Effetto pandemiaLa ricerca medica sta vivendo un’improvvisa età dell’oro (anche in Italia)

La lotta contro il Covid ha portato al miglioramento delle tecnologie dei vaccini basati su RNA messaggero. Con queste scoperte diventerà sempre meno difficile contrastare tumori e trovare terapie efficaci contro le malattie autoimmuni

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Nel febbraio 2020, dopo due mesi dalla notifica di un focolaio di casi di polmonite nella città di Wuhan e qualche settimana prima che venisse dichiarato lo stato di pandemia da Coronavirus, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dichiarò di non aspettarsi la disponibilità di un vaccino contro il Covid-19 prima di diciotto mesi. Tuttavia nel novembre 2020, Pfizer e BioNTech annunciarono al mondo il superamento della fase di sperimentazione sugli uomini da parte del loro siero e il 27 dicembre l’Europa inaugurò la campagna di vaccinazione che salvò la vita di milioni di anziani e soggetti fragili. Tre anni dopo, al netto di un rovinoso rovescio della medaglia, possiamo affermare che la pandemia ha avuto effetti decisamente benefici per la medicina. L’impresa compiuta nel 2020, anche grazie agli investimenti massicci di gran parte dei governi, ha accelerato i progressi della ricerca in campo medico.

Essendo i primi del loro genere ad esseri approvati da enti regolatori come l’Ema in Europa la Food and Drug Administration negli Stati Uniti a causa dell’emergenza Covid, i vaccini a mRNA (che utilizzano molecole di acido ribonucleico messaggero) hanno dato il via a una serie di studi per potenziali applicazioni: contro l’Hiv, l’infezione da virus Zika, Il virus respiratorio sinciziale (Rsv) e come terapia anticancro per alcune tipologie di tumore.

I recenti sviluppi in questo settore vanno anche oltre: lo scorso aprile la Nigeria ha approvato un nuovo vaccino contro la malaria, diventando il secondo stato al mondo dopo il Ghana a dare l’ok alla somministrazione di fiale (non mRNA) contro una malattia che ogni anno uccide seicentomila persone nel mondo.

In una dichiarazione riportata dal New York Times, l’ex vicedirettore del Vaccine Research Center Barry Grahams ha definito quella attuale una «nuova era per la vaccinologia», caratterizzata da un ritmo dei progressi in fase esponenziale. «Non potete immaginare cosa vedrete nei prossimi trent’anni», ha detto l’immunologo statunitense che è stato una figura centrale nello sviluppo dei vaccini a mRNA.

«L’impulso che la pandemia ha dato alle tecnologie dei vaccini basati su RNA messaggero ha fatto emergere le potenzialità di questo campo, che però erano già note», spiega a Linkiesta il dottor Giovanni Maga, direttore del Laboratorio di Virologia Molecolare presso l’Istituto di Genetica Molecolare del Cnr.

«In realtà noi siamo stati in grado di produrre i vaccini contro il Coronavirus perché la piattaforma tecnologica era già da trent’anni sviluppata e studiata per altre applicazioni. Avendo dimostrato tutte le sue potenzialità, adesso c’è un riaffiorare di idee che si applicano a diversi settori, come i vaccini contro i tumori e le terapie contro le malattie autoimmuni. La pandemia ha fatto emergere non solo la capacità della scienza, quando si coordina, di dare risposte rapide, ma ha anche messo sotto i riflettori le potenzialità di tecniche che esistevano già ma erano considerate di nicchia».

I progressi della medicina non si fermano tuttavia ai soli vaccini. Negli ultimi anni, nuove sperimentazioni di farmaci per il cancro al seno hanno prodotto tassi di sopravvivenza definiti «inauditi» dal Times, mentre i risultati di uno studio condotto dall’Università di Yale hanno evidenziato come l’assunzione regolare di un particolare farmaco (l’Osimertinib) riduca della metà il rischio di morte nei pazienti affetti da tumore al polmone. Ulteriori traguardi che testimoniano l’inizio di una potenziale età dell’oro per la ricerca nei vari ambiti medici.

Il ruolo dell’Italia
Si tratta di un momento propizio anche per l’Italia, «grazie soprattutto al Pnrr», prosegue Maga. I fondi del Next Generation Eu destinati al nostro Paese rappresentano un’occasione unica: «Storicamente, è la prima volta che la ricerca ha a disposizione una quantità di stanziamenti così importante. Uno dei problemi storici per l’Italia è stato lo scollamento tra i vari attori coinvolti nella ricerca (come il Cnr o l’Istituto Superiore di Sanità), non sempre in grado di esprimere un coordinamento e fare una mappa critica mettendo a fattor comune le competenze».

Oggi però non si può parlare di ricerca in generale «senza una dimensione trasversale e transnazionale, quindi unendo competenze molto diverse. In questo senso, il Pnrr sta forgiando la creazione di reti: se tutto andrà come deve andare, si tratterà di uno sforzo epocale della nostra ricerca per mettere insieme le migliori competenze a disposizione», conclude Maga.

Nonostante la cronica carenza di fondi negli anni, dal punto di vista della qualità scientifica l’Italia resta infatti un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale. Per esempio sul fronte della ricerca delle cellule Car-T, che rappresentano una terapia innovativa in campo onco-ematologico per pazienti con linfomi non-Hodgkin (Lnh) o leucemie linfoblastiche che sono stati soggetti a ricaduta dopo terapie convenzionali.

Gli effetti della guerra in Ucraina sul mercato farmaceutico
In questo scenario di generale progresso per la ricerca medica occidentale, un piccolo rallentamento c’è stato. L’aggressione russa all’Ucraina ha messo in luce la dipendenza del settore farmaceutico da alcuni Paesi per quanto riguarda la produzione e la scoperta di medicinali. Prima della guerra Kyjiv aveva circa 2.500 siti di sperimentazione clinica, ma all’inizio dei bombardamenti alcune grandi compagnie tra cui Merck, Abbvie e Sanofi hanno interrotto i loro studi. Nel frattempo, altre realtà hanno annunciato di aver fermato le attività di ricerca in Russia, sollevando ulteriori preoccupazioni sul piano internazionale.

Anche se il conflitto continuerà ad avere ripercussioni negative per le sperimentazioni dei farmaci, un rapporto del network sanitario statunitense NiceRx ha rivelato quali sono i Paesi in cui si svolge il maggior numero di questi studi, mostrando come né Kyjiv né Mosca rientrino nella top ten. In testa alla classifica ci sono gli Stati Uniti, con quasi 150mila studi clinici registrati dal 2008, che precedono di gran lunga la Francia, in seconda posizione, con poco più di 30mila studi. Seguono a ruota Canada, Cina e Germania, con l’Italia che occupa l’ottava posizione.

Il report ha anche rilevato che nel 2020 sono stati spesi più di 6,5 miliardi di dollari per ricerche sui trattamenti contro il cancro. Si tratta di una cifra nettamente superiore a quella destinata a qualsiasi altra patologia: 2,6 miliardi di dollari sono andati all’Aids e circa 1,3 miliardi al morbo di Alzheimer.

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