Davide contro GoliaL’agricoltura biologica italiana ha presentato il suo manifesto per la transizione green

Con i prezzi di mercato di alcuni prodotti che si stanno avvicinando pericolosamente a quelli della produzione normale, il bio italiano ha deciso di correre ai ripari e ha svolto a Roma la prima assemblea dei produttori aderenti a Federbio

Unsplash

Il biologico italiano lancia l’allarme: l’agricoltura biologica è un fattore strategico della transizione ecologica dell’Unione europea, è per forza di cosa al centro del Green Deal, ma gli agricoltori biologici stanno attraversando uno dei momenti più difficili della loro storia con i prezzi di mercato di alcuni prodotti biologici che si stanno avvicinando pericolosamente a quelli della produzione “normale”. Il che è ovviamente un controsenso visto che produrre bio costa di più, richiede più lavoro per ovviare quello che nell’agricoltura tradizionale viene svolto dalla chimica. E ha anche rese inferiori dal punto di vista quantitativo.

Su questo scenario già fosco grava poi la minaccia del cibo sintetico che, attirando i grandi investimenti delle multinazionali e paradossalmente sfruttando motivazioni di sapore ambientalista, come la riduzione del consumo di suolo e il benessere animale, si profila come un concorrente molto temibile per l’intero settore agricolo: molto più dell’intera ondata degli Ogm. Per questo il bio italiano ha deciso di correre ai ripari e ha svolto a Roma la prima assemblea dei produttori biologici italiani aderenti a Federbio per presentare le loro rivendicazioni e lanciare il loro Manifesto.

Il settore bio è per Dna molto frammentato. Le grandi dimensioni sono appannaggio della grande industria agraria: qui finora hanno fatto premio le dimensioni medio piccole. Il settore biologico italiano conta infatti oltre 93mila operatori, più di 82mila produttori e una superficie agricola utilizzata del 17,4%,con un valore del mercato italiano superiore ai 5 miliardi di euro e un export di made in Italy biologico di 3,4 miliardi. Numeri che confermano la leadership in Europa per l’agricoltura biologica italiana. Un modello di produzione sostenuto dal Green Deal europeo e dalla Strategia Farm to Fork, le cui indicazioni mirano a superare l’attuale agricoltura intensiva e a promuovere la transizione agroecologica nei sistemi agricoli europei. Ma non solo, il biologico è un settore che può contare su un sistema d’imprese con un rilevante patrimonio di ricerca e di pratiche innovative, determinanti per raggiungere il 25% di superficie agricola coltivata a biologico entro il 2027, obiettivo definito dal Piano Strategico Nazionale della Pac.

La Federbio, presieduta da Maria Grazia Mammuccini, raccoglie 50mila produttori, poco meno dei due terzi del totale, e ha un parterre di partnership che vanno da Coldiretti a Cia, da Wwf e Legambiente a Confagricoltura. Ce n’è insomma abbastanza per darsi obiettivi ambiziosi. E il Manifesto vuole esserlo. Anche con obiettivi che vanno al di là di quelli strettamente economici: riportare il territorio al centro dello sviluppo economico, innovare la figura del coltivatore, sistematizzare le sue competenze legate alle tipicità di prodotti e di territorio, favorire il ritorno all’agricoltura dei giovani. Creare un nuovo rapporto tra produttori e consumatori attraverso i distretti e le filiere corte. Tutto questo realizzando un modello di sviluppo che metta assieme benessere umano, benessere animale e benessere ambientale.

Vasto programma, ambizioso appunto, ma ciononostante realizzabile. Sempre che si riescano a superare gli ostacoli che rendono difficoltoso lo sviluppo. E qui entra in ballo soprattutto l’Europa. Sulla transizione verde Bruxelles mette molti soldi: nel piano Ue 2021-27 ci sono circa 380 miliardi di euro per il fondo europeo agricolo di garanzia e il fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale che dovranno accompagnare anche le nuove strategie Farm to fork e Biodiversità 2030. Senza un sostegno finanziario di tale portata non è davvero pensabile che il settore agricolo europeo, e italiano, possano affrontare la sfida con i giganti del bio-tech.

