Sei bellissimaLa copertina di Vogue, il nuovo femminismo e la società del ritocchino di massa

Oggi tutte usano i filtri su Instagram per far credere al mondo d’essere un po’ più fighe di come sono davvero. Non solo le supermodelle, ma anche le donne che fanno mestieri che non hanno a che fare con l’aspetto e che vivono in un secolo che avrebbe dovuto affrancarle dall’obbligo di essere belle

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Verso la metà di Mad Men, quando a Matthew Weiner iniziano a sbriciolarsi i personaggi e non sembra saper più cosa farne, Betty Draper ingrassa. È, prevedibilmente, un dramma. Betty è stata una modella da giovane, e da adulta la moglie di due uomini importanti: essere decorativa è la sua valuta.

Sulla copertina del Vogue inglese del settembre 2023 ci sono Linda Evangelista, e Christy Turlington, e Cindy Crawford, e Naomi Campbell. Per chi ha la mia età, i cognomi sono superflui. Erano le donne più belle del mondo quando la bellezza era le uniche cose che può essere la bellezza: prescrittiva, intimidatoria, irraggiungibile, selettiva.

Betty Draper era nata negli anni Trenta del secolo scorso: quando alle donne americane era stato concesso da un decennio il diritto di voto, ma non ancora – né lo sarebbe stato per un bel pezzo – il diritto d’aprire un conto corrente senza la firma del padre o del marito. Certo che la bellezza era importante: che altro aveva mai, una massaia benestante nell’America degli anni Sessanta?

Il dibattito sulle quattro sulla copertina è inevitabilmente: sono ritoccate?, sono davvero così?, Linda Evangelista non aveva detto d’essere devastata dalla medicina estetica?, dobbiamo credere che le quasi sessantenni siano così?

È un dibattito che a me non verrebbe mai in mente di fare: sono cresciuta in anni in cui quelle che stavano in copertina erano altro da noi, non ti ponevi il problema del loro somigliare a loro stesse, tantomeno quello di ritrovare in loro qualcosa di tuo. Ma è anche un dibattito le cui risposte sono ovvie: è il loro lavoro essere belle, certo che per ottenere quello scopo sono disposte a fatiche che io mai mi accollerei.

Adesso però si ritoccano tutte. Mica le modelle sulla copertina di Vogue, che sarebbe ovvio: le impiegate delle poste sui loro social. Qualche tempo fa a una cena mi sono ritrovata a parlare con un gruppo di persone tra cui una tizia mai vista. Finché qualcuno non l’ha chiamata per nome, «tu cosa ne pensi, TiziaCaia», e io mi sono resa conto che sì che TiziaCaia l’avevo già vista: quella signora bruttina con cui stavo parlando era la ragazza carina che vedevo sull’internet.

Succede tutti i giorni, a me meno perché parlo poco con le sconosciute e noto poco l’aspetto di chi non m’interessa, ma succede in continuazione. Giorni fa un’amica mi ha notificato che la tizia che era nella sua stessa carrozza in treno, quella che vedevamo abitualmente su Instagram, non somigliava neanche vagamente agli accurati autoscatti di sé che sfogliavamo sul telefono: si era dovuta avvicinare per verificare che fosse proprio lei, e sì, lo era, ma «in versione baule» (ho amiche che non usano la parola «curvy», con mio grande scandalo).

La tizia non si mantiene certo essendo fotogenica, diversamente da Cindy Crawford, né ci si mantiene la tizia che avevo incontrato alla cena. Fanno mestieri che non hanno a che fare col loro aspetto, eppure ne dipendono più di Betty Draper. Perché? Da dove viene il dovere della bellezza nel secolo in cui ce ne saremmo dovute emancipare?

Che sia il risultato dell’esproprio della bellezza? La bellezza non appartiene più alle belle, siamo tutte belle, ognuna è bella a modo suo, ognuna ha diritto alla sua quota di «sei bellissima» sotto a quelle foto in cui si nota che non s’è neppure depilata.

Non esistono più i canoni estetici, diamine, quel cascame patriarcale: e allora perché, che si polemizzi sulla 194 o sulla Basaglia, sull’ergastolo ostativo o sul costo dei toast dimezzati, comunque arriverà qualcuno che ti dice che sei una cessa? Se non ho il dovere d’essere bella per sentirmi fare i complimenti sulla mia bellezza, come mai ho il dovere d’essere bella per fare la scrittrice, l’avvocato, la massaia, la deputata?

