione della Roccella sui cristiani (cit.) che danno nomi da cristiani (sempre cit.) ai cani e risolvono così il problema di temersi anaffettivi causa non riproduzione, Calenda (che si percepisce Holly Golightly) ha precisato che la sua gatta si chiama Gatta, moltissimi hanno ritenuto di spiritoseggiare che i gatti comunque li chiami non vengono, e chissà quante altre sagacità ci sarebbero toccate se lo scandalo dei nomi di animali ma non da animali non avesse coinciso con la moratoria dei tweet decisa da Elon Musk, l’unico custode del nostro senso del ridicolo.

Poiché siamo il secolo dialetticamente più scarso, retoricamente più incapace, il secolo in cui l’istruzione obbligatoria mostra tutte le sue lacune e le polemiche sono sempre una gara a chi ha la posizione più stupida, ci sono stati anche quelli che hanno ben pensato di tirar fuori che il gatto della Meloni si chiama Martino.

Ecco, non so come dirvelo, ma: appunto. L’osservazione della Roccella è precisissima (e desta grande invidia in chi si guadagna la mesata con la precisione delle osservazioni: se cortesemente la smette di arrubbarci il mestiere, Roccella), e la prova è proprio il gatto di Giorgia Meloni. Gatto che non solo ha il nome che potrebbe tranquillamente avere un figlio di Calenda (non di Musk, che dà ai figli nomi che neanche ai cani), ma gatto del quale noialtri sappiamo il nome, giacché viviamo in una società talmente scema che i nomi degli animali domestici delle persone famose sono un tema quanto nel secolo scorso lo erano i carati dei brillocchi che Richard Burton regalava a Liz Taylor.

Qualche settimana fa un tassista mi raccontava che i suoi passeggeri preferiti sono quelli che gli dicono «non si preoccupi: ho la coperta», e la stendono sul sedile sul quale salirà il loro cane (in neolingua: figlio peloso) troppo ingombrante per il passeggino. Sono i suoi preferiti in contrapposizione a quelli che se non accetta il cane come passeggero si offendono, e se dice «ma poi devo perdere due ore per lavare il sedile che si riempie di peli» rispondono offesissimi «il mio cane è pulito».

Ho annuito ripensando a quando Instagram mi cancellò, per l’insorgere indignato dei proprietari di animali, un post in cui dicevo il mio disgusto per il fatto che in Italia i cani possano entrare nei posti in cui si mangia, e far volare peli e pulci sulla mia brioche o nel mio risotto.

Ogni volta che esprimo questo elementare concetto, arrivano (anche oggi sotto a questo articolo, plausibilmente) a spiegarmi che allora anche le mie scarpe sono sporche, essendo passate dal marciapiede proprio come i loro pelosoni. E infatti non metto le scarpe sulle sedie, né le stampo addosso a qualcuno per fargli le feste, e altre differenze che fanno di me una persona e del cane un cane.

Se la semifinale della suscettibilità è tra quelli che si offendono perché hai criticato la città in cui vivono, e quelli che si offendono perché hai irriso il politico che votano, in finalissima arrivano sicuro i proprietari di animali, la categoria più permalosa e quindi più stupida che esista.

Quel che Roccella non dice, perché la verità sui cani le serve a portare a casa un punto ideologico che altrimenti crollerebbe, è che la feticizzazione degli animali domestici e quella dei bambini sono molto simili. Il pelosone e il puccettone sono parimenti sacri, nel discorso pubblico, perché rappresentano l’unica seria tutela dell’incapacità degli adulti di affrontare la vita in maniera adulta.

Gli adulti di questo secolo si procurano un animale o un figlio (e in molti, dalla Meloni in giù, hanno entrambi gli elementi d’arredo) per la stessa ragione: per non avere un interlocutore alla pari. Per non sentirsi eremiti e sociopatici ma, al tempo stesso, non venire contraddetti, magari da gente più sveglia di loro. Gli altri adulti sono un casino: coi bambini e gli animali te la cavi facendo le vocette.

Poi, come va a finire lo sappiamo. Che la capacità di discutere, di argomentare, di risultare convincenti si diluisce fino a sparire, e un bel giorno il bambino te lo trovi preadolescente, e tu ormai sei così poco addestrato a fare conversazione che, quando ti dice che si percepisce femmina, o gatto, o Napoleone, gli dai ragione.

Con l’animale domestico questo problema non ce l’hai. Certo, non cresce mai, invecchia senza mai arrivare a pagarti la pensione, il che è uno svantaggio. Però neanche si emancipa, neanche sviluppa idee, una personalità, o anche solo la capacità di scendere da solo a fare la pipì. È sempre identico a sé stesso, come un ritornello della tua adolescenza.

È, il pelosone, al tempo stesso quello che non ti mollerà mai, e la luce che non si spegne: contiene moltitudini di ritornelli, e tutti rassicuranti, in un mondo che cambia così frequentemente che tu proprio non gli stai dietro. Se poi ci aggiungi che ti dà anche l’occasione di fare dei post con cui posizionarti contro il governo di destra, mi sembra evidente che il pelosone è accessorio indispensabile per l’adulto di sinistra in crisi in questo tempo sbandato.

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