Tutti a bordoLa candidatura di Carola Rackete e la dura vita dei simboli che fanno politica

La decisione dell’ex comandante della Sea-Watch 3 di presentarsi alle elezioni europee con il partito di sinistra tedesca Die Linke ha creato due fronti opposti: alcuni la lodano come eroina umanitaria, altri la accusano di aver usato il tema dell'immigrazione come business

Foto Roberto Monaldo, per LaPresse, 02-07-2019. Strasburgo, prima sessione plenaria del Parlamento Europeo, deputati con cartelli per la scarcerazione di Carola Rackete.

La polarizzazione delle reazioni all’annuncio della candidatura di Carola Rackete alle prossime elezioni europee nella lista del partito della sinistra tedesca Die Linke era largamente prevedibile. Proprio questa contrapposizione tra chi plaude alla scelta e chi vede questa scelta come la conferma della narrativa dell’immigrazione come un business da capitalizzare politicamente alla prima occasione utile, mostra l’impossibilità de facto di parlare di Carola Rackete parlando davvero di Carola Rackete.

Tra la visione che la vede come una pericolosa criminale che attenta alle sovranità nazionali prestando il fianco agli scafisti (o, peggio, in aperta combutta con loro), e quella che la vede come un’eroina titanicamente pronta a portare nel cuore dell’Europa il tema dei migranti, non c’è dialogo possibile. Questo rende spesso impossibile inquadrare laicamente la sua figura, vale a dire quella di una coraggiosa attivista e una capace capitana di nave, che ha salvato dei migranti naufragati, in linea non solo con il principio di umanità ma anche con le convenzioni internazionali, come tra l’altro confermato dalle sedi giudiziarie competenti.

Anche grazie alla destra, che l’ha resa un nemico pubblico, Carola Rackete è diventata un simbolo, e sui simboli, ça va sans dire, non si tratta: non c’è mediazione possibile. Fermo restando, la libertà di Rackete di dare concretezza ai suoi valori nella maniera che ritiene più opportuna, inclusa la candidatura, se non ci si rassegna alla barbarie più becera quando si parla di migrazioni, e si ritiene (come chi scrive) che il simbolo che lei rappresenta esprima dei valori positivi, è utile chiedersi se questa capacità simbolica venga accresciuta e riconfermata dalla scelta di candidarsi.

Sgombriamo subito il campo dalla prima, ovvia obiezione alla candidatura, cioè quella che sostiene che questa agirebbe come argomento confermativo della retorica della destra dei confini e dei porti chiusi, che ha sempre presentato Rackete come manovrata da una imprecisata “sinistra”. Non ha senso cercare di decostruire una retorica irrazionale, e che troverà sempre nuove modalità per giustificare l’orrore e l’indifferenza.

La questione, qui, è piuttosto il prendere atto che i valori che Rackete incarna sono patrimonio comune non della sinistra, ma di chiunque abbia a cuore dei principi base dell’umanità. La domanda, quindi, è se la scelta di declinare tali valori nell’azione di un singolo partito può indebolire questo patrimonio comune.

O, più profondamente: può un simbolo, nella sua carica ideale e idealistica, sopravvivere alla concretezza della politica, alla vita di partito, alle sue beghe, alle ineliminabili piccolezze e agli inevitabili interessi di parte che questa si porta dietro? In quanto alto e puro, può un simbolo riuscire a non sporcarsi di fronte alla trivialità del quotidiano?

Se i valori che spinsero a vedere positivamente la figura di Carola Rackete sono davvero trasversali a partiti e culture politica, e segnano piuttosto un confine tra umano e inumano, qual è il rischio per questi valori se finiscono declinati in una parte specifica? E cosa succede se il simbolo fallisce nella sua azione?

Se l’azione politica è una continua tensione tra ideale e reale, è difficile che la figura di Rackete non esca alterata (e de-mitizzata) da un’esperienza del genere. La vita parlamentare è fatta di compromessi e un simbolo, nel suo carattere assoluto (nel suo significato etimologico di “libero da”) non può, appunto, compromettersi senza invalidare la sua essenza. E persino il rifiuto di compromessi (come spesso accade alla Linke) può danneggiare Rackete. L’accusa di “estremismo” e di mancanza di senso del reale è dietro l’angolo, con (di nuovo) tutto ciò che questo comporta per la sua figura agli occhi di quanti non dovessero condividere la sua linea.

Sorvoliamo sia sull’eventualità della mancata elezione, che pure sarebbe un duro colpo ai temi che Rackete rappresenta, sia sulla considerazione che, in caso di vittoria, Rackete si troverebbe a ereditare anche l’identità e la storia del partito che la elegge (senza nessuna garanzia che queste siano del tutto compatibili con la sua figura).

Chiediamoci, però, se la candidatura al Parlamento Europeo sia la scelta migliore per continuare a portare avanti i temi su cui Rackete ha scelto di lavorare e ha finito con l’essere identificata. Soprattutto se consideriamo la probabile composizione del Parlamento nella prossima legislatura, con il presunto aumento dei seggi dell’estrema destra, che potrebbe rendere del tutto impossibile parlare in maniera anche solo vagamente civile dei temi legati alle migrazioni.

Certo, è possibile che, proprio per il tipo di legislatura che si prospetta, il simbolo Carola ne esca rafforzato. Molto starà a lei, un po’ agli eventi. Ma i rischi, per un simbolo, sono tanti. E se le conseguenze su Carola Rackete come attivista e persona possono essere relativizzate, quelle per i temi che incarna potrebbero essere più rilevanti.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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