Narrazione inclusivaCome si esprimevano gli artisti queer quando l’omosessualità era un reato

Se siete a Londra il 10 giugno potete scoprirlo durante il “Queer and Now Festival” alla Tate Britain, tra eventi, talk, performance live e opere risalenti al periodo tra il 1850 e il 1945. In alternativa, ve lo spiega il curatore Thomas Kennedy in questa intervista

Duncan Grant, Bathing, 1911 © Tate. Photo: Tate Photography

La rappresentazione è uno strumento fondamentale per gli esseri umani, che per riconoscersi nella società hanno bisogno di modelli a cui rifarsi. Per festeggiare il mese del Pride la Tate Britain ha organizzato una giornata di eventi dedicati all’arte queer

Il 10 giugno, con una giornata di eventi, talk, performance e visite guidate, la Tate Britain distaccamento della Tate Modern dedicato esclusivamente agli artisti britannici ha scelto infatti di dare la propria forma ai festeggiamenti attraverso la voce degli artisti che hanno contribuito a definire l’identità Queer in Gran Bretagna, ma anche grazie a workshop, momenti per le famiglie e proiezioni, in un clima di inclusività e confronto dove il fil rouge è il ruolo che un museo come la Tate gioca nella formazione, nella raccolta e nella promozione di una narrazione inclusiva. 

Attraverso la storia dell’arte e non solo, l’obiettivo è quello di offrire una panoramica il più possibile completa della narrazione queer nel mondo dell’arte britannica: con il percorso espositivo Queering the library and archive, ad esempio, verranno esplorati tutta una serie di temi attraverso una selezione curata di zine, libri d’artista, libri fotografici e altro materiale pubblicato dalla Tate Library presentati insieme a quaderni di schizzi, lettere, fotografie e materiale d’archivio del Tate Archive. Il workshop Beyond the Frame invece sarà dedicato alla realizzazione di nuove opere attraverso gli strumenti dell’intelligenza artificiale e al reframing della visualizzazione virtuale della Tate Britain come spazio inclusivo, accessibile e non gerarchico.

Il Queer and Now Festival, che si terrà il 10 giugno, avrà quindi programma ricco e foltissimo, che si articola su tutta la giornata e che prevede anche due speciali visite guidate in cui Thomas Kennedy, assistant curator of Modern British Art, articolerà un percorso tra gli artisti queer e i loro personaggi in un periodo compreso tra il 1890 e il 1945: niente Francis Bacon o David Hockney quindi, artisti queer forse tra i più famosi, ma attivi dal dopoguerra. L’aspetto interessante è che la visita guidata esplorerà vari temi legati all’identità queer, come la sessualità, il genere, la razza e la politica in un’epoca in cui l’omosessualità in Gran Bretagna costituiva un reato. 

Non bisogna infatti dimenticare che celebriamo il Pride a giugno per ricordare i moti di Stonewall, scaturiti dall’insensata violenza della polizia durante una retata in uno di quelli che, nella New York del 1969, era uno storico ritrovo della comunità gay, lo Stonewall Inn. Sebbene i fatti di quella notte non furono mai veramente chiariti, una retata della polizia nel locale fece scaturire la prima vera ondata di proteste contro il trattamento che le forze dell’ordine riservavano alla comunità gay. 

Negli Stati Uniti degli anni Settanta, infatti, l’omosessualità era considerata una malattia mentale e poteva scattare l’arresto per qualsiasi cosa, dal ballare con una persona dello stesso sesso all’indossare abiti da donna, ecco perché è particolarmente rilevante raccontare la vita e le opere degli artisti britannici – la Tate Britain contiene solo opere di artisti inglesi – che hanno navigato in periodo storico particolarmente repressivo dal punto di vista dei diritti della comunità LGBTQIA+. 

«Gli artisti queer che hanno vissuto e lavorato per tutto il periodo moderno si sono espressi nella loro arte in un momento storico in cui gli atti omosessuali erano illegali», spiega infatti il curatore Thomas Kennedy. «Siamo orgogliosi di poter esporre queste opere alla Tate Britain e di discutere la loro importanza nella più ampia narrazione della storia dell’arte in Gran Bretagna».

