
La fotografia di nudo è erede del nudo pittorico. In Occidente, quest’ultimo nasce durante l’età vittoriana e da subito viene censurato, attraverso l’utilizzo della velatura. Le prime figure interamente spoglie si avranno infatti solo nel diciannovesimo secolo, quando personaggi appartenenti al mondo della mitologia, come per esempio le Amazzoni, iniziarono a essere rappresentati nella loro completa nudità, che assumeva un valore simbolico di idealizzazione storica del passato.
Nel 1866 Gustave Courbet realizza L’Origine del mondo, ispirandosi probabilmente a uno degli scatti del suo collaboratore Auguste Belloc, realizzati con una macchina stereoscopica, riconoscibile per i suoi due obbiettivi paralleli ed equidistanti dagli occhi. Negli anni seguenti il legame tra pittura e pellicola si consoliderà progressivamente e la fotografia di nudo cambierà forma molte volte, per veicolare messaggi sempre diversi.
Muovendosi tra i concetti di nudo e nudità proposte dallo storico d’arte Kenneth Clark, questo tipo di fotografia si è adattata a dimensioni metaforiche, iconografiche e altre, invece, più didascaliche. Secondo l’esperto, il nudo è da considerare una costruzione artificiale dettata, adattata e talvolta cancellata dalla forma mentis della società, in diverse epoche storiche.
Inizialmente ritratto come soggetto al servizio dell’arte, usato come ispirazione e come strumento attraverso cui esaltare la bellezza o la mostruosità, fino alla rappresentazione di una perversione e di un erotismo spinto, il corpo nudo, in fotografia, può proporre una chiave di lettura attraverso cui analizzare i cambiamenti macro, quelli propri di una società che cambia, tra momenti di crisi e disagio, tra spinte emancipatorie e bisogno di prossimità.

La riflessione sul soggetto come parte di una comunità, inserito in un contesto ampio, rende quindi il tema del corpo e della nudità – da sempre associata al concetto di vulnerabilità – un pretesto e uno strumento per parlare d’altro. «Ho cominciato a fare fotografia perché mi sembrava un veicolo perfetto per commentare la follia dell’esistenza odierna», affermò il fotografo statunitense Robert Mapplethorpe, che alla fine degli anni Settanta iniziò a immortalare la comunità omosessuale newyorkese. «Cerco di registrare il momento in cui vivo e il luogo in cui vivo, che si dà il caso essere New York. Cerco di cogliere qualcosa della follia e di impartirvi un ordine. Come una dichiarazione sui tempi non è male, in termini di accuratezza. Queste foto non potrebbero essere state fatte in un’altra epoca».
Comunità, intimità e desiderio sono i tre concetti chiave su cui si basa la ricerca visiva di Spyros Rennt, uno dei nomi più importanti della fotografia queer contemporanea, affermatosi a livello internazionale. Nella sua ultima autoproduzione Corporeal, l’artista ateniese based in Berlino ritrae con una profonda sensibilità le comunità queer e quelle appartenenti al mondo underground. Con la sua lente entra nelle camere da letto, nei bagni pubblici, nelle spiagge e nei dancefloor dei club di tutta Europa per raccontare l’intimità e la necessità di contatto e vicinanza, nell’accezione più fisica del termine.

Un mondo fatto di incastri, di tatto e di contatto tra persone che si muovono – più o meno poeticamente – nello spazio. Un paesaggio onirico, dinamico, sensuale e in continua evoluzione; una pellicola che mette a fuoco una comunità coesa, affiatata, complessa, immortalata nella sua vulnerabilità e nella sua grande forza. Tra muscoli tesi, corpi contorti, sagome e curve che creano un incastro perfetto, le fotografie di Spyros raccontano di un’intimità non erotizzata, non urlata, ma inclusiva e rappresentativa di un’umanità autentica, a cui forse ci siamo disabituati. Questa raccolta mira a recuperare un’indulgenza verso l’imperfezione personale e quella altrui, che abbiamo perso tra immagini artefatte, intelligenza artificiale e filtri Instagram.

Anche il fotografo inglese AdeY utilizza il corpo come strumento per parlare di altro. In questo caso la sua fotografia nuda è surrealista, straniante e racconta la sofferenza e la solitudine delle comunità, ispirandosi al genio del fotografo Ren Hang. Il corpo, catturato nella sua forma più spoglia e più onesta, racconta di un’umanità desolata, disillusa, decadente. In questo caso si parla di stereotipi, di simbologia della corporeità e di un soffocante normativismo egemone.
Le sue immagini ritraggono delle composizioni di corpi per parlare di solitudine, di oppressione sociale, di ansia e di depressione portando la riflessione a un livello più intimo, al contempo personale e pubblico, perché condiviso e condivisibile da tutte e tutti. Centrale, in questo caso, è il rapporto tra soggetto e spazio circostante e di come i due elementi siano compenetranti. Ritratti di nudo all’angolo della strada in una giornata nevosa, corpi sdraiati stancamente l’uno sull’altro e altri ancora intrappolati in scomodi scomparti di un armadio, trasmettono allo spettatore un immediato e comprensibile senso di un malessere .
Ancora diversa è l’intenzione della pellicola del fotografo statunitense Spencer Tunick, che si discosta totalmente dalle precedenti e che mette il corpo a servizio della scenografia. L’artista, infatti, lo utilizza come un elemento integrante dello spazio urbano, alla stregua di un edificio o di un monumento. Nel progetto fotografico Naked States Tunick parte per il mondo, immortalando la nudità delle persone da Londra a Santiago, da São Paulo a Buenos Aires, da Roma a Lione.
Le peculiarità del suo lavoro riguardano due aspetti principali. Il primo è che le installazioni dei corpi nudi invadono gli spazi per diventare parte integrante del paesaggio urbano; la seconda è la scelta dei personaggi da ritrarre, che vengono recuperati attraverso dei volantini e tramite il suo sito web. I suoi shooting, inoltre, vengono realizzati senza permessi legali ed è proprio per questo motivo che nel 1994 venne arrestato al Rockfeller Center di Manhattan, mentre stava scattando con una modella nuda. Una fotografia d’impatto, in cui le differenze tra gli individui si perdono e diventano, insieme, un’unica opera d’arte. Una ricerca sul concetto di pubblico e privato, individuale e collettivo; una riflessione sul senso di comunità e di alterità, che spogliata di ogni sovrastruttura perde di valore e viene raccontata nella sua profonda e umana potenza.