Non è un panorama da futuro prossimo venturo: è già qui. Come ha ricordato all’assemblea Federbio il direttore generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, in Danimarca è quasi pronto un bioreattore in grado di produrre latte sintetico in quantità tale da soddisfare l’intera domanda europea.

Come si risponde ad un simile “attacco”? Ovvio non con i prezzi, dove sarebbe una battaglia persa in partenza, ma costruendo un nuovo modello economico e culturale dell’intero comparto agricolo che rimetta al centro l’ambiente e sia efficacemente declinabile per tutti e tre le sue componenti: quella vegetale, quella animale e ovviamente quella umana, compresa in quest’ultima non solo i fattori salutistici ma anche quelli sociali. Terreni più sani, animali più sani (che sono una componente importante del nutrimento del suolo) e un’impresa che sappia tornare attrattiva per chi ci lavora, per le idee in grado di innovarla e di farla avanzare e, infine, anche per i capitali.

Uno degli snodi cruciali è proprio quello delle motivazioni economiche, che non possono però, per forza di cose, essere limitate alla sola espressione del prezzo. Come ha ricordato la presidente di Federbio Maria Grazia Mammuccini, il bio costa di più alla produzione. Ma è in grado di produrre fortissimi risparmi sistemici alle collettività in termini di minori costi sanitari e di minori costi per rimediare ai danni provocati dai disastri ambientali legati al clima e alla mancanza di politiche sul suolo.

Ma anche le grandi strategie devono muovere i loro primi faticosi passi, apparentemente piccoli. E qui per mettere in moto questa transizione epocale, il punto di attacco è la riforma della politica verde europea. Che, a detta degli operatori, è rimasta ancora troppo legata agli scenari del secolo scorso, in cui l’agricoltura era come una cenerentola da salvaguardare rispetto alle fortezze economiche dell’industria e, da dopo la rivoluzione internet, dei servizi. Riportarla al centro delle strategie di Bruxelles significa agire su due fronti. Il primo è quello del giusto prezzo per i produttori, ossia consentire alle aziende agricole di tornare a fare margini. Aiutandole a superare le difficoltà della mancanza di scalabilità a fronte di dimensioni medio piccole ma senza doversi piegare ai criteri delle grandi coltivazioni intensive. Dall’altro una revisione radicale degli strumenti con cui l’Ue distribuisce le sue risorse. Sotto accusa sono i controlli sui fondi assegnati, considerati burocratici, molto penalizzanti per le imprese e alla fine altamente inefficienti, adatti più a favorire frodi che crescita. Poi una certa incapacità della classe dirigente di Bruxelles di saper tradurre i principi (largamente condivisi) in decisioni efficaci. E soprattutto coerenti, visti i molti casi di decisioni che finiscono per andare in senso contrario a quanto atteso.

Per esempio, non aver ancora incluso definitivamente il biodiesel tra i carburanti rinnovabili (al contrario degli e-fuel sintetici sponsorizzati dall’industria tedesca) sta comportando difficoltà alle aziende agricole che spesso puntano sul secondo raccolto, dopo il primo di foraggi per l’alimentazione animale, per produrre biomasse da destinare alla produzione energetica. Oppure il caso ancora più recente del regolamento Ue sui fitofarmaci, dove indicando la via di una riduzione dell’uso di principi chimici in termini quantitativi sta producendo l’effetto di colpire soprattutto le aziende biologiche che usano rame e zolfo, ammessi nei capitolati bio. In pratica dimezzare rame e zolfo per un’azienda chimica di fertilizzanti significa una riduzione relativa, con spostamento verso altri principi di sintesi, mentre per un’azienda agrobiologica significa dimezzare l’intera capacità di intervento a protezione delle piante. E infine creare una vera politica verde Ue significa non fissare delle indicazioni e calarle dall’alto ma iniziare a individuare i benchmark esistenti e partire da lì.

L’Italia è l’unico paese Ue ad essersi dotato di un Registro nazionale dei fitofarmaci utilizzabili nel biologico. Uno dei nostri pochi primati. Sperando che non faccia la fine del nostro sistema di raccolta differenziata dei rifiuti, che ci colloca, ancora per poco, in cima alla classifica delle economie circolari europee, ma che rischia di essere spazzato via dal nuovo regolamento Ue sul packaging.

X