Verdone, dove seiLa magnifica ossessione di Berlusconi per le televendite e il grande romanzo italiano

La collezione del Cavaliere e il suo curatore Lucas Vianini, che vendeva opere su una tv locale. L’ex premier chiamava e comprava, a nome di Marta Fascina. E poi ci sono i regali, come quella volta che mandò «due belle Venezie» a Giuseppe Conte, firmandole Philip Bustière

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Nella scena che tutti ricordano dell’ultima stagione di “Succession”, quella in cui nella cassaforte di Logan appena morto vengono ritrovate delle ultime volontà dalle quali non si capisce se Kendall sia erede designato o diseredato, c’è un dialogo su altri appunti reperiti nella stessa cassaforte.

Fa così: «C’è qualche appunto su cose di tasse e sulle opere d’arte in deposito», «Cos’è che ha?», «C’è una tonnellata di impressionismo da investimento, no? Tipo tre Gauguin che nessuno ha mai visto per ragioni fiscali» «Credo che il suggerimento fosse che dal punto di vista fiscale sarebbe saggio lasciarli nel caveau a Ginevra», «Fanculo, perché invece non li bruciamo per l’assicurazione?» «Sì, da un punto di vista finanziario quello sarebbe l’ideale».

Questo, invece, non è “Succession”: «Si era messo in mente di diventare, semplicemente, il primo collezionista d’arte del mondo. Di inseguire una passione sfrenata, compulsiva, fuori dal senso della misura come quasi tutte le avventure dell’uomo che ha segnato la storia politica e imprenditoriale degli ultimi trent’anni d’Italia».

È l’incipit d’un articolo uscito ieri su Repubblica a proposito di Silvio Berlusconi. Un ricco con, tu pensa, dei quadri in casa. Ma tanti, eh. No uno da mettersi dietro la scrivania per ben figurare durante i collegamenti su Zoom, no. Proprio un accumulo, che poi sarebbe sinonimo di collezione, ma suona più: ma tu guarda ’sto zotico.

Non voglio essere ingiusta: superato l’incipit – dal quale a Repubblica non sembrano consapevoli che non c’è granché di eccezionale nel buttare i soldi in arte, i quadri sono da centinaia d’anni la principale truffa perpetrata ai danni dei ricchi, che si sentono colti e raffinati appendendo delle cose ai muri, e da quando esiste l’arte non figurativa hanno il terrore di sembrare degli incolti che non capiscono il genio e quindi sono disposti a considerare «genio, puntesclamativo» qualunque puttanata concettuale – superato quel tono, l’articolo è pieno di delizie.

In verità bisogna superare anche l’evidenza che a Repubblica usino «autoritratto» per dire che Silvio Berlusconi era in possesso di quadri che ritraevano Silvio Berlusconi, e piangere la morte dell’istruzione obbligatoria che manda nel mondo (e a lavorare nei giornali) gente che ignora che nell’autoritratto coincidono artista e soggetto, ma insomma non cavilliamo.

Protagonista assoluto del reportage e miglior sorpresa d’un fenomeno, il berlusconismo, che sembrava già interamente raccontato, è Lucas Vianini, che anche se su Repubblica ci sono le foto io voglio immaginare non con la sua faccia ma con quella del Corrado Guzzanti di Teleproboscide. Vianini televende quadri su una tv locale. La sera tardi, siamo nel 2018, Berlusconi chiama, e compra, a volte qualcosa e a volte tutto. «“Mi metteva in difficoltà, perché prendeva tutto e mi lasciava con un palinsesto di altre due o tre ore da riempire”, dice Vianini. Una spesa, per il Cavaliere, dai 20mila ai 150mila euro per singola sessione. Prenota non di rado con il nome di Marta Fascina, che è ancora sconosciuta ai più». Sceneggiatori, dove siete.

Quando Berlusconi gli chiede di diventare il curatore della sua collezione, Vianini – che è evidentemente perfetto complemento al non sofisticatissimo gusto brianzolo di Berlusconi, fotografato in una sala da pranzo in cui oltre ai quadri alle pareti sono appesi dei piatti (Guido Gozzano, dove sei) – chiama ad aiutarlo la sorella, una filologa romanza di nome Jessica (Carlo Verdone, dove sei).

Il dettaglio più bello del racconto, però, sono i regali. Quando Berlusconi inizia a regalare quadri e quando ne manda due a Giuseppe Conte, con una lettera che dice «mi consenta di mandarLe due belle Venezie della mia Quadreria che proprio quest’anno compie 50 anni, per augurarle buon lavoro e successo nel movimento 5Stelle che, ne sono sicuro, da questa sua opera di apporti valoriali e comportamentali trarrà la possibilità di rientrare presto nell’arco dei partiti democratici».

E, dietro a quei due quadri, appone una firma che avrebbe fatto invidia a Queneau: lo pseudonimo da falsario scelto da Berlusconi è Philip Bustière. Lo scrive con un accento acuto che ammazza il gioco di parole, perché essendo arcitaliano il mistero del funzionamento degli accenti francesi non era mai riuscito a dirimerlo, ma l’intenzione comica è ottima, a Teleproboscide non avrebbero saputo fare di meglio.

Purtroppo l’inchiesta non contiene un’indagine su quella compulsione moralizzata in apertura. Vittorio Sgarbi dice che che Berlusconi spese per quella pletora di quadri, venticinquemila di cui «sei o sette interessanti», tra i quindici e i venti milioni di euro. Era perché qualche decina di Pollock e Rothko non avrebbero fatto lo stesso effetto accumulo e se non nasci ricco preferirai sempre la quantità alla qualità? O perché comprare Teomondo Scrofalo e non Basquiat è la versione berlusconiana del lasciare le donne belle agli uomini senza fantasia?

Certo non perché fosse meno ricco di Charles Saatchi o di Pietro Valsecchi o d’altri uomini d’affari con invidiabili collezioni d’arte. O di Logan Roy. Magari, in qualche caveau, aveva dei Gauguin anche lui. Così ben nascosti che neanche un inviato di Teleproboscide riuscirà a scoprirli. Certo, drammaturgicamente l’ideale sarebbe che anche i Gauguin fossero stati comprati a nome di Marta, che ne è quindi adesso proprietaria senza neppure tasse di successione.

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