Kennedy ci ha spiegato che, sebbene all’epoca gli atti omosessuali fossero un reato in Gran Bretagna, «molti artisti vivevano apertamente come persone queer. Paradossalmente, si trattava di un periodo di liberazione sessuale, in cui la sessualità era spesso ambigua: artisti come Duncan Grant e Glyn Philpot esplorarono liberamente la loro sessualità nelle loro opere. È soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale che ci fu un aumento significativo degli arresti e dei procedimenti giudiziari nei confronti degli uomini gay: gli atti omosessuali furono consentiti in Inghilterra e Galles solo con il Sexual Offences Act del 1967. Le donne non furono mai sottoposte allo stesso controllo legale degli uomini, per cui artiste come Nina Hamnett ed Ethel Sands vissero la loro vita senza che la loro sessualità fosse un fattore controverso».

Ethel Sands, The Chintz Couch, c.1910-1 © The estate of Ethel Sands. Photo Tate Photography

«Il rapporto degli artisti con il corpo queer – continua Kennedy – è uno dei temi principali delle opere incluse nelle nuove esposizioni della collezione della Tate Britain. In Self-Portrait, Gwen John dipinge se stessa in uno spazio tranquillo, mentre la rappresentazione di nuotatori nudi di Duncan Grant è un’espressione di desiderio omoerotico. Un altro tema molto esplorato sono gli spazi in cui gli artisti queer abitano: ad esempio il Chintz Couch di Ethel Sands mostra il salotto che condivideva con la sua compagna di lunga data, Anna Hope (Nan) Hudson. Alcune opere poi combinano questi due temi, come Farm at Watendlath di Dora Carrington, che mostra una fattoria dove la Carrington, appena sposata, trascorse una vacanza estiva. È stato suggerito come il paesaggio ondulato rifletta le curve del corpo femminile, esprimendo una tranquilla contemplazione della sessualità dell’artista, che ebbe relazioni sia con uomini che con donne». 

Dora Carrington, Farm at Watendlath, 1921 Photo Tate Photography

Per noi, che non potremmo fisicamente essere lì, Kennedy ha selezionato tre opere particolarmente significative rispetto alla rappresentazione del corpo, alle rivendicazioni femministe, alla neutralità di genere e alla rappresentazione gay. Un mini tour virtuale che coinvolge tre artisti: Gwen John, Duncan Grant e Gluck. Self-portrait di Gwen John, ad esempio, è diventato famoso come critica femminista del mondo dell’arte: in un’epoca in cui gli uomini dominavano ampiamente il settore, la John ha lottato per essere riconosciuta durante la sua vita. L’opera suggerisce un intenso auto-esame e isolamento, riflettendo sulle sue esperienze come artista. John era anche bisessuale, attratta da più generi. Sebbene la sessualità non definisca quest’opera o la sua pratica, l’esplorazione delle relazioni dell’artista permette di comprendere meglio la sua vita e le sue opere.

Bathing di Duncan Grant rappresenta invece i continui movimenti di uomini che nuotano nudi, dall’immersione in acqua all’emersione su una barca precaria. Grant si ispirò agli uomini che nuotavano alla Serpentine di Hyde Park, un luogo associato alla cultura gay in una epoca in cui gli atti omosessuali erano illegali. Il dipinto all’epoca, era il 1911, fu controverso per le sue connotazioni queer, ma oggi è considerato una celebrazione del desiderio omosessuale. Grant stesso era gay e ha avuto diverse relazioni documentate con uomini, ma ha anche avuto un figlio con la sua amica e compagna di casa Vanessa Bell.

Gluck, Floras Cloak, c.1923 © Estate of Gluck (Hannah Gluckstein) Photo Tate Photography

Nel dipinto di Gluck Flora’s Cloak Flora, la mitica dea romana delle piante in fiore, vola sopra la terra indossando solo un copricapo e un mantello floreale. Il mantello svolazzante suggerisce l’arrivo della primavera, a cui era associata, mentre Flora è raffigurata nuda, con un fisico muscoloso e seni sottilmente irregolari: Gluck celebra così la forma del nudo in modo caratteristico, senza le sfumature apertamente erotiche che si trovano in alcuni dipinti classici. In questo modo, l’artista crea un’opera innovativa che sovverte le rappresentazioni tradizionali del corpo, Gluck era gay gender non-conforming e preferiva essere conosciuto semplicemente come Gluck.

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