Quando accompagna la figlia al pullman che la porterà al college, Don Draper le dice: sei una bellissima ragazza, sta a te essere di più. Mancano a quel punto tre anni all’Equal Credit Opportunity Act, la legge che permetterà infine alle donne americane di aprire un conto corrente senza la controfirma del marito o del padre. La figlia di Betty Draper diventa maggiorenne in un contesto in cui le serve un marito per aprirsi un conto corrente: meno male che è belloccia.

Quando Don Draper accompagna la figlia al pullman che la porterà al college, è il 1971. L’anno in cui Mike Nichols apre “Conoscenza carnale” con un dialogo al buio tra Art Garfunkel e Jack Nicholson, ognuno steso sul proprio letto nella stanza del college. «La bellezza non è tutto», dice Garfunkel. «Credi a me: la bellezza è tutto», risponde Nicholson.

Ieri mi è passato davanti un video in cui due tizie parlavano degli opprimenti standard di bellezza cui siamo sottoposte. Mentre dibattevano di quest’oppressione, le guardavo e non sapevo chi fossero. Erano due tizie in un teatro a parlare di criteri estetici, e io le vedevo per la prima volta. Finché qualcuno non mi ha detto no, guarda che l’Instagram di una delle due lo prendiamo in giro spesso, la vedi di frequente.

E io mi sono resa conto che questa tizia che ha fatto della militanza neofemminista il suo mestiere, che passa le giornate a dirci che siamo belle così come siamo, che la società non deve permettersi di giudicarci, e che gli addominali degli altri, in palestra, sono un portato dell’opprimente patriarcato, quella tizia lì queste belle teorie le espone avvalendosi d’un filtro che le toglie quindici chili e che me l’ha resa irriconoscibile.

Non me ne importa niente della mancata coerenza di una che parla di body positivity e poi trova intollerabile guardare sul proprio telefono l’aspetto che ha davvero. Quello che mi sorprende è quanta gente ci sia che è disposta a sacrificarsi per gli altri. L’aspetto che hai è un problema altrui: io mi posso turbare se vedo qualcuno di brutto, ma che aspetto ho è problema tuo che mi guardi, mica mi riguarda.

Mettermi un vestito d’un tessuto che mi piace è una cosa che faccio per me, che abbasso lo sguardo e vedo una cosa bella. Mettermi un vestito che mi faccia più magra e piacente è una cosa che dovrei fare per te che mi osservi da fuori, con una prospettiva che io non avrò mai a meno che non sia davanti allo specchio; e, egoista come sono, figurarsi se faccio ’sta fatica.

Quello che mi affascina è che la fatica sono disposte a farla in tantissime, tutte quelle che ogni giorno s’impegnano a far credere al mondo d’essere un po’ più fighe di come sono davvero. Il che, mi rendo conto, fa di me un’aliena: se tutte si sentono in dovere d’essere decorative, la strana sei tu che non capisci perché dovresti affannarti.

Negli anni Novanta comprai, in una libreria di Capri, un libro di cui ricordo ancora il titolo non esattamente rubato a Ceronetti: “Jemima J. che sarà magra nel 2000”. Ero ospite d’un’amica che quel fine settimana leggeva come minimo Saramago, e m’irrideva per il mio appassionarmi a questa storia di tizia grassa che si manda mail con uno che abita migliaia di chilometri più in là allegando foto ritoccate; e nel frattempo s’affanna a dimagrire per, il giorno in cui lo incontrerà, somigliare alla sé stessa falsificata.

Né io né la mia amica sapevamo che quello che a noi sembrava il solito romanzaccio di chick-lit era un trattato di sociologia del futuro, che prevedeva non solo le app da rimorchio ma anche un’intera rappresentazione pubblica di noi stesse in cui somigliare a chiunque tranne che a noi stesse (il tutto continuando a proclamare: sono sempre me stessa).

Betty Draper poi resta grassa non più di tre o quattro puntate, perché non scritturi un’attrice bella per farne una in caftani e complessi, e perché se non serviva alle spettatrici per dire «guarda che bei vestiti» cosa te ne facevi di Betty Draper.

Adesso, che anche se sei avvocato o scrittrice o deputata metti comunque le tue foto su Instagram, e sotto quelle foto fingi d’aspettarti che ti commentino «ottima la sua proposta di legge», ma sai che ti diranno come ti stanno i capelli, il tuo dovere è essere decorativa come Betty, pur potendoti aprire un conto corrente, pur non essendo la tua identità quella di moglie, pur essendo finito il Novecento. Anzi: proprio per quello.

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